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LA PAROLA e LA STORIA. Tridènti, megàgliu

LA PAROLA e LA STORIA. Tridènti, megàgliu

tridente      di GIUSEPPE TRIPODI -

 Tridènti, calco del latino tridens-entis che era il simbolo di Nettuno, arnese utilizzato dai contadini per sollevare la paglia e ventilarla durante la trebbiatura ricavato da un ramo di castagno che avesse una struttura a tre uscite; tagliato fresco, veniva costretto con dei pesi alla curvatura dei rebbi e lasciato a seccare per farne uno strumento resistente e molto leggero in grado di sollevare discrete quantità di materiale.

Il vento, Lu Chiatàri una parola metaforica quasi che la brezza corrispondesse al fiato della natura, poi provvedeva ad allontanare la parte più leggera a margine dell’aia mentre il grano, che era più pesante, rimaneva all’interno.

La frase ndi cogghìmmu cu lu tridènti a ncoddhu indicava una cattiva annata nella quale, anziché portare a casa il frumento, il contadino rientrava con il tridente in spalla, cioè a mani vuote.

Esisteva anche il tridente di ferro con il manico di legno (lat. Trifurcus) che veniva utilizzato per la pulitura delle stalle e per la raccolta del fieno e delle frasche; non nell’aia perché i denti di ferro ne scorticavano il fondo rendendo più difficile la pulitura del grano.

Al genere tridente appartiene il megàgliu, zappa a tre punte che serviva a scassare in profondità il terreno (scugnàri, letteralmente aprire il terreno con il cuneus cioé con il cuneo), per sarchiare gli orti e le vigne, per lavorare terreni pietrosi, per estrarre patate e tuberi senza danneggiarli (ccattari li patati a la scugna significava comprarle appena cavate pagandole di meno), per estirpare la gramigna senza spezzarla evitando, così, di farla proliferare.

Emilio Sereni, i cui libri sono stati essenziali per alcune generazioni di giovani che si occupavano di storia dell’agricoltura italiana, fa risalire l’uso del megàgliu alla diffusione della vite in Occidente ad opera dei greci massalioti che l’avevano esportata nell’area ligure (evidentemente era all’oscuro della sopravvivenza del termine anche in Calabria): “Ma specialmente significativa, per la parte che Genova e la Liguria marittima senza dubbio hanno avuto nella irradiazione delle tecniche vinicole da Marsiglia verso l’Italia nord-occidentale, è la diffusione dei continuatori di un altro termine tecnico della viticultura greco massaliota, makella o machele, ‘zappa del vignaiuolo’, che si ritrova non solo nel provenzale magau, nell’antico francese maigle e nel francese dialettale meille, bensì anche nel catalano magall a occidente, e a oriente nel latino medievale magalium…” (in Terra nuova e buoi rossi, Torino, Einaudi, 1981, p. 144). 

Il riferimento di Sereni al catalano è un po’ generico perché Magall è letteralmente una zappa munita di lama e, dal lato opposto del manico, di punta come il piccone: Istrument de cavar la terra, che per un cantò serveix d’aixada i per l’altre ès escarpell (E. Vallès, Dizionari Català Illustrat, Barcelona, s.d., alla voce).

D’altra parte che ci sia una parentela tra il piccone e il nostro megàgliu lo si potrebbe ricavare dal fatto che quest’ultimo a Condofuri è detto anche Pichèlla, cioè piccone al femminile.