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IL LIBRO. Kajin e la tenda sotto la luna, di Infantino e Paolino

IL LIBRO. Kajin e la tenda sotto la luna, di Infantino e Paolino
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Dopo essere stata tra il pubblico, durante una presentazione del libro “Kajin e la tenda sotto la luna” mi sono avvicinata ad Enzo Infantino e Tania Paolino seguendoli un po’ dappertutto nelle varie località, in cui, con grande dispendio di energie, stanno divulgando la loro opera.

L’ho fatto per comprendere, al di là delle ragioni immediate della scrittura, la reale fonte di ispirazione del libro. Senza retorica, ho avuto modo di constatare che i due autori da tempo hanno fatto proprio, l’insegnamento di Antonio Gramsci: “Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Di fronte all’esodo dei civili siriani, Enzo Infantino, che già aveva mostrato di parteggiare concretamente per gli arabi di Palestina e per le vittime di altre tragedie recenti, non s’è voltato indietro. S’è armato di buona volontà ed è arrivato sotto le tende dell’accampamento di Idomeni, in Grecia, proprio nel luogo in cui, a partire da aprile 2015, migliaia di civili siriani sono giunti in fuga dalla guerra.

E nel campo profughi assieme ad altri volontari, anche loro – non indifferenti- Enzo ha scelto di aiutare, per puro caso, il padre e la madre di Kajin, la bimba generata sotto una tenda a manifestare un umanissimo desiderio di futuro dopo rovine e abbandoni.

Tornato in Calabria, dopo riflessioni e innumerevoli partenze, quasi che la personale vicenda dei profughi fosse divenuta urgente al pari di quella di un familiare, è nato un progetto di collaborazione, una volontà di attivarsi, colta da Tania Paolino, per rendere meno doloroso quel continuo vagare di esseri umani, con la dignità a brandelli, da un paese all’altro.

Uomini in balia, a tutt’oggi, di Stati poco attenti ai contraccolpi di alleanze ed operazioni militari sconsiderate quanto viceversa interessati a salvaguardare i propri confini.

Leggere “Kajin e la tenda sotto la luna”, condurrà ad evitare le banalizzazioni: le trite equivalenze “profughi/immigrati” - tutti uguali- “tutti a chiedere qualcosa al benestante, egoista Occidente”.

I Profughi, non sono immigrati, sarebbero “sfollati” secondo un termine, oggi in disuso, e tuttavia pronunciato spesso in Italia, durante il dopoguerra: sono uomini e donne che si allontanano dal proprio paese per salvare la vita: compiono dunque un atto necessitato e, nel partire, nel lasciare precipitosamente case e ricordi, mostrano un unico desiderio, il ritorno.

Il potente desiderio del ritornare per riedificare compare più volte nello scritto, tra le ventotto istantanee di cui si compone il libro.

La Siria di cui ci parlano i nostri autori, e nelle parti intimamente descrittive, s’ intravede l’opera colta di Tania Paolino, non è mai stata “terzo mondo”. I cittadini di Aleppo e di Damasco, senza i bombardamenti, non avrebbero avuto ragione di espatriare: erano parte di una popolazione evoluta, forte di millenni di storia, circondata da tolleranza ed ecumenismo.

In Siria il canto del muezzin che invitava i musulmani alla preghiera, spesso s’inframmezzava alle orazioni dei cristiani e degli ortodossi, la voce dei poeti, dei letterati, non era sommessa; al contrario, veniva diffusa copiosamente anche fuori dai confini e non di rado nelle nostre università.

Allora, leggere della Siria e cogliere al volo le parole di Tania ed Enzo costituisce un’occasione per evitare l’indifferenza, per lasciarsi trasportare dall’entusiasmo dei due autori ed aderire anche solo idealmente ad una importante causa. Il libro difatti adempie ad una duplice funzione: contribuire alla ricostruzione di una scuola ad Afrin, nel paese martoriato, e aprire uno squarcio importante sul problema degli esodi di massa derivanti dalle guerre, senza lasciarsi trascinare dall’impassibilità.