LA CONFESSIONE. Questa Reggio è la mia Reggio

LA CONFESSIONE. Questa Reggio è la mia Reggio

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Questa Reggio è la mia Reggio, punta di lancia tra due mari antichi, montagna spianata verso i flutti e il sale marino nell’ossigeno che respiriamo. Questa è Reggio, città di salite e discese, di antichità orgogliose e futuro asciutto, di solitudini atroci e di folle gaudenti, di Coppi e Bartali sempre in fuga l’uno contro l’altro, la città dell’amore e dell’odio, dei pistoleri e degli artisti folli, dei sognatori e dei cinici, dei faccendieri e degli sfaccendati.

La città di famiglie belle e  unite e di affetti profondi, la città di famiglie false e traditrici e di crudeltà sottili, la città del passo prima io e del prego passi pure, del caffè pagato agli amici e del pizzo pagato ai nemici, questa è Reggio che fa discutere, che fa ammattire, che si comprende senza capirsi, luminosa e oscura, diabolica e angelica, Reggio contraddetta, Reggio delusa e sfiancata, Reggio entusiasta e infantile, la marmellata del bambino e l’aspide della regina.

Questa Reggio è la mia Reggio, distesa sullo stretto come la Maya desnuda, come una preda scuoiata e sanguinante, i fiori dei ciliegi e dei mandorli, la zagara e il gelsomino e l’immondo puzzo dell’incuria. Reggio e le sue faglie da terremoti omicidi da cui si sprigionano gas che modificano la genetica, e i geni diventano pazzi, e i pazzi sembrano tutti felici, e forse davvero lo sono, passeggiando sul corso e lanciando ombrelli per aria.

Questa è Reggio, e questo è il suo popolo, i suoi figli degeneri, i suoi figli piangenti con valigie già fatte appena nati, i suoi figli che s’incrociano come lame di Toledo, eternamente assorti in tornei con in palio pennacchi, Lucignoli, Pinocchi e Fate Turchine evasi dalle fiabe e gongolanti nel chilometro di teatro , di sfondo azzurro e metafisico che ti viene voglia di chiamare il creatore e dirgli grazie, ma poi ci ripensi, perché non lo hai scelto tu di nascere qui, non l’hai voluto tu, è stata la fortunata coincidenza del destino e il maledetto incrocio della storia, la storia d’invasioni e di tormenti, di dominazioni e servitù, di orgoglio e di rabbia, di amore e di morte.

Questa Reggio è la mia Reggio, con il suo mare chiuso e il suo affaccio sullo Stretto, ad ammirare le due Lune, una sopra tra le stelle e una sotto tra le luci siciliane, e prendi fiato e dici cosa me ne faccio di tutta questa bellezza, siamo il gatto di Schrodinger vivo e morto insieme,  ci accarezzano contropelo tirandoci la coda e noi facciamo “miao”, delusi già prima di nascere, i gas del terremoto alle narici e quell’azzurro marino che è un terno ed è un tarlo, come questa bellezza, miracolo e dannazione, ti amo, ti odio, cambia e resta così, non mi lasciare mai, scapperò da te, madre, moglie, amante, figlia, questa Reggio è la mia Reggio, non posso farci nulla, non posso cancellarti, niente può cancellarti, non posso redimerti, non posso redimermi, e allora ti canto.

Ti canto, Reggio, come un vecchio Blues fuorilegge, come un laudate misterioso, come una gloria e un requiem, ti canto senza parole, solo musica, antica e misteriosa, una musica che viene da lontano, l’orchestra dei fantasmi che suona e ride, che teneramente ci sprona al ballo, e invita alla concordia i nostri sguardi assassini, mentre la locomotiva del futuro passa veloce e noi facciamo ciao ciao con le manine, vattene via mondo, il mondo è tutto nella mente, e la nostra è satura di gas. Questa è Reggio che balla, canta, mangia e cerca grazie.

Allegra come gli alberi della Via Marina. Disperata come i ghetti gitani dei suoi figli martoriati. Reggio bella e gentile, ne ho sentito parlare nell’era dei sogni ad occhi aperti, e poi mi capita di vederla così, a tratti, gentile e zoticona, ottimista senza motivo, matta come i suoi abitanti, come i suoi uomini burberi e pronti alla commozione, ospitali e spigolosi, o come le sue donne giardini di madri e fiori di amanti, in infradito e pareo nella via marina a contendersi la luce.

Questa Reggio è la mia Reggio, vortice della storia antica e paradigma del presente, creatura viva di cemento e travi crude al sole dello Stretto, abbandonata e presente, la città dove anche gli atei possono avvertire la carezza del creatore e sussurrargli preghiere affettuose, affacciati sullo stretto, con il ricordo del profumo del gelsomino come un ossigeno personalizzato, ricco di sale marino, di vendetta e di riscatto. E ci siamo nati, e ci vogliamo morire, simulacri di un desiderio, gatti vivi finalmente, orgogliosi perdio, orgogliosi, orgogliosi.

Questa Reggio è la mia Reggio, e sono suo figlio, e guai chi la tocca, suonate pure trombe e sventolate bandiere, noi suoneremo campane, e non smetteremo mai di amarla.