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Re-Action city e il rapporto tra cinema e architettura SCARFO'

Re-Action city e il rapporto tra cinema e architettura SCARFO'

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di GIOVANNI SCARFO'* -

Non ho ancora visto il docufilm “Re-Action City: azioni per una Reggio Visionaria”, presentato al cinema-teatro Siracusa qualche giorno fa. Ho potuto solo leggere gli obiettivi che si proponeva il gruppo di giovani autori guidati, in primis, dall’architetto Consuelo Nava e dal regista Fabio Mollo; obiettivi raggiunti visto il gradimento del pubblico che ha decretato il grande successo della serata.

Non l’ho visto, però mi ha rievocato il rapporto cinema- architettura che, insieme al rapporto cinema-letteratura e cinema-pittura, è stato spesso oggetto di riflessioni sotto diversi aspetti. Nel senso che ci sono registi che raccontano le loro storie non solo attraverso i personaggi,   ma anche   attraverso il paesaggio-architettura che diventa protagonista, da una parte perché i personaggi si collocano in rapporto al paesaggio, dall’altra perché il paesaggio diventa esso stesso personaggio.

E’ per esempio il caso del film “L’Avventura”(1960) di Michelangelo Antonioni, che ha per protagonisti un gruppo di persone che, alla lettera, vive un’ avventura inaspettata; ma, in effetti, nella loro realtà apparente, sono alla ricerca di se stessi; così come Sandro e Claudia sono apparentemente alla ricerca di Anna, mentre nella storia si dipanano le loro crisi reali. La professione di Sandro, architetto, è solo un pretesto per servirsi dell’architettura siciliana e dei significati che essa esprime.

Che cosa sono oggi le città per noi? - si chiedeva Italo Calvino in un conferenza tenuta a N.Y nel 1983- Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città”.

Il cinema si è posto varie domande in questo senso, cioè sulla funzione e il significato della “sua” forma architettonica. Se li pone La grande bellezza cosi come se le sono poste “L’Avventura” e “Il ventre dell’architetto” (1986) di Peter Greenaway: “un dramma psicologico che narra la vicenda di Stourley Kraklite, un architetto nordamericano in visita a Roma per allestire una mostra dedicata ad un suo predecessore Etienne Luois Boullèe(1728/17899); film pretesto per riflettere sull’ immaginario collettivo della nostra attuale società, nonché un grande affresco di Roma”…

Il film di Sorrentino può essere visto anche come l’identificazione dell’architettura di Roma intesa come “comunicazione nella dimensione dell’antropologia culturale che è un modo specifico di osservare l’uomo e le sue attività…ovvero nel momento in cui appare convincente la sua capacità di comunicare altro, di divenire media.”(Virgilio Vercelloni, Comunicare con l’architettura).

Ma Rea-ction ricorda molto di più il percorso di un regista cult per chi scrive, Eric Rohmer, che, all’inizio della sua carriera cinematografica realizza quattro documentari su Parigi, “La città nuova” ( LA CASA A RICHIESTA, INFANZIA DI UNA CITTA', LA DIVERSITA' DEL PAESAGGIO URBANO, LA FORMA DELLA CITTA' ), che tracceranno anche il percorso dello spazio filmico dei suoi film, già delineato quando  il critico-regista francese hadedicato uno studio al tema dell'organizzazione dello spazio in Faust(1926) di Murnau:

«Spazio pittorico. L'immagine cinematografica, proiettata sul rettangolo dello schermo, viene percepita e considerata come la rappresentazione più o meno fedele, più o meno bella di questa o quella parte del mondo esterno. - Spazio architettonico. Queste stesse parti del mondo, naturali o ricostruite, così come la proiezione sullo schermo ce le presenta, più o meno fedelmente, sono dotate di una esistenza obiettiva che, a sua volta, può essere oggetto di un giudizio estetico in quanto tale. È con questa realtà che il cineasta si misura al momento delle riprese, sia che la restituisca sia che la tradisca»

“Che cos’è oggi la città per noi? Credo che non sia solo un’idea atemporale di città quello che il libro evoca, ma che vi si svolga, ora implicita ora esplicita, una discussione sulla città moderna..”. (I. Calvino, Le città invisibili).

Gli anni ’70 sono gli anni in cui la città cambiano i loro connotati architettonici in modo devastante, “nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città”(Calvino). E “la dimensione spaziale diventa il terreno privilegiato del confronto e la posta in gioco per i conflitti moderni nonché la metafora più adeguata per descriverli…Le categorie dello spazio si prestano meglio di quella del tempo a descrivere lo stato contraddittorio della modernità nel suo sviluppo maturo in diretta opposizione al ruolo centrale che la coscienza della temporalità vi assume”(Augusto Illuminati, “La città e il desiderio”).

E all’interno di questo “stato contraddittorio” si muovono anche i personaggi di Rohmer. Infatti “il punto di riferimento di quasi tutti i suoi film è il pendolarismo Parigi - periferia   e l’opposizione Parigi-campagna”(Paolo Marocco, Eric Rohmer). Un “pendolarismo-opposizione” descritto mirabilmente da due film: “Le notti di luna piena” e “L’albero, il sindaco e la mediateca”: il primo per enfatizzare il cemento della metropoli come garanzia per non sentire “il ronzare delle vespe e l’angoscia delle brume sui campi”; il secondo come strenuo difensore della tranquillità della vita di campagna.

«Amo Parigi e avrei voluto fare qualcosa per la sua salvaguardia. Ma il fatto che Jess Hahn nel Segno del leone passeggi lungo gli argini della Senna non impedisce di certo che vengano rimpiazzati da un’autostrada che non solo deturperà la rive droite, ma non serve assolutamente a nulla, perché il tragitto più corto da Boulogne a Vincennes non è il Lungosenna – che fa una curva – ma la tangenziale!(…)Non ho intenzione di aspirare al posto di commissario generale al piano regolatore, ma perché nessun francese ha delle idee, anche idiote, sulla pianificazione del territorio mentre tutti hanno un’opinione sulla riforma elettorale o sul conflitto indo-pakistano? Si interessano al sociale – che non è esattamente il loro ramo – ma dell’ambiente in cui viviamo, apparentemente, se ne fregano. Non si accorgono che l’esistenza di questo ambiente è legata a quella delle cose banalmente vitali, come l’aria che respiriamo, la terra che ci nutre, l’acqua che beviamo. A che ci servirà essere uguali e liberi se l’acqua è diventata imbevibile, la terra sterile, l’aria avvelenata? È molto bello che ogni lavoratore possa passare, se vuole, un mese al mare ogni anno. Ma bisogna che il mare sia mare e non cemento. (…) L’arte non è un riflesso del tempo: lo precede. Non deve seguire i gusti del pubblico, li deve anticipare( …)Bisogna rifiutarsi di entrare nel gioco della pubblicità che tutto falsa. Si dirà che è impossibile, o che l’unica alternativa è girare dei film amatoriali. Ebbene, io faccio proprio questo, o quasi».(Cahiers du cinéma, n. 172, Intervista a E. Rohmer, novembre 1965).

*Direttore Cineteca della Calabria