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LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. La rivolta dei gelsomini di Filippo Rosace (Città del Sole)

LE RECENSIONI di MARIA FRANCO. La rivolta dei gelsomini di Filippo Rosace (Città del Sole)

rivolta

«Su d’un tavolino di ferro ed alluminio, ornato dal rosso porpora d’una larga tovaglia fissata in tre punti equidistanti, sei grosse mani gesticolano freneticamente, descrivendo  invisibili  simmetrie, frutto d’una gestualità fin troppo teatrale, ma funzionale allo scopo. Quel tavolino non è sufficientemente capiente per poter offrire un adeguato spazio ai tre politici che hanno appena terminato di consumare un piatto di struncatura con aglio ed olio, “eccitata” dall’immancabile peperoncino.» Ormai da qualche ora, a Roma, nel bar-ristorante “La Vigna dei Cardinali”, Giacomo Mancini, Ernesto Pucci e Riccardo Misasi, «stanno discutendo e decidendo, fuori da ogni contesto logistico istituzionale, un percorso storico diverso che inciderà un taglio profondo e netto nel tessuto connettivo della società calabrese ed in particolare di quella reggina. Una revisione che maturerà delle conseguenze non previste, ma sicuramente sconvolgenti.»

L’accordo tra i tre esponenti politici (Pucci catanzarese, Misasi e Mancini cosentini, i primi due democristiani, il terzo socialista) su una distribuzione di “nuove opportunità” tra le province calabresi, che prevede anche lo spostamento del capoluogo della Regione da Reggio, che ne considerava il titolo un fatto storicamente acquisito, a Catanzaro innesca una forte reazione, chiamata allora e conosciuta poi come la rivolta dei boia chi molla e che Filippo Rosace definisce, invece, La rivolta dei gelsomini.

Pubblicato da Città del Sole, La rivolta dei gelsomini seleziona alcuni eventi, intrecciando pensieri e azioni di cittadini comuni, accadimenti nei diversi quartieri, da Santa Caterina a Sbarre e le prese di posizione di autorità, quali l’allora sindaco di Reggio, Battaglia e il vescovo mons. Ferro, personaggi politici (Berlinguer), giornalisti (Oriana Fallaci). Stupisce il pressoché totale silenzio su Ciccio Franco, tanto più che l’autore si dischiara di destra: ma anche quest’assenza contribuisce a evidenziare la tesi di fondo di Filippo Rosace: ovvero che la rivolta non fu “politica”, bensì “popolare”: che nacque e si sviluppò naturalmente tra la gente di ogni età e condizione sociale, ferita non dalla perdita del pennacchio bensì dal mancato rispetto della propria dignità di cittadini. Rivolta non compresa nella sua essenza dall’intellighenzia italiana e, soprattutto, dal Partito comunista, che, obnubilato da una visione ideologica, favorisce – anzi, secondo Rosace promuove – l’arrivo a Reggio (unico caso nella nostra storia repubblicana) dei carri armati in città: un’occupazione militare, che segna la fine della rivolta, e lascia svuotata di sogni e di speranze la città.

«Lo scirocco ha portato via gli echi, i suoni, le parole, gli slogan, le invettive, i comandi, le apatie e le indifferenze che hanno animato la Rivolta. Ha trascinato via anche i Gelsomini appassiti, le ginestre spelacchiate, i reggini e le loro rivendicazioni. Attori e mentalità che, dopo il febbraio del 1971, si sono lasciati inghiottire dall’oblio. Lo scirocco ha ripulito la piazza reggina di ogni aspettativa materiale, di ogni pensiero illuminista, di qualsiasi altro momento che potesse, in qualche misura, rappresentare la pietra miliare per un nuovo quotidiano. Un anno e mezzo trascorso, si potrebbe dire, invano. Lutti, devastazioni, arresti, feriti, tensioni, emozioni sono state ricondotte a delle mere rappresentazioni. I Gelsomini hanno sprigionato un profumo intenso, ma che è durato poco, molto poco.»

Romanzo storico a forte carica emotiva, indubbiamente discutibile nella selezione dei tasselli sottoposti ad attenzione e nella sua visione generale di ciò che accadde tra l’estate del 1970 e l’inizio della primavera del 1971, La rivolta dei gelsomini ha il merito di far entrare il lettore che magari l’ha vissuta da giovane nell’atmosfera che, in quei giorni, si respirava in città: che ci siano stati o meno e quali i burattinai dietro i sentimenti di tanti. “E’ come mi avessero offeso la mia mamma”, diceva il mio già anziano prof di matematica, facendo lezione in un liceo, circondato da soldati in armi. E non era il solo.

Il libro di Rosace arricchisce la piccola biblioteca di romanzi che, negli ultimi anni, e da prospettive molto diverse, provano ad affrontare quello che, insieme al terremoto del 1908, è stato il più significativo evento reggino del Novecento. Segno che, a quasi cinquanta anni dai fatti, il tema, senza uscire dalla saggistica, può entrare anche nella nostra narrativa.

Filippo Rosace, La rivolta dei gelsomini, Città del Sole, pp.360, euro 11, 90