Direttore: Aldo Varano    

La Calabria dei paesi fantasma

La Calabria dei paesi fantasma

roghudi

È tutto silenzio. Le campane non chiamano più alla messa né alla benedizione della sera. Persino l’orologio della torre ha deciso di tacere i rintocchi tintinnanti dei quarti e i colpi possenti e cupi delle ore. Le strade sono tristi fotogrammi in bianco e nero, le case del borgo nulla esalano dai comignoli, i vicoli verdeggiano di muschio, per i passi che vi mancano, erbe sono cresciute scomposte tra il lastricato di calcestruzzo e lo spiccato dei muri.

Il paese com’era riesce ad affacciarsi solo stagliandosi sullo schermo dei ricordi e insinuando, tra le carezze del vento, sussurri che svelano la presenza di anime inquiete, intestardite a non staccarsi dal cielo che ebbero addosso da vivi. Sono scene affollate, immagini brulicanti di vita: famiglie intere, dai volti noti ma senza un nome, con caterve di bambini, stipate nelle casupole tra viuzze talmente anguste da non venire da credere che l’aria riuscisse a saziare i polmoni di tutti, mastro Giasone che scorreva sulla ringhiera della piazza il lungo serpente ch’era la sega del macchinario e passava la lima a molarla dente dopo dente, il mastro forgiaro con la mazza sul ferro incandescente, tra braci ardenti, fumi, fiamme, scintille, da far immaginare la bottega un girone dell’inferno e lui un diavolo con sembianze d’uomo, l’ingegnere che rinverdiva l’aramaico, per restare aggrappato ai suoi giorni migliori, da pezzo grosso nelle colonie, il professore che porgeva ai passanti parole miti e gentili sciacquettando le labbra come quando rinvigoriva la brace del sigaro che s’andava spegnendo, don Umberto che ingombrava di pancia e di cappello, il muso arcigno e l’occhio malevole del padrone, e sprezzava il bisogno, gettando a metà la sigaretta americana e subito spiaccicandola sotto il piede perché nessuno se ne approfittasse, Giannuzzo di don Vincenzino, con il decadimento già impresso nel nome, che strascicava i passi di un vino amaro, bevuto in rabbiosa solitudine, il barbiere che infilava indice e medio profondi nella bocca del cliente, per tendere la pelle delle guance e riuscire meglio nella rasatura, e, dopo, le stesse dita, al successivo, senza curarsi di sciacquarsele e senza mai sollevare proteste, Rafele con il camuffo al collo e il cipiglio serio che competeva al malandrino mastro di giornata.

Un’umanità scomparsa, di cui già si smarrisce il ricordo. Altra, dolente anch’essa, s’è dispersa per i sentieri del mondo. E oggi l’angolo di una casa, un muro in pietra nudo d’intonaco, il vaso pieno di sola terra sul davanzale di una finestra, i gradini d’ingresso a un portone che non si apre mai, l’icona alla Madonna della Porta, la fontana in ghisa orba d’acqua, la seduta sul battuto di cemento lisciato la restituiscono qual era, imprigionando scene di un attimo: Ciccina che, fresca di frigorifero, si lisciava la pancia sazia partecipando a chiunque le giungeva a portata di lingua di aver mangiato ghiaccio per secondo, sicura di stare infliggendo invidia, Melina, dal cuore generoso, che s’incaricava dei panni sporchi delle vicine e “tanto, li lava la puttana” diceva, indicando la lavatrice acquistata con gli ultimi soldi giunti dall’America che s’era inghiottita il marito, i ragazzi delle elementari che alitavano i fiati nebbiosi dell’inverno, per l’unico braciere dell’aula stabile tra le gambe del maestro, altri che rincorrevano vocianti un pallone di pezze, ruotavano lungo il corso il cerchio di una botte, giocavano ai “picciotti”, ai cavalli, a ferriare le trottole, a battimuro. Assieme alle immagini, i rumori dell’operosità, le urla raschiose del banditore, quelle del pescivendolo che invogliava a comprare le sarde dello Ionio, a suo dire fresche e invece già con la messa del settimo, i versi dei muli che partivano nitriti e s’immiserivano a ragli, i grugniti dei maiali lasciati liberi per le vie, e lì più efficienti degli spazzini.

Tutto s’è dissolto nel volgere di pochi decenni. Non si solleva più un suono, non l’isteria delle liti tra le comari, non il pianto di un bimbo, non i canti delle donne al lavatoio, nell’anta delle olive. Sono rimasti i vecchi vinti dall’abitudine, che non saprebbero vivere altrove, né intendono morire altrove, vogliono addosso la terra calpestata in vita. Si trattengono silenziosi sulle panchine a ritemprarsi al tiepido sole di primavera, le mani sul manico del bastone, il mento sulle mani, gli occhi dispersi nel vuoto, a inseguire ricordi. Sono scampati all’inverno. Non hanno ritrovato compagni con cui s’erano separati al principiare dell’autunno. Ne rimarranno sempre meno. Ed è al breve orizzonte il destino di paese fantasma – è già capitato ad altri alle pendici dell’Aspromonte e si profila per tanti – ammassi disordinati di pietre su pietre che scorticano la natura e su cui si accaniscono le levantine, con raffiche di vento sulla pioggia fitta, a deviarla brusca di qua e di là come uno stormo di fringuelli, e aggiungendo rovina a quella dell’incuria. A percorrere quei vicoli, assale la malinconia, il passato risorge a percuotere la mente, appesantisce il cumulo degli anni imprimendo il marchio infuocato della provvisorietà.

Sì, è finito il tempo e s’è spalancato il destino ineludibile di paese fantasma. Perché i pochi ragazzi abboccano all’inganno e al pregiudizio, come già quelli delle generazioni che li hanno preceduti, e attendono solo di mettere le penne di un’età più adulta e di partire per sogni lontani, di sola andata, decisi impossibili nell’immobilità vissuta sotto la cappa di un cielo da pioggia e senza avvisaglie d’azzurro, nell’asfissia di giorni cadenti e perduti, uguali e immutabili, tra sagome di uomini con i fiati in affanno, tra tremule presenze con nulla ormai da costruire, con nessuno per cui costruire. È la resa. È il declino inesorabile di un’intera regione sempre più stantia e inutile. Punta veloce e diritto al traguardo breve della desertificazione, dei tentacoli della natura che avanzeranno a riprendersi ciò che le è stato sottratto. Eppure, ricchezza a volgere lo sguardo intorno, negli ulivi maestosi che affondano le radici nella sabbia di un mare antico. E che in pochi coltivano ormai. Non intendono provarci i giovani, per l’idea che tornare contadini sia restituirsi indietro, alla terra che imbratta, alle mani indurite dalla fatica, alla verga sibilante del padrone, alla lingua che faceva più male di quella verga, alla carità scimmiesca con cui si concedeva la giornata di zappa, quasi fosse un privilegio.

Rimarrà il levante, a pettinare le erbe, a colmare i vicoli, a penetrare le case, a impattare su facce di fantasmi. Non a portare l’odore del pane appena sfornato, il borbottio delle pentole sul fuoco, il fumo dei focolai. Sarà soffio di tempesta, fruscio di pannocchie mature, battito di canne, fischio sui muri. Avrà dentro il respiro delle genti che furono. E conterrà le parole di tutti. Ma non la vita.