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LA PAROLA e LA STORIA. Boi, Bovàru, Boìna

LA PAROLA e LA STORIA. Boi, Bovàru, Boìna

  

bv   di GIUSEPPE TRIPODI -

 Boi, vaccino da lavoro sia maschile che femminile per come attestato dal proverbio nci figghiàru li boi sutta all’aratu ( è stato tanto fortunato che gli hanno figliato le vacche mentre lavoravano) ed anche dal fatto che per indicare il bue castrato da lavoro si aggiungeva l’aggettivo: lu boi màsculu.

Ma una tiritera, ripetuta ai bambini petulanti che non accettano la fine di un racconto che li ha catturati chiedendo cosa sia successo dopo, rimette a posto le cose di genere: e poi, e poi e poi / fìgghia la vacca e faci lu boi!

Boi, ovviamente, è imparentato con il latino bos-bovis e col greco Bous che, a loro volta, rimandano al Vicino Oriente antico: ba’u (accadico) ba (ugaritico) bo (ebraico) con il significato di “andare”. L’arabo presenta ba’a (tornare) a testimoniare il legame tra la parola e l’aratura in cui la coppia di buoi va e viene sul campo per tracciare i solchi (G. Semerano, Dizionario etimologico della lingua greca, alla voce).

Anche la parola calabrese classicheggiante tàuro, come la corrispondente italiana arcaica, rimanda al latino trio-nis, bove adatto all’aratro e al carro (Septem Triones, l’Orsa Maggiore o il Grande Carro che si trova a nord della sfera celeste) a loro volta alle parole accadiche tiru (andare su e giù ) taru (girarsi) e all’ebraico tur che la lo stesso significato.       

Naturalmente ciò che differenzia un toro da monta o da combattimento da un bue da tiro è la castratura che deve avvenire dopo i quattro anni di età: fatta negli anni precedenti il quarto dà infatti luogo al manzo, animale da carne.

La azione della castrazione del toro in Calabria è resa dal verbo torcìri e la tecnica è detta torcitùra (per gli altri animali si usa il verbo scugghiàri, dal prefisso latino ex e da colei-coleorum testicoli).

Il giovenco viene costretto in una macchina, naca cioè culla, nella quale viene immobilizzato; poi gli vengono schiacciati a martello i testicoli e la sacca viene attorcigliata e legata con una cordicella fino al riassorbimento naturale di ciò che ne rimane.

Dopo questo trattamento il toro furioso, ombroso e minaccioso è trasformato nel ‘Pio bove’ che ‘solenne come un monumento” guarda i campi liberi e fecondi, asseconda la grave opera dell’uomo rendendola agile e facendo rispecchiare nel proprio occhio glauco “ampio e quieto il divino del pian silenzio verde” di cui parla G. Carducci in un famoso sonetto delle Rime Nuove (1887).

L’espressione pe’ torcitura indica in calabrese jonico qualcosa di brutto, una tortura ulteriore che si abbatte su chi è già afflitto da precedente disgrazia.

Dopo che si è ripreso dalla torcitura il bue ancora selvaggio viene ndomitàto, reso domestico (da ndomitari, addomesticare), per abituarlo al giogo dell’aratro e del carro.

Naturalmente anche nell’addomesticamento occorrono tecnica e savoir faire altrimenti il boi trascina nella polvere anche il bovàru impegnato nella doma: bisogna prima di tutto lasciare scorrere la corda cui l’animale è legato per farlo stancare un po’ e poi provare a sottoporlo al giogo; a lu boi sarvàggiu corda longa è una raccomandazione metaforica per chi ha a che fare anche con le donne in stato di grazia, con i giovani foruncolosi e con i nemici spacconi.

I contadini utilizzavano in molteplici modi le deiezioni che in genere erano abbondanti: caca cchiù nu boi ca centu passeri è un’espressione proverbiale riferita anche tutte le realtà asimmetriche in ordine alla grandezza.

La boìna (dal greco bόeios-on, pertinente al bue) è lo sterco solido dei bovini; serviva, sciolta nell’acqua e sparsa sull’aia, a farne rapprendere il fondo e ad evitare così che il terriccio, distaccandosi per il calpestio di persone e buoi, si mescolasse con grano e paglia nel corso dei lavori.

La boìna secca, analogamente a quanto avviene tra gli arabi delle zone desertiche con lo sterco di cammello, veniva usata come combustibile.

Anche Gabriel Garcia Marquez (in apertura Dell’amore e di altri demoni, Milano, Mondadori, 1994) ci mostra il protagonista del romanzo intento a fugare le mosche col fumo prodotto dallo sterco di vacca messo a bruciare.

Recentemente le boìne sono poste al centro di una originale attività museale (www.museodellamerda.org) in provincia di Piacenza che “aggiunge valore a un ciclo produttivo con la proposta di una sintesi multidisciplinare a cavallo tra arte, antropologia e storia … qui si utilizzano quintali di sterco prodotti dai bovini da latte per produrre formaggi, energia nonché componenti per l’edilizia e rivestimenti (M. Sammicheli, Etica e merda, in ‘Il sole 24 ore’ del 3 maggio 2015).

Da greco Bous, attraverso Boucòlos (colui che tiene a bada i buoi) ed il verbo Boucolèo (faccio pascolare i puoi), deriva la parola bùccula con cui si indicavano i robusti anelli di ferro fissati ai muri che servivano per legarci gli animali da tiro i buoi ed anche gli altri animali da tiro. Ma potrebbe esserci un legame metonimico con il latino buculus-a (giovenco-a).

Bùccula, come il diminutivo bucculèdda, era anche il cappio di corda che avvolgeva il collo o il piede del bestiame: la parte che di corpo che toccava la bùccula veniva chiamato bucculàru e corrispondeva al sottogola (ottimo il bucculàru del maiale salato, pepato ed essiccato); bucculàru era anche, per similitudine, la pappagorgia degli uomini.

Nella Puglia salentina esiste il cognome Bucculèri, evidentemente colui che faceva le bùccule.

Come è noto i buoi lavoravano a coppia: in calabrese paricchia (altrove si usava il termine ‘giogo di buoi’), da cui paricchiàla, che era la lunga corda che teneva assieme la coppia e ne permetteva la trasmissione dei comandi, ed anche paricchiàta, giornata di aratura fatta da due buoi.

Il giogo di buoi, per quanto potente fosse, perdeva il confronto della trazione con il sottile ma acciaioso pelo di pube femminile: tira cchiù nu pilu di cunnu pe la muntagna ca na paricchia di boi pe la marina.