L’INTERVENTO. Quando nacque la Cassa del Mezzogiorno

L’INTERVENTO. Quando nacque la Cassa del Mezzogiorno

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In tempi di discussioni sulla ricostruzione del Paese a causa dell’epidemia coronavirus, su Stato azionista e nuova IRI, è utile rammentare ai tanti immemori che cosa avvenne 70 anni fa, il 1950, l’anno dell’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e quale fu l’atteggiamento dell’allora opposizione.

  Per il Pci e il movimento operaio il 1950 era iniziato nel modo peggiore, con l’ennesimo eccidio di lavoratori avvenuto a Modena il 9 gennaio. Ne erano seguite le dimissioni del presidente del consiglio De Gasperi e, di lì a poco, la nascita del sesto governo guidato dal leader democristiano. Il programma del nuovo esecutivo - improntato a una “svolta ‘produttivistica’” affrettata anche dalla necessità di contrapporre una proposta del governo al “piano del lavoro” lanciato dalla Cgil di Di Vittorio – presentava significative novità, la maggiore delle quali era il progetto ‘poliennale e straordinario di opere e iniziative pubbliche a favore delle zone depresse e quindi prevalentemente del Mezzogiorno’, rispetto a cui lo Stato si impegnava ad avviare un deciso e robusto intervento.

   La presenza nell’esecutivo di ministri quali Campilli, La Malfa e Petrilli, col “compito di coordinare i programmi di spesa”, costituiva una garanzia dell’impegno preso, e non a caso, intervenendo alla Camera, Togliatti giudicò il nuovo quadro politico “un grande successo dei partiti operai e dei sindacati”.

   E anche Giorgio Napolitano, in sede memorialistica, sottolineerà l’influenza del “movimento operaio e popolare”, e in particolare del “piano del lavoro”, nel determinare tale svolta.

Del resto, il fatto che negli ultimi mesi stessero giungendo segnali nuovi da settori importanti delle classi dirigenti, con l’obiettivo di una politica economica più dinamica da parte del governo, era stato percepito dai comunisti, i quali già sul “piano casa” presentato da Fanfani avevano scelto una logica emendativa sostanzialmente non ostile al provvedimento.

Più in generale, sui temi politico-economici, nella Direzione del Pci Mauro Scoccimarro aveva sottolineato la “necessità di passare da una posizione propagandistica ad una attività concreta”, rilevando che su questo versante ci si era venuti a trovare “a fianco di forze borghesi d’accordo sulla necessità di una politica produttivistica”. In questo stesso quadro era stata dunque concepita e avviata l’iniziativa del “piano del lavoro” della Cgil che, osservava ancora Scoccimarro, “riflette posizioni nostre e sulle quali concordiamo": la politica economica del Pci, di fronte alla bozza di progetto istitutivo della Cassa per il Mezzogiorno, esprimeva ampie riserve: “Che cosa la finanzierà? Fondi già esauriti. Essa ha un chiaro significato di organizzazione di gruppi monopolistici”.

 Nelle settimane precedenti, lo scontro sociale e politico

nel Paese si era infatti acuito. Il 18 marzo il Consiglio dei ministri aveva approvato una serie di misure che consentivano ai prefetti di vietare ogni manifestazione per tre mesi in caso di incidenti, oltre che i comizi nei luoghi di lavoro e la “diffusione militante” della stampa; ne erano seguiti scioperi e cortei, su cui in alcuni casi la polizia aveva aperto il fuoco, provocando tre morti in pochi giorni. Come scrive Giovanni Gozzini, “mai come ora governo e sinistre appaiono mondi lontani e assolutamente inconciliabili”.

Vi era insomma una contraddizione, come ha ricordato Alexander Hobel, un giovane ricercatore in un pregevole saggio apparso ben sei anni fa sui Quaderni Svimez, tra le nuove istanze di politica economica che pure andavano emergendo e una gestione del conflitto sociale e politico nel Paese nella quale

invece il governo non manifestava alcun segno di apertura; le prime avvisaglie di quella che sarebbe stata la guerra di Corea contribuivano ad accrescere la tensione.

  D’altra parte la stessa politica del “terzo tempo sociale” caldeggiata da Dossetti,  vicesegretario democristiano, conteneva forti e coraggiose aperture ma si inseriva in una linea più complessiva della Dc, che raccoglieva alcune sollecitazioni in materia sociale provenienti dall’opposizione sebbene in “una logica di appropriazione e svuotamento” di tali proposte, cosa che andò manifestandosi in termini molto chiari riguardo allo “stralcio” di riforma agraria".