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La politica sappia che il futuro lo abiteremo tra un istante. FRANCO

La politica sappia che il futuro lo abiteremo tra un istante. FRANCO

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di MARIA FRANCO -

Delle tre dimensioni del tempo, quella che più ci appartiene è il passato. O, meglio, quel po’ di passato di cui siamo consapevoli e quello che ci è rimasto, sedimentato nelle rughe del volto e nei solchi, tristi o lieti dell’anima.

Il futuro è una speranza e una vertigine di vuoto. “Ci vediamo domani”: ci salutiamo con tranquilla sicurezza, eppure , che ce diciamo o meno, sappiamo che niente e nessuno ci può dare la sicurezza assoluta che, domani, saremo ancora tra i vivi.

Il presente, che sembra la dimensione più ampia, quella in cui si può distendere il nostro pensiero e la nostra azione, è un susseguirsi veloce di fotogrammi, il primo già “passato” e il secondo prossimo “futuro”.

Nel mentre scrivo questa nota, le righe che ho già scritto sono “passato”. Morissi in quest’istante, resterebbero “ferme” sul computer. Quelle che stanno ancora nella mia mente hanno bisogno di un po’ di minuti “futuri” per trasformarsi in segni sul foglio.

Per questo, il presente è influenzato dal passato – per tornare all’esempio: non posso scrivere, oggi, se non sulla base di quello che ho imparato ieri – e prepara continuamente il futuro.

Se inizio a comprare frutta e verdura al mattino e cucino nel pomeriggio per una bella rimpatriata tra amici, non faccio che preparare, fin dal mattino (passato) e nel presente (pomeriggio) il piacere della serata (futuro). Se sto all’università, vivo l’oggi, ma con la prospettiva, futura, di fare il medico o l’ingegnere. E così via, per qualunque cosa.

Tanto che si è davvero morti, anche se apparentemente vivi, quando non si percepisce più il senso del futuro.

Nessuno di noi possiede il futuro che, per quanto programmato scientificamente, avrà le sue sorprese e le sue originalità: perché gli uomini, sia come singoli che come comunità, non sono equazioni matematiche con uno svolgimento predeterminato.

Eppure, il futuro, singolo e collettivo, dipende da noi. Non siamo in grado di determinare se vivremo, se saremo in salute, se potremo assumere questo o quell’incarico, ma possiamo lavorare sul modo in cui affronteremo i problemi e le opportunità che il domani ci porterà.

Vale per i ragazzi che stanno a scuola – nessuno è in grado, con l’accelerazione che la storia sta avendo, di prevedere davvero che cosa è meglio imparare, ma tutti sanno che, se si apprende davvero un metodo di studio, che se ci si forma una mente duttile e flessibile, ce la si farà, qualunque sarà il compito da affrontare.

Vale per la politica. Che deve cogliere i bisogni dell’oggi, ma sapendo che il tempo non finisce oggi. Che bisogna guardare ai nonni, ai padri, ai figli e ai figli dei figli. Con i limiti, certo, delle nostre capacità di previsione, ma pure con la consapevolezza che, se il presente, è il tempo in cui viviamo in quest’istante, il futuro è il tempo che vivremo domani. Il luogo che abiteremo già tra qualche istante.

Non è il nostro sogno, il futuro. È, già, la nostra realtà. Forse non come singoli, ma, certo, come collettività.

E, quindi, non può essere l’abuso lessicale dei falsi venditori di padelle, magistralmente descritti da Antonio Calabrò lavoro serio. Per chi si occupa di politica. Per chi si occupa di scuola. Per chi, comunque, si occupa della società.