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LA PAROLA e LA STORIA. LISSA e l'ira di Achille. TRIPODI

LA PAROLA e LA STORIA. LISSA e l'ira di Achille. TRIPODI

ttrc   DI GIUSEPPE TRIPODI  - Lissa è per Rohlfs

(Nuovo dizionario dialettale della Calabria, Ravenna 1977, alla voce) uno stato d’animo oppresso dalla noia e dalla malinconia o, anche in questo caso, un piagnisteo prolungato dei bambini. Ma il nome è più antico, pieno di molti significati, e lo stesso Rohlfs rimandata ad un greco lússa, furore.

Il Thesaurus Grecae Linguae (Graz, 1954, Vol. VI, col. 449-451) si sofferma abbastanza sia sul lemma principale che sui derivati (ben 25); apprendiamo così che la lùssa Rabies proprie de canibus dicitur, et significat Furorem illum, in quem sub maxime aguntur, ommium animalium soli e che essa transfertur ad homines, tum ad animalia quae per contagionem ex rabidi canis morsu mente abalienantur, et furorem pariter animo concipiunt; id quod utplurimum die post canis morsum quadragesimo, quemadmodum Diosc. 6 copiosissime explicavit. Eam affectionem in ita contractam a qualitate, non manìam, non frenìtida, sed lùssan, perinde atque in cane, Medici appellarunt.

Lissa si trova inoltre in Omero, nell’Iliade indica sia l’ira di Ettore che quella di Achille, e in molti altri autori, compreso Platone.

Il dialetto calabrese della valle del Tuccio ha conservato, accanto al lemma principale anche il derivato llissàri (che viene dal greco lússomai, rabie agitor, nonché da lússoô, in rabiem ago) con lo stesso significato di essere in preda al furore, collegato al latrare dei cani. Anzi nel nostro mondo Santa Lissa era una sorta di divinità pagana dei cani, foriera dell’inquietudine che li faceva abbaiare in continuazione.

Altri santi avevano a che fare con il mondo animale, alcuni citati nei repertori di agiologia come Sant’Antonio Abate protettore dei maiali, altri soltanto immaginari come il leggendario Sant’Aloi cui erano affidati dalla superstizione popolare gli animali da tiro. Perciò un asino di corporatura robusta e slanciata, nonché gagliardo nel lavoro, si diceva che fosse la Curuna di Sant’Aloi.

Naturalmente se e quando gli animali facevano arrabbiare gli uomini erano i santi a patire le conseguenze. Donde le bestemmie Mannaja Sant’Aloi! quando l’asino non tirava bene il carico oppure Mannaja santa Lissa! contro il latrare insistito dei cani cui, alla fine, il padrone, irritato, augurava di llissàri, cioè di non smettere mai di abbaiare.

La Lissa e il verbo llissari hanno avuto talvolta valenza deonomastica: e infatti il mio bisnonno materno, che di cognome faceva Arcidiaco, era noto a San Lorenzo come Ciccu Milissi; quel soprannome l’aveva acquisito in tenera età quando i suoi genitori lo portavano in campagna e, spesso, lo depositavano in ripari d’occasione per poter svolgere in tranquillità i lavori di mietitura. Un giorno il bimbo, vuoi per il caldo e vuoi per la solitudine, si era messo a piangere a più non posso.

Il padre, dopo aver tentato vanamente di calmarlo, in un accesso di ira lo aveva rimbrottato malamente.

<<E fìgghiu! Oj pari chi ti pigghiàu la Lissa! Sempri ciangèndu! E chi mi llissi peddavèru! - (Figlio Mio! Oggi sembra che ti ha preso la Lissa! Sempre piangendo! Che tu possa diventare idrofobo per davvero!).

Dunque da quell’invettiva (mi llissi) era derivato Milìssi, poi passato alle figlie femmine chiamate Milìssine.