Direttore: Aldo Varano    

L'ANALISI. A proposito della bufala dello Sporting di Locri

L'ANALISI. A proposito della bufala dello Sporting di Locri
sporting   di ALDO VARANO
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UNO. Dal lancio Ansa dell’11 aprile: “La Procura della Repubblica di Locri ha avanzato la richiesta di archiviazione delle indagini per le minacce subite dalla società dello "Sporting Club" di Locri … Il Procuratore della Repubblica di Locri, Luigi D'Alessio, in una intervista al Tgr Calabria ha annunciato di "chiudere il caso" perché' si è trattato di una "montatura". Nel corso delle indagini, condotte dai carabinieri di Locri, non sono emersi fatti di rilievo penale tali da chiedere il rinvio a giudizio per qualcuno. E' emerso anche che i bigliettini con le minacce sono stati "costruiti in casa". "Non è possibile - ha aggiunto il Procuratore - che potessero essere effettuate minacce in quel modo e con quelle modalità. In conclusione è meglio chiudere il caso con una buona archiviazione che con un pessimo rinvio a giudizio".

 Quindi, tutta la vicenda dello Sporting club di Locri, che ha fatto il giro d’Italia riempendo i giornali con enfasi crescente - via via ingigantitasi come sputtanamento per Calabria, calabresi, e soprattutto Locride - era una bufala. Era chiaro fin dall’inizio che qualcosa non funzionava nella dinamica dei fatti che erano diversi dalle modalità crude e grevi dei boss della Locride e della ‘ndrangheta. Ridicoli erano apparsi i bigliettini che avrebbero dovuto sembrare violenti e pericolosi. E infatti il dottor D’Alessio ritiene siano stati “costruiti in casa”; e chiunque può immaginare in quali appartamenti. Del resto, a legger bene fin dall’inizio le dichiarazioni dei magistrati si capiva che per loro la credibilità della denuncia aveva uno spessore inferiore alla suola di un paio di scarpe consumate. 

Hanno fatto bene quanti, e noi tra questi, si sono limitati a un’informazione asciutta e non enfatica. Era inevitabile e l’autore dei bigliettini ne era certo che la grande stampa si buttasse sulla notizia con ampi servizi. Si poteva fare in modo diverso almeno in Calabria? E’ una domanda priva di risposta.

 DUE. La lucidità della Procura di Locri mentre chiude un problema ne apre un altro, straordinariamente complicato e delicato. E’ un problema fin qui sussurrato e rimosso di difficile soluzione ma tale da infragilire la Calabria rendendo più difficoltosa la lotta contro la ‘ndrangheta. 

Per essere impietosi: qual è la dimensione reale del clima intimidatorio in Calabria? Che ci sia un tasso di violenza molto alto rispetto al resto del paese è sotto gli occhi di tutti. Ma nel mucchio di lettere minacciose, magari con una pallottola dentro, che ormai hanno ricevuto centinaia di sindaci, giornalisti, magistrati, uomini pubblici, quanti sono, uso la prosa del dottor D’Alessio, le “letterine costruite in casa”? Quanti i messaggi autoprodotti in economia o inviati da innocui maniaci per vedere l’effetto che fa, o spediti come ritorsione e/o sfogo, da impotenti nemici e avversari che sfruttano il clima intimidatorio che regna in Calabria? Come si distingue tra il “fai da te” e chi subisce minacce vere a cui talvolta si aggiunge l’infamia sussurrata di aver fatto il lavoro in proprio?

 Per fortuna al voluminoso traffico postale non ha fin qui corrisposto un dispiegarsi proporzionale di atti violenti. Eppure quelle lettere creano danni e disagio, innescano processi sotterranei e pericolosi che corrodono la Calabria, la sua vita pubblica, i rapporti al suo interno; provocano incertezza e voglia di andar via. Come si può non prendere in considerazione una lettera, una pallottola, una telefonata che crea subbuglio e apre tensioni dolorose in famiglie che perdono la quiete? 

Ma c’è anche di peggio. Paolo Mieli sul Corsera nei giorni scorsi: “Stiamo parlando – ha argomentato - di un fenomeno gustosamente descritto da Nando Dalla Chiesa: «A un convegno si presenta il tale magistrato che fu “impegnato nella trincea di Palermo ai tempi di Giovanni Falcone”. Seguono applausi… che cos’abbia fatto non si sa, magari complottava contro Falcone. Il tal altro è invece un freelance minacciato dalla mafia e dunque censurato (magari ha solo fatto un dvd o un libro fallimentare): subito invitato nelle scuole, anche a pagamento. Un nullasapiente gioca a spararla più grossa di tutti, delirando di trame e di complotti? È l’unico che ha il coraggio di dire le cose come stanno, meno male che c’è lui. E poi il commerciante che pretende di essere in pericolo di vita e se la prende con gli “antimafiosi da tastiera” che non solidarizzano abbastanza, salvo scoprire che paga un delinquente per sparargli contro il chiosco»

 Le principali vittime di questo perverso meccanismo sono i calabresi. E’ inevitabile che sia così. Ma anche giusto dal momento che il meccanismo lo costruiamo noi sfruttando consapevolmente, con un cinismo privo di misura, il clima violento e d’insicurezza creato dalla presenza della ndrangheta che, ancora una volta, e contrariamente alla propria vulgata, è una realtà che impedisce lo sviluppo normale e sereno della nostra società. Se la ‘ndrangheta è sempre tutto, controlla tutto, prevede tutto come una potenza che va molto oltre i limiti degli umani, diventa inevitabile che ogni gesto non chiarito in venti minuti venti venga filtrato dallo schema che “non si muove foglia che la ‘ndrangheta non voglia”. E il punto sempre sospeso è sempre lo stesso: senza un’analisi “laica” (rubo da Giovanni Falcone) sarà sempre più difficile far sparire la ‘ndrangheta dalla storia della Calabria.