L’ANALISI. Statalismo e sovranismo non aiutano l’Italia. E neanche il Mezzogiorno

L’ANALISI. Statalismo e sovranismo non aiutano l’Italia. E neanche il Mezzogiorno

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Già da diversi anni per far fronte alla bassa crescita economica nazionale ed europea, e ora alla catastrofe da coronavirus, sono evocate le grandi politiche del passato: dal New Deal degli anni Trenta, al Piano Marshall della Ricostruzione, entrambi di sostanziale ispirazione keynesiana.

 La Ricostruzione dopo la guerra
Si fondavano su cospicui investimenti pubblici a sostegno della ripresa dell’economia e del lavoro, sul controllo pubblico dei sistemi creditizi e sulla diffusione dell’istruzione e del benessere contro la povertà. Ma tra quelle politiche e la loro riproposizione oggi corre un abisso, e non solo per i diversissimi contesti storici di riferimento.
Negli anni della Ricostruzione seguita alla Seconda guerra mondiale, la grande forza delle politiche democratiche europee (e statunitensi in parte eredi del New Deal), è stata il forte pragmatismo animato da passione politica e civile e bel piantato sulle gambe dei valori condivisi della libertà, della democrazia e della crescita della ricchezza collettiva.

La consapevolezza di un obiettivo comune riguardò allora tutti gli attori istituzionali, le imprese private e quelle pubbliche, i territori di diverso livello di reddito e di sviluppo, e, nonostante l’asprezza del conflitto sindacale e sociale, anche il mondo del lavoro e quello dell’impresa.
L’Italia ne è stato il più significativo esempio, proprio riguardo all’aspetto apparentemente più divisivo della sua storia: la cosiddetta questione meridionale. Il meridionalismo della Svimez e della Cassa per il Mezzogiorno degli anni Cinquanta furono condivisi da tutte le istituzioni nazionali e locali italiane, da tutte le imprese e banche pubbliche e private. Gli aiuti in parte gratuiti del Piano Marshall o i prestiti decennali della Banca Mondiale (tra le istituzioni cardine del nuovo ordine finanziario governato dal dollaro statunitense nato nel 1944 a Bretton Woods), furono destinati ad investimenti industriali in settori tecnologici competitivi e all’ammodernamento infrastrutturale dell’intero paese e ne favorirono, con un Mezzogiorno protagonista, l’acquisizione di una posizione leader nella formazione del Mercato unico europeo e tra i paesi industrializzati del mondo.

Il grande contagio
L’appello alle passate esperienze, nonostante i toni altisonanti, sembra cadere oggi nel vuoto di grandi cause e idealità comuni, in particolare se si guarda alla debole solidarietà tra stati e, all’interno di essi, tra le stesse loro regioni.
Siamo nel pieno di una contagiosissima pandemia nata in Cina e causata da un virus sconosciuto, che ha sparigliato improvvisamente i giochi finora noti. Ha stressato sistemi sanitari accreditatissimi e paralizzato economie dei paesi ricchi con i dati delle grandi crisi economiche di età contemporanea. Ha sancito la fine della leadership mondiale degli Usa.

Ma già da molti anni, sul possibile futuro del pianeta, scosso soprattutto negli equilibri ambientali, nelle dinamiche demografiche e negli assetti geopolitici, regna la massima incertezza. Sicché persino i progetti e le idee di futuro, espressione storica e necessaria delle ambizioni di soggetti e movimenti politici nel corso di grandi cambiamenti, appaiono oggi quanto mai azzardati e nebulosi. Se ciò vale per gli stati leader, figuriamoci per un paese come l’Italia, ancora tra i primi del mondo industrializzato e ricco, ma da decenni in progressivo declino del suo sistema industriale e del suo protagonismo nel contesto europeo. Figuriamoci quanto valga, a maggior ragione, per le storicamente più deboli, seppure mai statiche ed omogenee regioni meridionali.

Il Mezzogiorno, il Mediterraneo e l’allargamento a Est
All’esordio di Maastricht, nel 1992, il Mezzogiorno italiano, l’area regionale in ritardo più vasta all’interno dei singoli paesi europei, figurava – con investimenti nelle straordinarie risorse ambientali, culturali e artistiche, e nelle cospicue risorse economiche ed umane sottoutilizzate – come la prova più rilevante dell’ambizioso progetto di coesione e sviluppo costitutivo dell’Unione europea.

Il Mezzogiorno doveva essere la porta dell’intero continente nel Mediterraneo, con una zona di libero scambio da realizzare tra i paesi delle due sponde entro il 2010. Le regioni del Sud italiano, con porti strategici, progetti di reti intermodali entro i grandi corridoi TEN e le reti logistiche europee, sembravano poter colmare quel divario di infrastrutture, di sviluppo, di occupazione e di servizi sociali e di cittadinanza, che ancora le caratterizzava nel contesto nazionale e continentale.

Il progetto euro-mediterraneo, con tutta la sua originaria mole di investimenti, si è sostanzialmente dissolto per ragioni geopolitiche legate alle guerre arabe, al terrorismo islamico e alle crisi migratorie, quindi in seguito alla grande crisi finanziaria del 2008-2011, che ha colpito soprattutto i paesi della sponda Nord mediterranea, riallineati entro i parametri europei con programmi pesantissimi di contenimento della spesa pubblica. Tra questi l’Italia, e in Italia, soprattutto le regioni meridionali.

Nelle strategie dell’Unione europea si è invece consolidato l’allargamento ad Est, non solo con fenomeni massicci di delocalizzazione industriale, ma anche con la creazione di aree valutarie privilegiate (non euro, ma sostenute da politiche regionali particolarmente generose). Entrambi i fenomeni hanno parzialmente neutralizzato l’effetto delle stesse politiche di coesione nelle regioni meridionali.

Lo sviluppo del Sud
In Italia durante la crisi finanziaria il crollo della produzione industriale, dell’occupazione e dei consumi è stato doppio nelle regioni del Sud rispetto a quello già fortissimo delle aree del centro Nord. Le stesse circostanze hanno frenato l’evoluzione dell’Europa monetaria ed economica verso quella politica, consegnandoci oggi un edificio europeo fortemente indebolito nella sua missione e funzione originaria.
Dalla crisi tuttavia il Mezzogiorno si stava riprendendo, facendo registrare dal 2015 un incremento del Pil moderato, ma fino al 2017 spesso anche superiore a quello del Centro-Nord, anche grazie alla maggiore attenzione dedicata dai governi di centrosinistra all’innovazione industriale e ad investimenti infrastrutturali e di riassetto del territorio urbano, riassunti nel 2017 nei cosiddetti “patti per lo sviluppo”; tuttavia rimanendo ancora al di sotto dei dati economici del 2008.

Le riforme mancate e il ritorno dell’assistenzialismo
La sconfitta per referendum, nel dicembre del 2016, della riforma istituzionale che voleva abrogare il titolo V della costituzione (introdotto nel 2001, sotto l’incalzare del successo della Lega Nord) e quindi restituire allo Stato centrale competenze trasferite alle Regioni – ma vitali per lo stesso funzionamento della macchina politica e amministrativa- ha ahimè segnato la fine di un possibile percorso di ammodernamento istituzionale e di maggiore coesione territoriale.

Quindi, lo tsunami elettorale del marzo 2018, ha mandato al governo del paese il velleitarismo programmatico delle forze politiche autodefinitesi “del cambiamento”, con il palingenetico slogan del “nulla sarà più come prima”. Così in parte è stato. Infatti quasi tutto è persino peggiorato: per l’intero paese che degli investimenti strategici ha visto solo il blocco; ma soprattutto per il Sud, riconsegnato con un reddito di cittadinanza mal concepito e peggio erogato, con quota 100 e l’anticipo dei pensionamenti, con il blocco dei cantieri, con il moralismo giustizialista, alla peggiore delle sue identità, già in passato alla base di veri e propri pregiudizi.

Il Sud è tornato a presentarsi come un’area di sussistenza pronta a sostenere soprattutto le ragioni della sua popolazione più anziana e ad alimentare ulteriormente la drammatica emorragia dei propri giovani più attivi e preparati. Il freno allo sviluppo, sostenuto da ragioni ideologiche, è stato in un solo anno talmente vistoso da creare ostilità nella stessa componente leghista della maggioranza, interessatissima soprattutto agli investimenti localizzati al Nord, tra cui la realizzazione dell’Alta Velocità ferroviaria Torino-Lione.

Nel governo successivo giallo-rosso, quello attuale, nonostante la diversa qualità di buona parte del personale politico e di governo, e nonostante la riproposta centralità del valore nazionale ed europeo di un Piano per il Sud, con investimenti strategici capaci soprattutto di fermare l’emorragia dei giovani più qualificati, il Pd non è riuscito finora a neutralizzare i capisaldi della ideologia dei 5 Stelle, riassumibile nella formula sostanzialmente anti-imprenditoriale e antidemocratica della nazionalizzazione dell’economia  e della privatizzazione della democrazia. Fino alla tolleranza procedurale nelle decisioni parlamentari della funzione di una piattaforma di rete di proprietà della Società Casaleggio Associati.

Al contrario, il timore da parte dei Democratici di una vittoria elettorale della destra, ha messo in mano ai 5Stelle una potente arma di ricatto per acquisire posizioni di potere in ognuna nelle sedi più rilevanti delle funzioni pubbliche, dalle comunicazioni ai grandi gruppi imprenditoriali pubblici e privati, rivelando una capacità spartitoria e compromissoria superiore a qualsiasi altra competenza.

 L’impatto dell’epidemia
L’epidemia, presto pandemia, ha dunque in Italia solo apparentemente  imposto scelte politiche, economiche e istituzionale dai tratti inediti: dall’isolamento forzato, allo Smart working, alla sospensione della stessa democrazia parlamentare con all’uso prevalente dei Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri a scapito delle Camere, della Corte costituzionale e della stessa Presidenza della Repubblica (lo ha peraltro più volte denunciato un costituzionalista del calibro di Sabino Cassese).

Il “nulla sarà più come prima” ha trovato solo un’ulteriore spinta nel coronavirus; che però sta presentando anche il conto di un organismo sconosciuto e difficilmente domabile innanzitutto dal punto di vista epidemiologico e medico. Ha scoperto tutte le fragilità di un sistema sanitario considerato perfetto come quello lombardo (che ha retto solo grazie al sacrificio eroico del personale sanitario), mentre è stato clemente verso le regioni del Sud, che pur con strutture sanitarie in genere meno solide o ritenute tali, sicuramente sotto-finanziate rispetto a quelle del Nord, hanno anche potuto guarire nei loro reparti di rianimazione diversi contagiati dalla Lombardia.

Ha rivelato nei cittadini del Sud capacità di disciplina verso le regole stabilite, e ha persino orientato il pregiudizio del contagio, dal Sud verso il Nord. La ipotizzata aspirazione collettiva alla solidarietà e ad un disegno condiviso di maggiore giustizia economica e sociale è smentita dalle molteplici divergenze tra le istituzioni territoriali che appaiono sempre più divise e in conflitto. I limitatissimi episodi di ribellione sociale per la lentezza burocratica del sostegno agli immediati bisogni essenziali, non è diventata una bomba sociale in mano alla mafia, semmai assai più interessata alle imprese di tutta Italia in difficoltà che ai poveri disperati.

La risposta statalista e sovranista
Tra le forze di governo c’è chi dichiara di contare ancora sulla irreversibile fine del capitalismo e sulla risposta statalista a tutte le crisi delle imprese accrescendo la presenza dello Stato nelle industrie chiave e ipotizzando persino la ricostituzione dell’IRI, dimenticando che l’Iri nacque alle origini nel 1933 con un grande progetto di riforma del credito e non con un progetto di nazionalizzazione delle industrie salvate, che infatti vennero restituite al mercato nella grandissima maggioranza, e che l’Iri nei suoi decenni migliori, fu un ente pubblico privatistico finanziario, intermediario tra lo Stato e il mercato.

Tra le dichiarazioni e i fatti c’è ancora per fortuna un abisso: nessun nuovo Iri al servizio delle politiche industriali governative e dello sviluppo del Mezzogiorno (come divenne dal 1956 con la conseguenza di snaturarne la missione e indebolirne la capacità imprenditoriale), è stato partorito ad esempio per l’Ilva di Taranto, o per le concessioni autostradali.  E tuttavia proprio nelle ultime ore il sottosegretario 5Stelle allo sviluppo economico si è inventato “lo Stato azionista di supporto” per le grandi imprese, col progetto fantasioso del raddoppio dei capitali privati e con l’obiettivo ritirarsi dopo qualche anno “senza aggravi per l’impresa”.

C’è chi inoltre punta sul rafforzamento dei meccanismi redistributivi, in sé giusti ed urgenti, ma attraverso l’estensione all’emergenza del reddito di cittadinanza (cosa ben diversa dalle politiche di inclusione economica e sociale e dalla garanzia a tutti cittadini di uguali diritti e servizi di cittadinanza). C’è chi guarda al superamento della democrazia parlamentare a favore della democrazia di rete. C’è chi vanta il pugno di ferro con le istituzioni europee per ottenere grandi ammontare di aiuti a fondo perduto. Tra le forze di opposizione, ma non solo, c’è chi opera per rendere definitiva la crisi dell’Unione e dell’Euro con lo sguardo variamente rivolto ad una nuova protezione estera, cinese o russa.

Ma già ogni velleitarismo è costretto a fare i conti con i pericoli istituzionali e di controllo sociale legati alla rottura della solidarietà tra istituzioni territoriali o tra il governo nazionale e le istituzioni europee di cui partecipa. Sicuramente nessuna utopia di rigenerazione palingenetica resisterà di fronte ai dati che la crisi economica e la sua probabile lunga durata annunciano già per l’Italia e per il Sud dalla fine del 2020: -8,% di Pil e un deficit complessivo del 160%, nel caso ottimistico che non ci sia una nuova ondata di infezioni a fine anno.

 C’è bisogno di serietà
Non resta che tornare ad essere seri: sostenere con il massimo della determinazione e della coesione, una ripresa che può essere affrontata solo unendo le forze e portando a termine gli accordi ormai maturati in sede europea anche con decisioni innovative riguardo a strumenti finanziari vecchi e nuovi (sospensione del Patto di stabilità, MES senza condizionalità, BEI, Recovery Found).

Urge soccorrere con rapidità e mezzi adeguati e ai diversi livelli necessari, vincendo insopportabili lentezze burocratiche, le esigenze improrogabili di tutti, dagli imprenditori ai lavoratori contrattualizzati e non,  precari e persino in nero. Non si può che ripartire con gli investimenti strategici per i quali in sede europea sembra esistere oggi la massima disponibilità proprio nella direzione che indicano da tempo le nuove emergenze ambientali, economiche, sociali e oggi anche sanitarie.

Urge prioritariamente sostenere la ricerca per l’individuazione e la produzione di un vaccino. Immediatamente dopo verrà il tempo delle utopie; confidando che ne siano maturate di più alte rispetto a quelle emergenti nei nostri giorni e che siano all’altezza della causa del progresso dell’umanità. Torniamo ad essere seri ripartendo da ciò che di meglio esiste già, è già stato realizzato e programmato finora anche nelle regioni del Sud con visione nazionale e globale. E’ l’unica nostra possibilità di futuro. “We were so beautiful”, cantano proprio oggi i Rolling Stones in Living in a ghost town.  Non è stato e non è sicuramente per tutti così e non è giusto. Facciamo semmai in modo che lo diventi.

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*Leandra D'Antone, Professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma La Sapienza, insegna Storia economica alla Scuola Superiore di Catania. Studiosa delle politiche pubbliche e territoriali italiane, in particolare nel loro rapporto con la cultura tecnico-scientifica, per la Donzelli ha partecipato alla "Storia del capitalismo italiano" (2001) e ha curato il volume "La rete possibile. I trasporti meridionali tra storia, progetti e polemiche" (2004). Tra le sue pubblicazioni più recenti "Senza pedaggio. Storia dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria" (Donzelli, 2008) e "La storia e le trasformazioni nel tempo" (con M. Petrusewicz, Donzelli, 2015)

*questo intervento è già apparso sul quaderno 8 della Fondazione PER (Progresso Europa Riforme)