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Renzi, l’unità d’Italia e il divario Nord-Sud. DANIELE

Renzi, l’unità d’Italia e il divario Nord-Sud. DANIELE

rsrgm     VITTORIO DANIELE* - C’è un passaggio del discorso tenuto da Matteo Renzi a Cosenza, per la chiusura della campagna elettorale di Mario Oliverio, che merita un commento. Renzi ha affermato che chi conosce la storia sa che “l’unificazione nazionale ha mortificato il Sud”. Il premier non è nuovo ad affermazioni del genere. Aveva già detto qualcosa di analogo qualche mese fa, a Napoli, a proposito dell’industria meridionale dell’epoca pre-unitaria. Naturalmente, quelle del premier sono considerazioni che fanno parte della “retorica” comunicativa della politica. Ma sono, quelle di Renzi, affermazioni storicamente fondate?

Negli ultimi anni, diversi studi hanno permesso di delineare un quadro dell’economia italiana nei primi anni post-unitari che, per molti aspetti, contrasta con l’immagine tradizionale, spesso stereotipata, secondo la quale, nel 1861, il Sud era un’area economicamente arretrata e assai distante, per livelli di sviluppo, dal Nord. Ora sappiamo che le cose non stavano esattamente in quei termini. Nel 1861, l’Italia era un paese povero, largamente rurale, in cui le disuguaglianze all’interno degli antichi stati erano certamente maggiori di quelle tra Nord e Sud. Lo si desume, per esempio, dagli indicatori sociali. In Italia, nel 1861, l’aspettativa di vita alla nascita era di appena 29 anni. Analoga a quella stimata per l’antica Roma, e inferiore a quello che oggi si riscontra nei paesi più poveri al mondo, come la Sierra Leone o l’Angola. In alcune regioni del Sud, l’aspettativa di vita era lievemente più alta che al Centro-Nord. Per esempio, in Puglia sfiorava i 35 anni, mentre in Emilia e Toscana era di 32 anni.

Anche la mortalità infantile – all’epoca altissima, considerato che 229 su mille bambini morivano entro il primo anno di vita – non era molto diversa tra Nord e Sud. La mortalità infantile era del 195 per mille in Campania, ma saliva al 260 per mille in Emilia Romagna e Lombardia. Anche le condizioni nutrizionali erano simili. Nel Mezzogiorno, anzi, la quota di persone denutrite era inferiore che al Centro-Nord. Differenze rilevanti si riscontravano, invece, per l’analfabetismo, che nel Mezzogiorno era assai più diffuso.

E per quel che riguarda la struttura economica? Un recentissimo lavoro di Carlo Ciccarelli e Stefano Fenoaltea, “La produzione industriale delle regioni d’Italia, 1861-1913: una ricostruzione quantitativa. Le industrie estrattivo-manifatturiere”, pubblicato dalla Banca d’Italia, consente di effettuare delle comparazioni per alcuni, importanti, settori produttivi. Nel 1861, nei comparti estrattivo-manifatturieri, la regione con maggiore produzione industriale era la Campania, seguita dalla Lombardia e dal Piemonte. Nell’industria meccanica, la produzione della Campania era superiore, sia in termini aggregati, sia pro capite, rispetto a quella della Lombardia. Nel comparto chimico e dei derivati del carbone e del petrolio, ai primi posti per produzione complessiva c’erano Sicilia e Campania. Nel 1861, il Sud produceva il 36 per cento del prodotto dell’industria estrattivo-manifatturiera italiana, con una quota di popolazione di poco superiore. Nei primi decenni post-Unitari, la graduatoria si modificò. Le regioni meridionali furono presto superate da quelle del Nord-Ovest. Nel 1911, ben il 55 per cento del valore aggiunto industriale proveniva dalle tre regioni del Triangolo industriale; solo il 16 per cento dal Sud. Nel 1970, la manifattura meridionale rappresentava, in termini di valore aggiunto, appena, il 14 per cento del totale nazionale.

Oggi, il Pil pro capite del Sud è il 56 per cento di quello del Centro-Nord. Siamo così abituati a pensare a un’Italia duale che tendiamo a pensare che un divario così ampio ci sia sempre stato. Non è così, invece. Alla data dell’Unità, il divario Nord-Sud era modesto: molto probabilmente, non superava il 10 per cento. Come in altri paesi, anche in Italia, lo sviluppo economico si accompagnò, per una lunga fase, con un aumento delle disuguaglianze regionali.

Sulle cause del divario sono stati versati fiumi d’inchiostro. Sono state ricercate nella storia, nell’antropologia, in una presunta differenza di “razza” o di cultura, le radici del ritardo meridionale. Si è guardato ai Normanni, agli Angioini, ai Borbone. Argomentato che siano la scarsità di capitale sociale, il familismo amorale e un ethos peculiare, d’ostacolo allo sviluppo, le cause profonde del ritardo del Sud. E poi, naturalmente, le rivendicazioni e le accuse alle classi dirigenti del passato. Rivendicazioni e accuse riproposte da 150 anni e, naturalmente, sempre condivise dalle classi dirigenti del momento.

I fatti e i dati mostrano una storia diversa. Mostrano come differenze inizialmente modeste siano cresciute nel tempo. Come l’unificazione coincise, di fatto, con una crisi dell’industria meridionale. “L’Unità – scrive il prof. Luigi De Matteo nel suo recente libro “Un’economia alle strette nel Mediterraneo” (Edizioni scientifiche italiane) – determinò nel Mezzogiorno un radicale mutamento delle condizioni di esercizio dell’attività industriale”. Le commesse statali vennero meno; stabilimenti vennero chiusi; il passaggio al liberismo contribuì alla crisi dell’economia meridionale. Per non dire della repressione del brigantaggio, con migliaia di morti. Rispetto al Sud, il Nord godette di alcuni vantaggi. Una maggiore disponibilità di fonti energetiche, una più diffusa scolarità, infrastrutture più sviluppate, una geografia più favorevole. Le cause del divario furono diverse. Pesarono anche scelte politiche. “Peccammo, è vero, di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio nazionale e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale. Noi riuscimmo così al far affluire dal sud al nord un’enorme quantità di ricchezza…”. E ancora: “Abbiamo ottenute più costruzioni di ferrovie, di porti e altri lavori pubblici, di scuole e di istituti governativi; ma possiamo dire con fiducia che quei denari furono spesi nel nord con maggiore profitto che se fossero spesi nel sud”. A scrivere era Luigi Einaudi, il 23 giugno del 1900.

*UniCz