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Storia di Luca emigrato per lottare contro un tumore

Storia di Luca emigrato per lottare contro un tumore
bambino 

Il dolore del tumore: Quando un bambino calabrese deve diventare un emigrato per poter vivere.

Luca ha 11 anni e da 32 giorni ha iniziato la lotta contro il male del secolo. Un tumore che i medici hanno sentenziato come aggressivo e raro. «Siamo entrati nel tunnel». Ha scritto la sua giovane mamma in un messaggino whatsapp per comunicare all'amica che quel che doveva essere un semplice controllo si è trasformato in un percorso lungo e doloroso.

Un incubo iniziato il venerdì santo. Luca è il nome di fantasia perché, tranne mamma e papà, gli altri famigliari ancora nulla sanno. È così difficile trovare le parole per comunicarlo agli anziani genitori, agli zii e fratellini. E' ancor più difficile se lo si deve fare da centinaia e centinaia di chilometri dalla propria vita. Sì, perché questa storia di Luca è tanto particolare da essere ormai così maledettamente quotidiana, normale, al tal punto da esser impercettibile al cuore del potere che potrebbe alleviare il dolore ma nulla fa.

Luca nella sua innocenza fanciullesca è colpevole: è nato in una terra -la Locride, Calabria- dove non esiste un reparto pediatrico di oncologia e a dirla proprio tutta si ha anche la sensazione che quell'ospedale di frontiera che c'è e ben potrebbe funzionare per eccellenze mediche lo si voglia però abbandonare.

Senza un'oncologia pediatrica ecco qua che il percorso di Luca si tinge ancor di più del colore del dolore e della sofferenza: dover lottare contro il male in una città fino adesso a lui sconosciuta e certamente molto lontana dalla sua cameretta, dai fratelli coi quali divideva notte e giorno, tanto inseparabili erano, almeno fino alla scoperta del male.

Per curarsi Luca, figlio di immigrati, s’è dovuto trasformare in “bambino emigrato”. 

Era la settimana che precedeva la domenica della Santa Pasqua quando mamma, papà e Luca sono partiti verso l'Italia della speranza. Tre giorni di controlli e entro il sabato dovevano essere già a casa per trascorrere la Santa Pasqua tutti insieme, felicemente, come sempre. Così non è stato. Luca con la sua mamma e il suo papà sono rimasti nella stanza di un ospedale lontano chilometri da casa. I medici hanno deciso: Luca dovrà stare là almeno tre mesi. Un dramma nel dramma. Per tre mesi lui e i suoi fratelli non si potranno vedere. I suoi fratellini per tre mesi non potranno avere il bacio della buonanotte dalla loro mamma e dal loro papà e vallo a spiegare che no, mamma e papà non stanno là, a Roma, perché vogliono più bene a Luca ma ci devono stare perché nella Locride un ospedale per curare il loro fratellino non c'è. E, forse, solo chi lo vive ciò -piccolo o grande che sia- lo può capire.


Se sei un immigrato della Locride alla preoccupazione per la drammaticità della malattia si aggiunge così anche quello di avere la famiglia divisa, di avere gli altri figli piccoli lontano e da vedere in brevi video mandati su whatsapp. E poi c'è anche il dramma economico. Viaggi per accorciare le distanze, almeno quelle di papà, con il resto della famiglia. Quelle di Luca no, lui non può viaggiare ma fortunatamente i tre mesi non li dovrà trascorrere in ospedale. Il ciclo di cura che però già si sa, sarà così tanto doloroso che Luca si potrebbe sentire male ed aver bisogno del ricovero urgente con tutto ciò che comporta. In Calabria non può tornare.


Nonostante il preoccupante aumento di casi di tumori e leucemie anche fulminanti che hanno portato la Dda di Reggio Calabria all'apertura di un'indagine volta a individuare la possibile presenza di rifiuti tossici, permane un fatto oggettivo: da casa di Luca, nella Locride, per arrivare al primo ospedale “Hum” (quello di Locri è Spoke, ossia a media intensità di intervento) ci vuole un'ora e più di macchina, da percorrere sulla strada statale 106. Troppo distante. I medici lo sconsigliano. Ecco l'esigenza di affittare una casa vicino all'ospedale ma fortunatamente, nel tunnel del dolore, si trovano a Roma le “grandi case” dell'accoglienza delle associazioni che diventano una mano dal cielo e sia dal punto di vista economico quanto quello umano.

Ma il dramma c'è e si trasforma una ruota che gira e rigira nel maledetto dolore e nella rabbia perché in fondo basterebbe davvero poco per spezzare la catena del dolore, almeno quello di accorciare le distanze.