D'ALEMA e il CORONAVIRUS (Grande è la confusione sotto il cielo: Donzelli ed.))

D'ALEMA e il CORONAVIRUS (Grande è la confusione sotto il cielo: Donzelli ed.))

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‘’Io penso che questa crisi prodotta dal coronavirus non è il cigno nero che cambia la prospettiva, ma accentua, in modo per certi aspetti rovinoso, tendenze che erano già in atto. E’ evidente che la situazione ci mette di fronte a due diverse opzioni: o la crisi spingerà indietro gli equilibri internazionali e la situazione sociale oppure potrà essere colta come l’occasione di un cambiamento necessario’’. In due interventi ad un incontro su Etica e politica della globalizzazione del 12 maggio scorso (grazie alla trascrizione di Giovanna Ponti) Massimo D’Alema ha fornito il suo pensiero. Che in estrema sintesi e’ questo e che in estensione troverete in un libro in uscita da Donzelli, Grande è la confusione sotto il cielo.

   La tutela della salute delle persone – dice dunque D’Alema - non è un lusso che ci si può concedere, diciamo dopo la crescita, ma diventa una precondizione dell’attività economica. Questo cambia la gerarchia dei valori. Il welfare diventa elemento fondamentale di una strategia di ripresa. Investire sui diritti sociali, sulla salute, sui sistemi sanitari sarà uno dei volani della ripresa e questo è un cambiamento sostanziale. Il ruolo del pubblico, dello Stato diventa fondamentale. Il ruolo pubblico fu fondamentale anche dopo la crisi finanziaria del 2008 perché si uscì dalla crisi attraverso un enorme trasferimento di risorse pubbliche alla finanza privata.

Nelle relazioni internazionali la crisi richiama la necessità di un rafforzamento degli strumenti, delle regole e delle politiche di cooperazione. Indubbiamente l’impatto della pandemia è stato aggravato dal clima di scarsa cooperazione internazionale, dalla debolezza degli organismi internazionali, però dall’altra parte noi rischiamo di uscire dalla crisi con un aggravamento di tutte le tensioni. Io penso che il ruolo dell’Europa può essere fondamentale, ma onestamente in un quadro di accentuato conflitto tra le due grandi potenze, Stati Uniti e la Cina, non so che cosa l’Europa possa ragionevolmente fare. Già il partito anti-cinese è all’opera anche in Europa, in un clima di nuova guerra fredda. La Cina è un grande protagonista dello scenario politico, economico e mondiale imprescindibile e soprattutto l’Occidente anglosassone fatica a capirlo. L’ascesa economica della Cina negli ultimi trent’anni è stata sempre sottovalutata: sembrava che dovesse bloccarsi ogni momento. Noi siamo cresciuti con l’idea che potesse esserci un modello unico e l’idea che potesse esserci un modello diverso che aveva successo, non rientrava negli schemi del pensiero unico dominante.

Nel frattempo la Cina che l’autorevolissimo Economist dava per finita nel 1990 , sta diventando la più grande potenza economica del mondo. E’ uscito un bellissimo libro di Branco Milanovic sul capitalismo dove l’autore mette a confronto il modello del capitalismo liberale meritocratico con il modello del capitalismo di Stato. La Cina alla fine degli anni ottanta rappresentava il 2% del Pil del mondo, nel frattempo il Pil è cresciuto quattro volte, ed ora la Cina rappresenta il 20 %. E’ cresciuta da 2 a 80 ed è una cosa che non ha precedenti.
Una parte importante della cultura americana considera la Cina come una variante del modello sovietico. Questa secondo me è una lettura superficiale perché non tiene conto della storia cinese e di quanto il marxismo cinese si sia ibridato con il confucianesimo, con la cultura cinese. Di fatto il sistema cinese ha delle flessibilità che il modello sovietico non aveva. Il modello sovietico era anelastico e quindi a un certo punto si è spezzato. Io penso che con la Cina dovremo fare i conti.

Certo – e’ il pensiero di Massimo D’Alema - la Cina è uno dei paesi più esposti ai rischi di una parziale deglobalizzazione perché tutta la sua economia è stata fortemente proiettata verso le esportazioni, ma anche qui, io penso che questa crisi non ha vincitori, ma penso che la Cina è il minor perdente. La Cina ha investito molto di più sulla innovazione e sulla ricerca, anziché soltanto sulla produzione di beni a basso valore aggiunto. La Cina è stata la fabbrica del mondo, ma oggi non è più così. Una parte di queste produzioni si sono trasferite in altri Paesi asiatici, mentre i cinesi hanno investito sull’innovazione (la Cina ha superato gli USA in produzione di brevetti). E poi hanno investito sul recupero ambientale, anche per avere consenso interno e quindi meno inquinamento, hanno puntato sulla ricerca e hanno aumentato i salari. Ciò ha consentito al mercato interno di diventare un volano più importante del passato nel sostegno dell’economia e della crescita cinese. Io penso che queste novità non siano comprese da chi si occupa di studiare la Cina.
Naturalmente le democrazie devono aprire un confronto con la Cina e qui fare valere i nostri valori. ‘’Non mi arrendo – dice ancora D’Alema - all’idea che i sistemi autoritari funzionino meglio della democrazia, anche se la democrazia è malata (non produce più classe dirigente, non produce stabilità, non produce più progetti), ma questo è un altro tema che andrebbe però affrontato a parte. L’idea trumpiana del confronto con la Cina, anche per togliersi dalle spalle la cattiva gestione della pandemia, scaricando la colpa sugli untori cinesi mi sembra veramente uno dei momenti più bassi della leadership occidentale. Non so se l’Europa sarà in grado di svolgere un ruolo in questo senso. Io non potrò mai dimenticare che durante la crisi del Libano per ottenere una bella risoluzione unitaria del Consiglio europeo dovetti andare a Washington a cena con Condoleezza Rice per trovare un accordo, altrimenti una risoluzione sul Libano il Consiglio europeo non l’avrebbe fatta. In quella occasione feci una battutaccia come quelle che mi vengono e a Condoleezza Rice dissi: “Ho capito cos’è la globalizzazione che per avere una risoluzione del Consiglio europeo devo venire da te e per sapere cosa puoi fare tu devo passare da Gerusalemme”.