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LA PAROLA e LA STORIA. ‘NTINNA

LA PAROLA e LA STORIA. ‘NTINNA

la cuccagna   di GIUSEPPE TRIPODI -

‘ntinna, derivata, come la parola italiana antenna, dal latino antemna-ae che era una pertica che attraversava l’albero delle navi e a cui veniva allacciata la vela triangolare detta appunto ‘latina’; Isidoro di Siviglia (Etimologie, XIX, 2,7) fa derivare la parola da ante-amnen, davanti al fiume, evidentemente pensando alla navigazione fluviale verso la sorgente in cui la corrente del fiume scorreva dietro gli alberi delle vele (praeterfluit enim eas amnis).

Nella Calabria pre-industriale la ‘ntinna era l’albero della cuccagna, unto con il grasso per aumentarne la scivolosità e issato in mezzo alla piazza nei giorni di festa; sulla sommità veniva collocato un cencio da raccattarsi, a prezzo di grande fatica ed aiutandosi solo con una cordicella, da chi aspirava al premio messo in palio (in genere derrate alimentari ma, talvolta, anche dei soldi).

Nella gara si cimentavano per lo più i giovani e, in genere, vincevano coloro i più agili e smilzi in quanto per loro era più facile lottare contro la forza di gravità; ovviamente occorrevano vestiti vecchi e stracciati che assorbissero meglio il grasso e rendessero possibile l’ascesa. Le lordure che la prova imponeva erano causa di beffe per gli sconfitti ed ampiamente compensate per il vincitore.  

Durante il dominio spagnolo non era infrequente che sulla ‘ntinna finissero le teste tagliate dei briganti, portate poi in processione per il paese o lasciate appese nei luoghi dell’esecuzione ( ad Atri, in Abruzzo, esiste un Colle dell’impiccato), a perenne ricordo dei malintenzionati che volessero emularne le gesta.

La repressione non risolveva il problema anzi spesso accentuava i risentimenti e le ribellioni come ci testimonia una canzone diffusa in tutta la Calabria ed attribuita al brigante crotonese Re Marcone: Tira nimìcu miu, tira la pinna!/ Forsi ca iesci a morti la cundànna;/ tu teni carta, calamàru e pinna…/ e iu pùrviri e palli a miu cumàndu!/ Tu si lu vicerè di chistu regnu/ ed eu sugnu lu re di la campagna/ Tandu nimìcu miu, tandu mi rendu/ quandu la capu mia gira alla ‘ntinna [testo e traduzione in O. Profazio, Quà si campa d’aria, disco Cetra LP 241, con il commento di L. M. Lombardi Satriani per il quale il brigantaggio era un sistema di resistenza al potere, al ‘nemico’ (…) che dispone dell’istruzione, (esattamente vista, per come è stata, come arma dei ceti privilegiati e strumento di selezione classista)… Il brigantaggio è rivolta contro tutti, ma soprattutto contro la Prepotenza, l’Ingiustizia e l’Arbitrio, che assumono il volto implacabile del potente, che può essere questo o quell’altro signore, tutti ugualmente minacciosi con la loro possibilità di maneggiare la carta e la penna, nemici cui non ci si può arrendere o venire a patti”].

Ma si declina anche il verbo ‘ntinnare, nel senso di rizzare le orecchie per accentuare l’udito e captare (proprio come fanno le antenne moderne con i segnali elettromagnetici) qualsiasi espressione che possa interessare; da cui deriva anche ‘ntisa che significa capacità uditiva, soprattutto nell’espressione E chi ‘ndai la ‘ntisa di lu lupu ? ( E che! Hai l’udito del lupo?).

Rohlfs (Nuovo dizionario dialettale della Calabria, sub ntinnu, ntinnari, ntinniari, ntinnaloru) opera una sorta di metonimia interpretativa collegando le parole del lemmario all’italiano tintinnare e ripiegando sui significati di tintinnio, rintocco, risuonare e squillante.