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Il Mulino sulla Calabria, Catanzaro e Cosenza (con Mete, Bevilacqua e Cersosimo)

Il Mulino sulla Calabria, Catanzaro e Cosenza (con Mete, Bevilacqua e Cersosimo)
catanzaro “La Calabria fa notizia e viene raccontata solo aderendo ai suoi clichè”. E’ il punto di vista di Vittorio Mete, ricercatore in Sociologia dei fenomeni politici dell’Università di Firenze, espresso nel suo interessante saggio pubblicato nel numero speciale della rivista Il Mulino, dedicato ad un illuminante “Viaggio in Italia, racconto di un paese difficile e bellissimo” attraverso oltre 50 città e regioni italiane, tra cui, appunto, la Calabria e Cosenza e Catanzaro.

L’articolo su Cosenza è di Domenico Cersosimo, docente di Economia applicata all’Università della Calabria, mentre quello su Catanzaro è opera di Piero Bevilacqua, già professore ordinario di Storia contemporanea e fondatore dell’Istituto meridionale di Storia e scienze sociali (IMES) di cui è Presidente.                  

Vittorio Mete nel suo articolo parte dal presupposto che “i tratti immutabili della calabresità non esistono e quelli indicati come tali sono frammentati dalla modernità”. Viviamo una realtà variegata e perfino la ‘ndrangheta e la famiglia, stereotipi consolidati, sono oggi messi in discussione dalla internazionalizzazione del fenomeno criminale e dalla perdita di funzione unificante del ruolo della famiglia. Per non parlare della denatalità, con progressivo calo di popolazione, che sta colpendo la regione più povera d’Europa. Mentre aumenta in modo esponenziale la sfiducia nello Stato, che continua ad essere percepito come distante, con venature di ostilità e rassegnazione e cresce la “personalizzazione” della politica. Secondo Mete dilaga la sospensione della vita democratica, con il crescente fenomeno dei commissariamenti dei Comuni per mafia, uno su tre sono calabresi, della Sanità, del porto di Gioia Tauro e di altre importanti istituzioni. Per non parlare del fenomeno crescente dell’abbandono delle abitazioni, che vede in Calabria il 38% delle case vuote, contro una media nazionale del 22%, mentre “in molti paesi dell’interno ormai esistono più case che abitanti”. Eppure la Calabria, malgrado tutto, continua a sopravvivere grazie agli “indispensabili”, quelli che, come diceva Brecht, sono destinati a lottare tutta la vita, per se e per gli altri.  

Cersosimo rappresenta un affresco dolente della sua Cosenza, “piccola terra di mezzo”, città sospesa tra una malasocietà tipica della Calabria più estrema e città “agganciata alle grandi tendenze della modernità metropolitana: consumi privati opulenti, ricercatezza estetica, punte di vivacità culturale non provinciali, nicchie di umanità organizzata, autosufficienza e velleità diffuse di superiorità urbana”. Cosenza è un centro urbano per lo più diurno, in cui si concentra il pendolarismo dei 150 comuni della provincia. Ma vive un difficile rapporto con il polo universitario di Arcavacata e con la sterminata crescita edilizia di Rende, soprattutto degli anni 80, mentre oggi nell’intera area si registra un calo del 40% di abitanti rispetto a quegli anni. Con una popolazione invecchiata, che vive il dissidio tra potenzialità e realtà, mentre l’area urbana stenta a configurarsi come un città universitaria e l’Università molto spesso è stata vista come un perenne cantiere edile, a supporto dei sogni di grandeur delle sue classi dirigenti.

Secondo Cersosimo “la Cosenza odierna assomiglia a una città galleggiante, senza rotta. Una piccola area urbana nella quale si è sfumata: c’è e non c’è, si vede e non si vede. Una distorsione ottica tranquillizzante per i sempre meno che riescono a viverci degnamente”.

Di taglio del tutto diverso è lo scritto di Piero Bevilacqua sulla “sua” Catanzaro.

La fotografia del capoluogo elaborata da Bevilacqua è di per se una panoramica godibile e propone alcune chiavi interpretative della storia della città, dalla seconda metà degli anni cinquanta del secolo scorso ai nostri giorni, in parte condivisibili, perchè frutto del rigore analitico dello storico intelligente. Altre più discutibili perchè legate ad una rappresentazione dei fatti e delle dinamiche sociali e politiche della città molto “esteriori”, non maturate sul campo, colte con l’amore del figlio lontano o riferite con la delusione dell’osservatore esterno, ma intellettualmente coinvolto. Ineccepibile la ricostruzione della vita di Catanzaro degli anni 60, tutta la voglia di partecipare alla costruzione di una nuova dimensione di città meridionale, legata alla sua storia, ma aperta al cambiamento, che si rifletteva anche nel dibattito politico, sia pure bloccato nella contrapposizione tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Sono gli anni delle prime esperienze di cineforum, l’incontro con Pasolini a Catanzaro, l’avventura irripetibile de “ il Manifesto”, antesignano del più noto quotidiano nazionale.

Del tutto corretta, poi, la ricostruzione della vivacità di iniziative che caratterizzarono gli anni settanta, sia pure con stridenti contraddizioni: il ruolo rapace delle classi dirigenti, sopratutto imprenditoriali, dedite allo sfruttamento esasperato della risorsa territorio ed episodi nefasti come la sciagurata demolizione della strettoia di Corso Mazzini, operazione figlia di una cultura urbanistica di fine ottocento e da cui può farsi discendere, tra l’altro, il futuro declino di questa parte vitale della città. Da quel momento il racconto di Bevilacqua, lontano ormai dalla città, risente di criteri di lettura più di carattere nazionale. Gli anni ottanta, definiti come “ forse gli anni peggiori di dissennatezza” in piena “riscoperta del privato”, “dell’edonismo reganiano”... Anni in cui la città sarebbe stata oggetto della più violenta aggressione del territorio, delle sue colline, del suo panorama. Affermazioni che si stenta a riscontrare con la realtà vissuta di quegli anni. Vero, è al contrario, che il decennio 80 è stato caratterizzato dal primo importante tentativo di governo razionale del territorio.

Quelli sono stati anche gli anni più prolifici e illuminanti per la vita della città, che cercava di difendere una sua identità e una sua specificità sociale all’interno delle realtà urbane calabresi, con una sua riconoscibilità a livello meridionale.

Catanzaro era al centro di un grande dibattito nazionale e internazionale sulla stampa specializzata per le sue scelte urbanistiche e di architettura moderna.

Lo scritto di Bevilacqua stimola e rafforza le ragioni per confrontarsi con l’attualità e ad aprire una discussione laica, evidenziando errori immancabili e criticità, ma anche come quel fervore di idee e di vivacità culturale e politica sia bruscamente venuto meno dopo i primi anni novanta, chiamando in causa intere generazioni di politici e di classe dirigente, che non hanno saputo legare la propria azione e il proprio credo alla crescita civile di Catanzaro.

Rifuggendo da tutte le seduzioni della nostalgia si capirà il ruolo di quel decennio, prima che la città imboccasse il tunnel, che potrebbe indirizzarla inesorabilmente verso il declino.

Infine un richiamo al maestoso edificio della cittadella regionale, sicuramente ipertrofico, ha ragione Bevilacqua, rispetto a quanto si produce al suo interno nell’interesse dei calabresi, ma almeno, forse, abbiamo qualcosa per fare invidia... al Palazzo delle Nazioni Unite.