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SISTEMA REGGIO. I clan storici reggini e il controllo degli esercizi commerciali. 19 arresti

SISTEMA REGGIO. I clan storici reggini e il controllo degli esercizi commerciali. 19 arresti

polizia   NOSTRO SERVIZIO

- L’operazione “Sistema Reggio” è stata conseguenza dell’attentato che la notte dell’11 febbraio 2014 ha gravemente danneggiato il Bar Malavenda, locale storico di Reggio ubicato a Santa Caterina. Andarono in frantumi le vetrine non soltanto del bar pasticceria ma dell’intero stabile e fu danneggiata anche una minicar posteggiata nelle vicinanze.

Il primo marzo, meno di 20 giorni dopo come a testimoniare una volontà di distruzione dell’azienda, venne ritrovato nei locali in ristrutturazione un altro ordigno: stesso tipo e stesso osto del precedente ma questa volta inesploso.

Secondo la ricostruzione della polizia il quartiere di Santa Caterina, cioè il territorio che collega il quartiere di Archi al centro della città sarebbe controllato dalle cosche mafiose De Stefano e Rosmini, attraverso rispettivamente le “famiglie” Franco e Stillitano loro alleate.

Nel blitz odierno sono stati arrestati, tra gli altri, Roberto Franco (1960) e due dei Stillitano, i fratelli Mario Vincenzo (1966) e Domenico (1962).

Ma l’arresto del personaggio più noto di questa notte, per storia e trascorsi, è quello dell’avvocato Giorgio De Stefano, cugino di Paolo, Giovanni e Giorgio De Stefano, tutti e tre morti ammazzati nel corso di guerre di ‘ndrangheta. L’Avvocato, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha un passato importante professionale e politico. Avvocato del foro reggino fu infatti consigliere comunale, eletto nella lista della Democrazia Cristiana, ai tempi della prima Repubblica.

La polizia ritiene di aver fatto luce sul “Sistema Reggio” (il nome dato all’operazione) che ha portato ai 19 arresti (ma dalle prime indiscrezioni gli arresti sono talvolta 17 altre 19).

"A Reggio Calabria, chiunque voglia intraprendere un’attività economica o commerciale, non deve rivolgersi soltanto allo Stato o agli enti locali per le relative autorizzazioni amministrative, ma deve ottenere soprattutto il nulla osta da parte delle cosche che controllano il territorio e che formano il cosiddetto 'sistema Reggio'". Così ha confidato un investigatore della polizia di Stato all’agenzia Ansa che ha pubblicato il commento.

Quindi, dall’indagine emergerebbe il quadro di un controllo strettissimo sulle attività commerciali cittadine con annesso il meccanismo non solo del pizzo ma della vera e propria conquista di attività commerciali attraverso la proprietà diretta di importanti locali reggini intestati a teste di legno e fiduciari dei clan. Un condizionamento che quando non è così totale come quello della proprietà privata degli esercizi commerciali, si manifesterebbe imponendo agli imprenditori del settore l’assunzione di persone di fiducia, o comunque fedeli e/o riconoscenti, ai clan. In una nota della polizia di Reggio, infatti, si legge: "L'inchiesta conferma che le cosche della 'ndrangheta esercitano sistematicamente anche il potere di regolamentazione dell'accesso al lavoro privato, facendo assumere agli esercizi commerciali dipendenti graditi alle organizzazioni criminali, nonché la potestà di regolamentazione dell'esercizio del commercio, autorizzando o meno l'apertura di esercizi commerciali nei quartieri da esse controllati".

Certo, impressiona e non può che costituire elemento di riflessione il fatto che i cognomi che emergono dall'operazione "Sistema Reggio" sono gli stessi che hanno riempito le cronache sulla criminalità organizzata almeno negli ultimi 30 anni. Un periodo durante il quale, evidentemente, non si è riusciti a destrutturarle definitivamente.

Secondo la valutazione degli investigatori sono stati sequestrati beni per un valore di circa dieci milioni di euro.