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Leonardo Sciascia, 25 ann i dopo. TRIPODI

Leonardo Sciascia, 25 ann i dopo. TRIPODI

scsc      di GIUSEPPE TRIPODI - Leonardo Sciascia è morto a sessantanove anni il 20 novembre di venticinque anni fa. Fu scrittore dallo stile algebrico, polemico e amante della polemica; non ne scrisse elogi (come aveva fatto invece quel grande siciliano aperto al mondo che era stato Luigi Russo) ma la praticò ogni volta che gli sembrò necessario, a volte dalla parte della ragione e a volte dalla parte del torto: contraddisse e si contraddisse fu l’epigrafe che per sé aveva scelto.

Che si sia contraddetto politicamente lo dimostra la sua eredità contesa tra comunisti e radicali (ma questi, già vivo lui, hanno avuto il sopravvento) e, ora, anche dai democristiani: Domenico Scarpa (Partenza democristiana) ha dato conto sul “Sole 24 ore” di domenica 16 novembre della collaborazione di Sciascia ormai svezzato, dal 1947 al 1951, con riviste e giornali siciliani di area cattolica.

Dal 1993 esiste un’Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia che, oltre a coltivare la memoria critica ed editoriale, pubblica, ormai da quattro anni e presso il raffinato editore fiorentino Olschki, “Todomodo”, poderosa rivista di studi sull’opera del grande racalmutese dal cui IV volume è ricavata la nota di cui sopra.

E fa una certa impressione rinvenire, sempre sulla stessa rivista, la prima pagina della rivista dei fasci di Caltanissetta del 16 novembre 1941 nella quale si legge: “Presi gli ordini del Segretario Federale, il direttore … ha chiamato a far parte della redazione i camerati dott. Calogero Bonavia, Luigi Cortese, Camillo Basile, Leonardo Sciascia”.

A Napoli il 21 e 22 novembre presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nella Sala degli Specchi del Palazzo Serra di Cassano, si è svolto il V dei Colloquia Sciasciani che si tengono annualmente intorno ad uno dei temi preferiti dallo scrittore siciliano.

Il tema dell’incontro napoletano era su “Leonardo Sciascia e i suoi filosofi”. Una lezione inaugurale di Vincenzo Vitale, due dialoghi (di Paolo Casini e Nicola Panichi Su “Moralismo, illuminismo e razionalismo” nonché di M. T. Giaveri e Giuseppe Cacciatore su “Filosofia e narrazione”), lezione conclusiva di Aniello Montano, alcune ore di discussione distribuite nei due giorni.

Nel corso dei lavori è stato riaperto per la seconda volta il portone principale del Palazzo che dà su via Egiziaca. Era chiuso rimasto chiuso, per volere dei Serra , dal 20 agosto 1799 quando Gennaro Serra di Cassano (ventisette anni), era stato decapitato per aver aderito alla Repubblica Partenopea. Francesco Serra di Cassano l’aveva riaperto duecento anni dopo, in coincidenza con il bicentenario di quella tragedia; adesso lo ha riaperto di nuovo affinché - come recita il pieghevole dell’invito – il pensiero di Sciascia e i valori della Repubblica Napoletana “”diventino memoria e metafora dell’Europa che non si rassegna alla barbarie e che afferma in ogni luogo il futuro della civiltà dei Lumi”.

Una targa affissa sul portone ricorderà, fino a che dura perché a noi è sembrato che sia fatta di legno, questo evento.

Nel centinaio di “Amici di Leonardo Sciascia” non si trovano molti calabresi, tutti della diaspora. Il più importante di tutti è Paolo Squillacioti. Quarantenne di Soverato, laurea in Lettere a Pisa e perfezionamento in Filologia Romanza alla Scuola Normale Superiore; da un buon decennio gira per archivi di case editrici e di importanti istituzioni culturali italiane per mettere a punto, per l’editore Adelphi di Milano, l’edizione delle opere dello scrittore.

Ne sono usciti, rispettivamente voll. n. 15 e n.16, nella elegantissima collana “LA NAVE ARGO” il primo volume (ottobre 2012) e, in questi giorni, il primo tomo del secondo volume.  

Di lui ci sarebbe stato bisogno a Napoli dove qualcuno dei relatori, dimostrando un certo spregio per la filologia, ha finito per ricadere nell’antico vezzo di molti uomini di cultura che, con la scusa di parlare degli altri, finiscono in realtà per parlare solo e sempre di sé stessi.

Una curiosità sciasciana che, sia pure indirettamente, ha a che fare con la cultura popolare calabrese: a pagina 119 dell’edizione einaudiana di “A ciascuno il suo” (Collana I nuovi coralli, 1984) Sciascia parla di un’edizione delle lettere di Voltaire alla nipote (ma la parentela era non provata e forse soltanto simulata) con la quale convisse tra Ferney e Ginevra, incorrendo anche nel peccato di lussuria.

“ Queste lettere di Voltaire – dice Sciascia – uno leggendole pensa a quel nostro proverbio che dice la sconoscenza del parentado che in una certa condizione, in certe circostanze, una parte del nostro corpo spietatamente afferma … Lumia disse chiaro e tondo il proverbio, il barone precisò che lo stesso termine, che nel proverbio indicava la condizione che veniva a travolgere le barriere del parentado, Voltaire usava , e in italiano”.

Non conosciamo con precisione il testo del proverbio siciliano cui Sciascia allude ma sicuramente deve essere il calco di uno calabrese che recita: “Cazzu ntostatu/ non guarda parentatu!”.