Era proprio a casa sua, in contrada Ricciolo a Benestare. Santo Vottari ha rispettato la regola dei grandi boss: rimanere sul proprio territorio, controllarlo, anche se da un bunker sotto terra. Ma dopo dieci anni la sua latitanza è terminata. I carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Reggio Calabria, in collaborazione con lo squadrone Cacciatori, lo hanno acciuffato all’alba di questa mattina, dopo un’articolata attività d’indagine coordinata dalla Dda di Reggio Calabria.Vottari, 44 anni, deve scontare 10 anni e otto mesi per associazione di tipo mafioso. Il suo nome era inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi stilato dal ministero dell’Interno. Si era reso irreperibile dopo la strage di Natale, consumata nel 2006, ennesimo capitolo di una lotta tra clan giocata sullo scacchiere di San Luca. Il suo nome era finito nell’indagine “Fehida”, che ha fatto luce sulla faida aspromontana, una lunga scia di sangue che parte dall’Aspromonte e supera i confini nazionali, fino a Duisburg, in Germania.
Vottari si nascondeva in un bunker sotterraneo in muratura ricavato all’interno di altro bunker, che i militari avevano già trovato in passato, senza però immaginare che Vottari fosse ad un palmo dal loro naso. Si nascondeva mentre ieri 30mila persone sfilavano poco distante contro la ‘ndrangheta, in uno corteo guidato da Libera. Quel rifugio era nascosto nel seminterrato dell’edificio su più piani dove abitano tutti i membri della famiglia Vottari. Lo hanno sorpreso nel cuore della notte e non ha opposto resistenza, lasciandosi ammanettare dopo aver confermato la propria identità.
È figlio di Giuseppe Vottari, ammazzato nel 1986 a Bruzzano Zeffirio dopo un summit chiarificatore di due clan rivali attivi nel comprensorio di Motticella, e nipote di Francesco Antonio Vottari, capostipite della famiglia Vottari, alias “Frunzu”, inquadrata nella cosca Pelle-Vottari, contrapposta a quella dei Nirta-Strangio nella sanguinosa guerra tra clan che va avanti dagli anni ’90, provocando decine di morti, fino alla strage di Duisburg, quando persero la vita sei persone.
È la storia della faida più famosa, di quella che ha schiaffeggiato il mondo intero facendolo svegliare: la ‘ndrangheta non è una questione calabrese, la ‘ndrangheta è internazionale. Tutto era iniziato nel 1991, con sette morti, due tentati omicidi e otto feriti, per uno stupido lancio di uova contro un bar. Uno scherzo di carnevale, una bravata. Ma a farla furono ragazzotti degli Strangio, che presero di mira il circolo Arci di Domenico Pelle, uno dei “Gambazza”, sporcando anche l’auto di un Vottari.
I già fragili equilibri saltarono. Iniziò la mattanza. Una cappa di violenza e ansia copriva San Luca. Poteva succedere di tutto. Per quelle uova persero la vita Domenico Nirta, 18 anni; e Francesco Strangio, 19. Il sangue scorre, poi rallenta e poi torna a scorrere di nuovo. Morti su morti, fino alla strage di Natale del 2006, quando a perdere la vita, per errore, fu Maria Strangio. L’obiettivo vero era suo marito, Gianluca Nirta. C’erano stati altri morti ad aprire la seconda faida di San Luca ma questo era certamente il più eclatante, quello che provocò la reazione più feroce.
Si racconta che 8 mesi prima della strage di Duisburg, ultimo violento capitolo della faida, i padrini del clan Pelle-Vottari avessero tentato di trovare un accordo con Gianluca Nirta per chiudere la guerra. «Per siglare la pace, voleva la testa di chi aveva sparato alla moglie, ma loro non gliel’hanno portata», dice Nicola Romano, capo consigliere della “Sacra corona”. Lo raccontò all’indomani della strage di Duisburg, quando sei cadaveri vennero rinvenuti dalla polizia tedesca sul piazzale del ristorante “da Bruno”, la notte del 15 agosto 2007. Fidati dei Pelle-Vottari morti per mano dei Nirta-Strangio.
Santo Vottari era scomparso dopo la morte di Maria Strangio: gli investigatori, che trovarono addosso a lui 9 particelle di polvere da sparo sulle mani a seguito dello stub, pensavano fosse lui l’autore. Da quell’accusa, molto dopo, fu assolto. Ma che fosse uno dei leader del gruppo criminale è stato certificato dalle sentenze. Si diede alla macchia, per paura che i Nirta-Strangio si vendicassero su di lui, vendetta che si concretizzò il 2 marzo 2007, quando il clan avversario scoprì che Vottari e i suoi Fratelli Francesco e Sebastiano si nascondevano a casa del suocero del latitante, Bruno Giorgi, dove la polizia ha rinvenuto 21 bossoli di kalashnikov. Sparito per la giustizia, era comunque rimasto alla testa della cosca, che guidava da casa sua. Fino a stamattina, quando ha scandito il suo nome davanti alle divise.