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Gratteri, l’intervista a Linkiesta e gli avvocati reggini

Gratteri, l’intervista a Linkiesta e gli avvocati reggini

gratteri    di MASSIMO ACQUARO

- Il giudice Gratteri ha aperto un fronte di polemica nel momento per lui più delicato. Tra pochi giorni le correnti del CSM dovranno decidere l’assegnazione di alcune tra le più importanti procure della Repubblica: Milano, Bologna, Caltanissetta, Catania e Catanzaro. Per il procuratore Gratteri una scadenza decisiva, lo ha detto molte volte.

Se fallisse il bersaglio di Catanzaro - con tutte le caselle del Risiko occupate - non potrebbe più occuparsi di processi di ndrangheta e la sua carriera sarebbe, sostanzialmente, al capolinea. Da quanto si capisce, tutta colpa di una norma, voluta dai magistrati con forza, con cui si limita a otto anni la titolarità di un ufficio e Gratteri a Reggio c’è quasi arrivato.

Per giunta non è la prima volta che il magistrato deve fare i conti con la sua Associazione che, spesso, ha taciuto sui grandi rischi cui lui e la sua famiglia si trovano esposti e che, invece, ha preso parola al momento della nomina di Gratteri a ministro della Giustizia, innescando e coprendo le spinte per stoppare Renzi.

La polemica è quella sollevata da un’intervista alla testata on-line Linkiesta nel corso della quale Gratteri spiega: «Se a Reggio Calabria si tiene un processo con 40 imputati detenuti che devono rispondere di concorso in associazione di stampo mafioso … nel tribunale di Reggio questi detenuti stanno insieme sette-otto ore. Qui hanno il tempo di incontrarsi, parlare, fare affari, trasmettere attraverso gli avvocati messaggi di morte o richieste di mazzette, minacciare i testimoni».

Sarebbe stato facile alleggerire la valutazione, ma Gratteri non lo ha fatto e l’avvocatura reggina, dopo avere atteso e taciuto per alcune ore, ha emesso un durissimo comunicato che, oggettivamente, può creare qualche problema nella corsa catanzarese. Non è quindi inutile qualche considerazione.

PRIMO. Par chiaro che la frase di Gratteri riveli ciò che lui pensa davvero. La mitologia della mafia e dell’antimafia è zeppa di avvocati-consigliori che si occupano di fare le cose sporche per i loro clienti. Badate bene: la mitologia. Perché, poi, i casi concreti sono pochissimi e, per esempio, a Reggio Calabria stanno tutti nel palmo di una mano nell’ultimo decennio a fronte di centinaia di stimati professionisti (uno dei quali è, oggi, presidente della Commissione giustizia del Senato).

Difficile, quindi, districarsi nella polemica. Gratteri parla di un fenomeno che la maggioranza di quelli che lo leggono è convinta esista davvero, sia endemico, frequente, quasi inevitabile. L’avvocato è sempre, e per definizione, l’avvocato del diavolo, l’azzeccagarbugli che fa assolvere il mafioso come nel Padrino.

SECONDO. Eppure questo (pre)giudizio, per Gratteri, non si mai tradotto in atteggiamenti di protervia o di scorrettezza verso gli avvocati o gli imputati dei suoi processi. A sentire rapidamente gli addetti ai lavori, nessuno ha da segnalare casi in cui il magistrato sia venuto meno al rispetto dovuto alla funzione difensiva o abbia insultato un avvocato additandolo come colluso. Anzi di avvocati, a quel che si dice, non ne ha mai perseguiti. Non è cosa da poco.

Gratteri ha preso di petto una posizione politicamente insostenibile per accreditare le proprie opinioni sulla mafia e come combatterla in un momento di scelte per lui decisive, ma sa anche di non avere scheletri nell’armadio su questo fronte e che nessuno può addebitargli inciampi.

L’avvocatura, a sua volta, non poteva non reagire, anche se, forse, bisogna prestare attenzione allo scenario complessivo in cui “l’attacco” proviene: se da “sparate” ideologiche e/o valutazioni più o meno opinabili o da congegni più complessi (sui quali in Italia c’è un ampio dibattito con accuse a inquirenti e settori fortunatamente marginali dell’informazione.

TERZO. E qui si annida il vero problema. Divampa ancora il fuoco della polemica nazionale tra l’avvocato Naso, calabrese di nascita e difensore di punta nei processi della mala romana, ed i sostenitori di un giornalista importante dell’Espresso.

Naso ha pronunciato una durissima requisitoria accusando quel giornalista di collegamenti palermitani e lo ha irriso in udienza. L’avvocatura romana ha risposto a brutto muso alla corale reazione indignata di quasi tutta la stampa nazionale e vedremo come andrà a finire.

Ma quella disputa ha ben altro spessore rispetto alle parole di Gratteri e in nessun caso è paragonabile, neanche alla lontana, col caso reggino. Lo stile di Gratteri è veemente e rispecchia una visione del mondo da parte del magistrato che è legittimo problematizzare e/o non condividere che, però, non risulta abbia mai leso diritti e prerogative degli avvocati con cui il pm reggino intrattiene rapporti corretti.

Altri stili appaiono, invece, più studiati ed attenti. Non si espongono mai a interlocuzioni “pericolose” con la stampa. Tutto è controllato e misurato ed appena spunta una polemica ci si inabissa aspettando tempi migliori.

Forse Gratteri, per questa sortita, metterà in discussione la propria carriera, però gli avvocati reggini farebbero anche bene a non confondere chi ha opinioni (discutibili quanto si vuole) con chi può invece avere altri obiettivi.