Direttore: Aldo Varano    

L'INDAGINE. Il Sistema Reggio e l'egemonia degli Arcoti

L'INDAGINE. Il Sistema Reggio e l'egemonia degli Arcoti
polrc     di CONSOLATO MINNITI

- C’è tutta una generazione dei De Stefano nelle carte dell’operazione “Sistema Reggio” della Squadra mobile della Questura reggina, diretti da Francesco Rattà. Ricorrono nomi, cognomi, fatti e circostanze che sembrano far saltare la città all’indietro di almeno trent’anni. Quando, cioè, i due cartelli egemoni, “destefaniano” e “condelliano”, si facevano la guerra.

Ma ciò che racconta l’inchiesta è esattamente il sequel, di stretta attualità, di un film noir il cui capitolo definitivo – appare chiaro più che mai – deve essere ancora scritto. I protagonisti sono in parte noti, per altro verso rappresentano una “novità”. Perché, se da un lato, a finire dietro le sbarre c’è l’avvocato Giorgio De Stefano, ritenuto lo storico consigliori del clan, appellato come «il massimo» in termini di aristocrazia ‘ndranghetistica, dall’altro spunta (per la seconda volta) anche il nome di Dimitri De Stefano, figlio di “don Paolino” e fratello del Capocrimine Giuseppe, vertice indiscusso del direttorio che per anni avrebbe disegnato le strategie criminali. Basterebbero solo questi due dati a far comprendere l’importanza di un’inchiesta che promette ancora interessanti sviluppi. Anche perché scorrendo le 650 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del gip Massimo Minniti, si coglie a piene mani come sia ancora assolutamente asfissiante quella cappa che opprime il sistema economico della città di Reggio, che può nutrirsi pure di complicità insospettabili. E ad essere protagoniste sono le medesime famiglie di un tempo. 

dimitri de stefano La storia è ormai nota: lo storico bar Malavenda di Santa Caterina intende riaprire e l’attività viene rilevato dalla famiglia Nicolò, già proprietaria del bar Villa Arangea (anch’esso finito sotto sequestro per intestazione fittizia). Tuttavia, sebbene i Nicolò siano famiglia di un certo peso in termini criminali, vi sono concrete difficoltà dettate dalle resistenze degli Stillitano, referenti condelliani nel territorio di Santa Caterina. Proprio loro possiedono un bar poco distante dal luogo in cui deve sorgere il nuovo locale. Tocca dirimere questa controversia, nonostante i Nicolò si tirino fuori, cedendo l’attività in locazione a Carmelo Salvatore Nucera, a seguito di un attentato e un secondo atto intimidatorio, con un ordigno non esploso piazzato davanti alla saracinesca del bar. È Nucera, quindi, ad intavolare una sorta di “trattativa di diplomazia ‘ndranghetistica”, nel corso della quale spuntano i nomi di Giorgio e Dimitri De Stefano.

 Il ritorno dell’eminenza grigia. È l’avvocato il vero nome forte dell’inchiesta “Sistema Reggio”. La storia giudiziaria lo ha consegnato agli archivi come un concorrente esterno, accusa passata al vaglio dei giudici divenendo definitiva. Eppure, sul suo conto, sono tantissime le accuse rivolte da collaboratori di giustizia che lo collocano come soggetto di vertice negli anni ’70-’80 a Reggio Calabria e non soltanto, attribuendo ruoli anche nei legami con l’eversione nera e la massoneria deviata. Insomma, Giorgio De Stefano sarebbe stato una vera e propria mente criminale sopraffina, in grado di passare indenne periodi davvero critici per la famiglia di Archi. Basti pensare che fu proprio lui ad avvisare gli investigatori dell’omicidio del cugino Giorgio De Stefano nel 1997 a Santo Stefano d’Aspromonte; così come toccò all’avvocato fare da “tutore” ai giovani cugini, facendoli allontanare da Reggio Calabria «seguendone le vicende personali – scrivono i giudici nella sentenza di condanna divenuta irrevocabile nel 2002 – li ha consigliati, li ha convinti in ordine all’atteggiamento più producente da tenere in occasione delle trattative di pace e, quel che più conta, è personalmente intervenuto in tale senso».  

Sono passati 14 anni da quando furono messe nero su bianco queste parole. E oggi i pm Roberto Di Palma e Rosario Ferracane ci raccontano nella loro inchiesta come Giorgio De Stefano abbia continuato a rappresentare “il massimo”, per usare le parole di Carmelo Nucera. Ma quali sono gli elementi che hanno portato all’incriminazione dell’avvocato? Si tratta soprattutto di intercettazioni captate “de relato” dagli investigatori, dalla viva voce dei protagonisti della storia del bar Malavenda.

 Giorgio De Stefano, spiega Nucera, «mi dice che devono vedere… che loro praticamente da più parti mi danno la garanzia mille per mille di alcune cose»; «lui (De Stefano) dice che loro (gli Stillitano) non contano un cazzo; «lui dice che gli Araniti si sono presi l’impegno loro, i cosi… non ci sono problemi, non succede niente perché… l’hanno messa come fosse una cosa che interessa a loro a livello personale». Ed ancora l’avvocato avrebbe detto a Nucera che gli Stillitano sarebbero dovuti stare «tutti zitti» e «di non preoccuparsi che poi come viene qua e parliamo dice, omissis, se parla lui, perché incominciando da quello gli mettono il muso nel culo». Di più, De Stefano avrebbe poi proposto a Nucera di andare da lui per farsi fare l’assicurazione del locale, utilizzando l’agenzia della figlia.  

La parabola di Dimitri: dalla movida alle manette. Era stato il collaboratore di giustizia Roberto Moio a far drizzare le antenne del pm Giuseppe Lombardo il 12 ottobre 2012, durante il processo “Meta”. Rispondendo alle domande del sostituto procuratore, infatti, Moio aveva fatto esplicito riferimento a Dimitri De Stefano, da sempre ritenuto il figlio di “don Paolo”, “tenuto fuori” dagli affari criminali della famiglia. Oggi l’inchiesta “Sistema Reggio” conferma quelle parole e ci racconta che così non è. «Dopo l’arresto di Giuseppe De Stefano, della famiglia oggi chi c’è?», chiede il pm. La risposta del pentito è emblematica: «Ma c’è Dimitri che gira, Dimitri, Dimitri, ora c’è Enzo Zappia, Vincenzino Zappia». E poi l’affondo: «I De Stefano hanno questo di particolare, appunto sono una potenza, cioè conoscono, sono amici non lo so il motivo, conoscono praticamente frequentano tutti, tutta la gente, la Reggio-bene, conoscono avvocati, conoscono notai, figli di notai, figli di avvocati, figli puru… cioè della gente bene, si vede Dimitri, ora non so, sicuramente la polizia queste cose le vede, c’è Dimitri, Dimitri tutta la gente, ragazze, di gente bene, cioè dalla Bene di Reggio Calabria. Anche Peppe eh, Peppe è la stessa cosa, ma anche…. È proprio non lo so, diciamo a Reggio Calabria che si spaventano da’ ‘ndrangheta, ho capito, però, siete voi che vi piace pure a voi dare confidenza a personaggi del genere, no, voglio dire! C’è Dimitri non lo vede mai con un Fracapane, per dire, oppure uno come me. Dimitri u viri parlare cu figghiu du’ notaio, cu’ figghiu du’ dottore, cu’ figghiu di l’avvocato va, voglio dire io, quando diciamo a Reggio Calabria, se si parla di Reggio Calabria, voglio dire…».

 Ecco il dipinto fatto da Moio, circa la figura di Dimitri De Stefano: un giovane che doveva rimanere “la faccia pulita” del clan di Archi, quello da lasciare fuori dalle faccende sporche. Che, però, poteva avere il compito di portare messaggi, come raccontato da un altro pentito, Enrico De Rosa, che spiega l’episodio in cui proprio Dimitri portò il messaggio di Giovanni De Stefano diretto a Demetrio Sonsogno. Tuttavia, la caratura criminale del più giovane dei figli di “don Paolino” non era particolarmente apprezzata in seno al clan. «Mai – spiega De Rosa – hanno detto che dovevano parlare con Dimitri per fare una cosa. Dimitri ha un carattere molto così, se già Vincenzino Zappia diceva che Gianni era un “pisciaturi” (uno che non vale niente), figuratevi di Dimitri che poteva dire, per lui, l’unica persona della famiglia che aveva mezza cosa erano Peppe De Stefano e un tantinello di rispetto in più, ce lo aveva per Carmine De Stefano. (…) Dimitri De Stefano, allora, quello che so io è che lui godeva dei benefici della potenza criminale della famiglia. Che cosa intendo godeva dei benefici? Perché lui entrava nei locali e non pagava, andava nelle attività commerciali e sponsorizzava le aziende che gli parevano a lui. 

Fin qui i pentiti. Il ruolo svolto da Dimitri De Stefano nella vicenda del bar Malavenda è assai limitato ma, stando agli elementi raccolti dagli investigatori, fondamentale per la riapertura dell’esercizio commerciale: sarebbe stato il rampollo della famiglia di Archi a dare il placet per riprendere le attività, tramite Roberto Franco, suo referente di zona.

 Il paradosso delle alleanze sinonimo dell’evoluzione e dell’unitarietà. Alla fine di tutta questa storia, dunque, balza all’occhio un elemento particolarmente interessante che conferma l’evoluzione delle dinamiche e degli equilibri ‘ndranghetistici nella città di Reggio Calabria. In sintesi: i Nicolò, vicini ai Serraino (appartenenti al cartello condelliano) vogliono riaprire un’ attività a Santa Caterina. Lì vi sono due rappresentanti: per un verso gli Stillitano (condelliani) per un altro i Franco (destefaniani). L’ok immediato arriva proprio dai Franco e, dunque, dal cartello destefaniano. Al contrario, i condelliani fanno resistenze per ragioni legate ad interessi personali degli Stillitano.  

Insomma, le vecchie logiche di rigida contrapposizione avrebbero lasciato il passo ad una sorta di paradosso delle alleanze, ad un quadro di equilibri decisamente nuovo. Sebbene puntellato dalla storica divisione della torta (siglata durante la pax mafiosa) fra i due cartelli, l’accordo del ’91, di fatto, ha subito una sostanziale evoluzione giunta al proprio compimento proprio con la creazione di quel direttorio ‘ndranghetistico, cui sono demandate tutte le decisioni più importanti. Non è un caso che alla fine l’esercizio commerciale riaprirà regolarmente e gli Stillitano dovranno fare buon viso a cattivo gioco. Perché in nome di certi equilibri non ci sono cartelli che tengano. Serve l’unitarietà raggiunta al prezzo di oltre 700 morti ammazzati ed a nessuno è concesso discostarsi dalle direttive. È questo il “Sistema Reggio”, in parte scardinato oggi da centinaia di poliziotti e dal lavoro della Dda reggina.