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FIGLI di ‘NDRANGHETA. E il boss (forse) pensò: Calati juncu ca…

FIGLI di ‘NDRANGHETA. E il boss (forse) pensò: Calati juncu ca…

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Che la Calabria sconti un enorme deficit educativo e culturale e che questo avvantaggi la ndrangheta è un fatto noto da decenni e che una società ben ordinata smetterebbe anche di discutere ormai. Certo, sia chiaro, è lo stesso deficit che porta Milano a stare sotto lo scacco delle baby gang sudamericane, il Veneto all’incubo delle pietre dai cavalcavia, o espone Torino alle imboscate degli ultras, come Roma che soggiace anche al consumo massiccio di stupefacenti da parte di ragazzini. Eppure la Calabria sembra meritare una dose suppletiva di denunce e di analisi sul punto della propria infanzia e della propria gioventù. Lo stereotipo del mafioso che non si redime mai e contamina per via genetica la propria discendenza trova molti sostenitori, anche se occulti.

Quindi non è un caso che la sorte dei ragazzini di ndrangheta che vengono sottratti dallo Stato alle famiglie di origine ha assunto dimensioni, quanto meno mediatiche, di ampio raggio. E’ ancora tenuta di basso profilo la notizia che la Germania sta cercando di avere qualche informazione in più sull' affaire Reggio – minori per attrezzare anche i propri tribunali a questa soluzione.

Bene, si potrebbe dire, se anche i tedeschi ci copiano siamo a posto, abbiamo in mano la strategia giusta. Visto che scuole, chiese, associazioni sportive, famiglia e tutte le altre agenzie educative falliscono, allora meglio sottrarre i figli di ndrangheta a quel destino e portarli lontano dalla palude calabrese. Vero, se non fosse che i tedeschi intendono applicare il metodo Di Bella (dal nome del coraggioso magistrato reggino) alle famiglie di curdi, di siriani, di iracheni più esposte al rischio di radicalizzazione terroristica, non certo ai propri connazionali.

Già questo dovrebbe essere un primo campanello dell’allarme. La tentazione a creare classi di soggetti pericolosi è da sempre insita nell’evoluzione autoritaria dei sistemi di repressione. La “classe” ossia il tipo astratto agevola oltremodo l’intervento degli apparati, poiché semplifica la prova, agevola le soluzioni, favorisce una attività preventiva a largo raggio e indiscriminata. Un rischio che i tedeschi conoscono bene e che anche gli italiani dovrebbero mandare a memoria se solo avessero letto i libri giusti (almeno Benigno, La Malasetta, Einaudi, 2015).

Detto questo in generale, la questione in particolare sembra assumere ora contorni meno chiari.

E’ di pochi giorni la notizia di un giustamente compiaciuto presidente del tribunale dei minori, il dott. Di Bella, che avrebbe ricevuto da parecchi detenuti (anche al regime duro del 41-bis) attestazioni di vicinanza e di adesione alla scelta di sottrarre i propri figli alle famiglie di origine per dare loro una possibilità di riscatto e di crescita al riparo del modello mafioso.

Non bene, anzi benissimo si dovrebbe dire. I tedeschi, di fronte a questa (davvero) imprevista svolta, saranno ancora più convinti nel proprio sforzo emulativo: i calabresi hanno trovato la soluzione al dramma educativo, e non solo, del Terzo Millennio, ossia come integrare società multiculturali e multirazziali evitando i pericoli (Francia docet) dell’autoesclusione e della radicalizzazione.

Il perimetro della discussione a questo punto sarebbe esaurito.

Ogni metodo, per superare il vaglio critico cui si espone, deve consegnare dei risultati verificabili (è il fondamento della scienza moderna). Posto che come cresceranno i ragazzi portati altrove è questione che si chiarirà solo tra qualche decennio, pare chiaro che l’avallo dei genitori (o di alcuni tra essi) diviene la prova regina dell’efficacia della scelta. La pistola fumante si direbbe. I mafiosi approvano, quindi, la misura coglie nel segno.

Se non fosse. Se non fosse che sorge un dubbio. Ragioniamo a mente fredda. Le cosche, quelle più agguerrite, ricche e potenti (non quelle straccione che sono la maggioranza v. il bellissimo saggio di Gioacchino Criaco su questo giornale alcune settimane or sono) hanno un doppio problema: devono riciclare un mucchio di denaro e devono riciclare i propri figli ai fine di sottrarli a una macchina repressiva davvero efficiente e molto severa. Se riciclare denaro costa, ma è cosa che si può fare con una certa facilità in un Paese ancora generoso di condoni, evasori e quant’altro; consegnare ai propri figli un destino in cui giovarsi di quelle ricchezze, crescere, studiare e integrarsi nella modernità è più complicato. Assai più complicato e non solo nella piccola società di Calabria, ma in tutto il mondo se si pensa alla facilità dell’accesso a internet e la copiosissima informazione sulla ndrangheta. E allora? Ecco, meglio stare attenti. Meglio evitare che soluzioni generalizzate e mediaticamente sostenute, offrano paradossalmente ai boss l’occasione per “riciclare” le proprie genie. In fondo “chinati iuncu chi passa..” è una vecchia regola di ndrangheta e nulla esclude che l’onda di piena possa essere cavalcata da qualche astuto profittatore che mette in salvo così i propri, preziosi pargoli.