Direttore: Aldo Varano    

8 MARZO. Le donne calabresi nei libri di Criaco

8 MARZO. Le donne calabresi nei libri di Criaco
donne    Donne e letteratura: tema interessantissimo quanto variegato. Il pensiero si affolla verso le tante protagoniste di opere indimenticabili: come non ricordare le colpe di Medea, i tentennamenti di Emma Bovary, la fuga di Yane Eyre, il matrimonio di Kitty Scherbatsky, la stazione ferroviaria di Anna Karenina; come non pensare alle figure femminili elaborate da autrici contemporanee, penso a Manuela Paris di Melania Mazzucco a Lila ed Elena della Ferrante ad Adriana di Donatella di Pietrantonio a Maria di Michela Murgia.

E quali caratteristiche presenta la donna nell’immaginario degli scrittori calabresi? Quale è il modello letterario che viene riprodotto? Insomma care lettrici chi, tra gli autori della nostra terra ci rappresenta per come siamo veramente? Io una risposta c’è l’avrei.

Personalmente tendo a superare l’archetipo della donna-madre, della donna ammantata di panni neri lunghi fino ai piedi che rasenta i viottoli dei nostri cari borghi cucinando pietanze dal sapore antico, mentre ritrovo, con immediatezza, autentiche figure di donne contemporanee negli scritti di Gioacchino Criaco.

In tutti i suoi scritti, contraddistinti da eccellenti intrecci noir ad alta tensione criminale, le donne, emergono a tutto tondo per elevate qualità morali e, se posso osare un paragone, sprizzano bagliori luminosi sulle tinte fosche di tante trame appassionanti e ricche di colpi di scena.

Dignitose, fiere, composte, con una sensualità celata tra le pieghe del carattere, tutte rivestite da due grandi doti: la rettitudine e la fecondità di pensiero.

Tanto gli uomini sono dominati dagli istinti, esprimono forti chiaroscuri caratteriali, sono contrastati da antichi demoni di odi feroci, tanto le donne, direi con pari speculare intensità, sono coraggiose, e con la stessa determinazione degli uomini, anziché appostarsi lungo i sentieri delle vendette e delle “catriche” percorrono strade solari di coerenza e di accudimento.

Le figure femminili di Criaco, in altri termini, scelgono tutte di svolgere una funzione intrinseca alla femminilità: la cura. Quel “maternage” così osannato dagli psicologi a fondamento dell’intelligenza emotiva e della salute stessa di ogni prole, cioè di tutti Noi.

E difatti, le donne del Nostro sono tutte ingegnose, portatrici di vita, creative, accoglienti: che siano madri, sorelle zie e nonne. Non se ne ritrova una, nevrotica e fragile, una che manifesti inconsulte ribellioni o semplice incostanza: anche tra le eroine negative, quel che emerge è una indiscussa elevatezza d’ingegno.

E non si tratta di vivere in maniera immune da passioni, né di essere asessuate o mascoline: le donne del nostro autore vivono e sono permeate dalla realtà, studiano, lavorano, non sempre svolgono ruoli socialmente subalterni a quelli svolti dagli uomini, epperò manifestano tutte, - certamente per una precisa scelta del narratore- un plus caratteriale che le rende uniche, ossia la capacità di mantenere la “schiena dritta”, operando, a seconda delle occasioni, con rettitudine morale nell’opporsi alle mortifere logiche della violenza maschile.

Sfogliando “Anime Nere” e “Il Saltozzoppo” la prima che appare è Claudia stretta in un impermeabile color ghiaccio, di professione biologa, la prima donna “normale” del protagonista che lo trascina in una Milano “fatta di mercatini, musei, concerti, di gente semplice con problemi reali, piccole pizzerie dai prezzi contenuti”. È lei che di mattina prima di rinchiudersi in bagno, non lesina all’amato il bacio al “sapore di miele selvatico” e suggella con quel gesto, solo apparentemente sentimentale, un vero e proprio patto nei riguardi del proprio uomo. È la ferma decisione di far assaporare, a colui che è avvezzo più alla polvere da sparo che alla tenerezza, il miele della libertà e l’intensità del sentimento amoroso in contrapposizione ad altri e più negativi sentimenti quali la vendetta e la brama di denaro.

È proprio questa donna che abbandona la propria dimensione cittadina, per seguire il compagno in Aspromonte divenendo: “moglie, madre, sorella, amica” è proprio Lei, amata senza limiti, a rappresentare il perno su cui ruota l’intera famiglia. L’autore afferma: “(…) per ciascuno di noi divenne la persona più importante, nessuno osava contraddirla”.

Poi una zia “ribelle” e “colta”, Giustina, insegnante in un Liceo milanese, allontanatasi dalla Calabria per un intuibile desiderio di elevazione e di riscatto che ne “Il Saltozzoppo” passa il braccio attorno alla vita del nipote adolescente soffiando sul collo “il suo alito di gelsomino”.

Una zia che pazientemente cerca di sradicare dall’animo del giovane sentimenti di vendetta e di promuoverne l’ascesa verso valori di cultura. È una figura muta e delicata allo stesso tempo, che manifesta la sorellanza ideale che lega donne e uomini non sempre parenti ma legati da comunanza di idee. È proprio questa donna che il protagonista, divenuto adulto e scontata la pena, a distanza di tempo tenta di scorgere silenziosamente e senza farsi notare, solo al fine di riallacciare i fili della propria esistenza.

E infine Agnese, ancora “Il Saltozoppo” che sublima intelligenza e sentimenti e riesce ad evitare, con incredibile fermezza, proprio quest’ultima vera eroina, il perpetuarsi di vendette che segnano la storia di due famiglie: la propria e quella del compagno.

Ci vuole una forza enorme per dominare l’istinto di avvinghiarmi a lui: ce n’è voluta anche per attendere di incontrarlo oggi, al matrimonio, senza cercarlo, dopo aver avuto la certezza che era tornato; ma le donne della mia terra ce l’hanno infisso nel cuore il rito dell’attesa... secoli di esercizi, praticati per contenere i sensi e imbrigliarli nell’aspetto di madonne silenti. E io so cosa significa, sciogliere l’anima solo quando si può”.

"Ho preso un mese di ferie, allontanandomi con dispiacere dai miei bambini: per dedicarmi a lui, che fra le mie mani diventerà una creatura fragile, senza difese. Laverò la sua biancheria, metterò a posto il suo disordine. Scenderò nella guardiola a portargli il caffè. Andrò a fare la spesa, a comprargli i vestiti. Addosserò le mie narici alle sue per dargli respiro e, anche se ci vorrà tempo, riuscirò a fare a pezzi la crosta che lo imprigiona. La rivoglio la mia favola. Per sempre. La Società del Cielo e della Terra”

Agnese rappresenta la fedeltà e la fertilità.

Non si tratta certo della fedeltà stucchevole e vuota dell’illibatezza sessuale quanto la fedeltà ad un’ideale di vita. E quanto alla fecondità, tema ricorrente in Criaco che allorquando si sofferma a descrivere donne incinte lo fa sempre con toni aggraziati e talvolta bonariamente ironici, è chiaro che le tante donne gravide manifestano la creatività femminile, quel continuo fermento mentale che conduce la donna a ricercare continuamente soluzioni ai problemi: dunque un richiamo alla fecondità di idee e di azioni, non solo a quella fisica.

"Per sapere i fatti è necessario ascoltare le donne, unici testi attendibili delle storie familiari per come davvero si sono svolte. Presenze mute che interpretano le assenze, lavano i panni sporchi di sangue e riescono ad ascoltare e interrogare persino i morti. La verità e il cambiamento sono affidati a loro. E loro hanno cambiato il corso delle cose e interrotto un fiume di sangue che sgorga dal fondo dei secoli. Mia madre è la prima a esserci riuscita, grazie alle donne che, anticipandola nel corso dei secoli, hanno tentato. Ci è riuscita, facendo credere a mio padre di prendere una pillola contraccettiva che in realtà non ha mai preso. Così sono nato io, Silvestro Dominici”.

Buon Otto Marzo a tutte.