LA RECENSIONE. Ma la Calabria di Muccino è tutta pregiudizio coppole e distintivo

LA RECENSIONE. Ma la Calabria di Muccino è tutta pregiudizio coppole e distintivo

muccino

Diciamolo chiaramente: gran parte del budget per il “corto” di Muccino sulla Calabria è stato speso per affittare un asino: non se vedono in circolazione da qualche decennio, tranne uno, a Gambarie, giustamente chiamato “Rocco” per via delle dimensioni che fanno impallidire il popolare Siffredi.

Gli occhi vedono ciò che la mente vuole. Gli occhi di Muccino risentono dei filtri Instagram, e la sua mente dello stereotipo assoluto che ci tormenta e ci condanna da almeno tre secoli ad essere la zona “esotica” della nazione. La nostra è “La palla al piede” raccontata dallo storico De Francesco nel libro omonimo (edito da Feltrinelli) che nella visione tutta latte e miele del regista si trasforma in una “Clementina”, alla quale siamo incatenati da un pregiudizio sapientemente costruito e alimentato con ancora maggior vigore negli ultimi decenni.

Non si sfugge: le coppole in testa, che noi calabresi vediamo solo nei film di gangster anni 60, i giovani sfaccendati in canotta nelle piazze che fanno l’occhiolino al passaggio dell’eroe con la sua bella (mancava soltanto la battuta “attia lupu”), i vecchietti che giocano a briscola con quell’aria burbera ma poi sono tutto cuore e ‘nduja, il mare di Tropea moltiplicato per venti inquadrature da posti diversi, le case ottocentesche passate indenni da terremoti e devastazioni, la natura selvaggia piegata ad una agricoltura intensiva che neanche il duce della battaglia del grano avrebbe fatto di meglio, la musica terrificante di sottofondo in perfetto stile “Il Padrino” con zufoli e nacchere. Una condanna. Una bugia perpetrata con noncuranza, con lo stesso impegno profuso da gran parte degli intellettuali (locali e non) nel comprendere e raccontare questa terra tanto bella quanto dannata.

Uno spot pubblicitario in piena regola, si potrebbe obiettare; in tal caso è una promozione che configura un vero e proprio reato: falso ideologico. Un falso scarabocchiato, rabberciato, abbellito con trucchi da prestigiatore di un circo di serie D. Il “latte alle ginocchia” (quelle della bella attrice, sapientemente inquadrate all’inizio del filmetto) inonda oggi l’intera Calabria. La rappresentazione pro-diabete suscita ironia, risate anche grasse, ma incentiva la rabbia degli onesti, e di chi si ostina a volere una narrazione quanto più possibile verosimile della nostra realtà.

Noi poveri indigeni siamo legati a due carri che procedono in direzione opposta: da un lato l’epica dei banditi, l’esaltazione sottile dei sanguinari mafiosi che infestano il nostro territorio (un esempio cinematografico fulgido è il nauseabondo film “lo Spietato”, regia di De Maria con Riccardo Scamarcio), dall’altro la descrizione bucolica tutta formaggio, suppizzata e famiglia che sta alla realtà come le mosche stanno alle sale operatorie.

La Calabria non è questa, gentile Muccino, la Calabria è molto di più. Non siamo un villaggio vacanze, non siamo una terra agricola, non siamo affamati solo di belle donne e di pecorino. Siamo carichi di problemi, è vero. Ma siamo immersi nella modernità, le nostre eccellenze disperse nel resto d’Italia o anche all’estero rivaleggiano con i migliori, la nostra storia è poderosa, ricca, drammatica.

La Calabria non è quella che raccontano. Noi calabresi siamo condannati ad essere perennemente diffamati, scontando una pena assai maggiore delle colpe che nessuno nasconde. Retorica e manierismo, nell’arte come nella politica non ci aiutano.

Ci hai preso in giro, regista. Per dirla alla calabrese, “ndi sputtisti”. E noi ridiamo, perché sempre allegri bisogna stare. Tranquillo, siamo abituati.