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RECENSIONE: La felicità dell'attesa di Carmine Abate

RECENSIONE: La felicità dell'attesa di Carmine Abate

cab   di MARIA FRANCO

«I tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione, il presente del futuro è l’attesa.»

Queste considerazioni di Sant’Agostino, messe in esergo, ben sintetizzano il senso profondo dell’ultimo libro di Carmine Abate, La felicità dell’attesa, edito da Mondadori, da qualche giorno in libreria.

La saga della famiglia Leto, il nonno Carmine, il figlio Jon, il nipote Carmine, la pronipote Lucy, attraversa tutto il Novecento e costituisce coscienza e anima del narratore, il nipote Carmine, che ripercorre le partenze e ritorni tra il piccolo paese arbëresh di Hora (l’antica Carfizi dove è nato l’autore) e l’America, i legami e gli strappi tra le generazioni, i tratti distinti e comuni che non si esauriscono nel colore dei capelli o nel taglio degli occhi ma affondano in un’intimità di sguardo che rende presente, insieme alla propria, anche la visione di chi l’ha preceduto e attende, insieme a chi seguirà, la felicità del futuro.

«Il primo a partire fu Carmine Leto, il nonno paterno di cui porto il nome» comincia così l’incontro tra la Calabria arbëresh povera e dignitosa, fortemente legata alla sua lingua e alle sue tradizioni – con la schiena dritta nonostante tutto – e l’America della lontananza e della fatica, ma anche della possibilità di mantenere la famiglia e costruire un futuro meno angusto.

Una scelta più che un destino, poi ripercorsa dal figlio maggiore, dopo il ritorno a Hora del padre e la sua fine violenta.

Tre volte Jon parte per gli States. La prima per vendetta alla ricerca degli uccisori del padre, la terza per lavoro, quando nella sua terra la campagna dà troppo poco e le parrere di zolfo producono sofferenze e lutti. La seconda, invece, per un amore che costituisce il nucleo più profondo e vero della sua vita. Jon, in America – oltre ad Andy Viripapa, che partito anche lui da Hora, è diventato un campione di bowling e diventa suo amico e suo mentore – incontra una donna dal neo felice che compare e scompare nella ruga del sorriso, Norma Jeanne, non ancora diventata Marilyn Monroe. I due si amano con una passione che, per lui, resterà assoluta ed eterna anche quando sposa la ragazza che corteggiava da ragazzino e che lo amava fin da bambina, mentre lei entra prepotentemente nell’immaginario maschile collettivo mondiale.

« (….) da quel giorno cominciai a capire un’altra verità sulla ferita dell’assenza. Mio padre non è stato assente come tanti padri emigranti solo perché era fisicamente lontano, suo malgrado, per motivi di lavoro. È stato assente perché in tutta la sua vita ha cercato invano di rielaborare il lutto per la morte del padre e del fratello, continuando nel frattempo a sperare di rivedere Norma, soffiando sulle braci vive del suo amore sotto la cenere, anche dopo la nascita di noi figli, anche dopo la scomparsa di Norma, che per non era morta veramente: a morire era stata Marilyn Monroe.»

Carmine Leto scava nei fatti di famiglia e nelle psicologie dei suoi parenti restituendo l’immagine forte del nonno Carmine, la bella e forte nonna americana, Shirley, la complessità emozionale del padre Jon e dello zio morto nella parrera, l’amore geloso della madre, l’irrequietezza della sorella Lina, col suo anelito alla libertà, la nipote Lucy che, dopo aver girato il mondo con la madre, torna al suo paese non solo a cercare le sue radici ma a mettercene di nuove.

Passato, presente e futuro (co)abitano nel suo racconto: la memoria come inestimabile ricchezza, l’attesa come capacità di rispondere con novità ai nuovi tempi (l’esigenza forte, per esempio, che i figli possano crescere studiati, raggiungendo la meta della laurea) e la narrazione come un prendersi cura della vita nel suo continuo fluire, far sì che la vita prevalga sulla morte, l’amore su ciò che, non essendo amore, è distruzione e rovina.

Libro dallo stile insieme disteso e incalzante, che contiene in sé, del tutto unitariamente, più tracce (la vicenda di Andy, uno arrivato, nel suo genere, ai vertici mondiali; i viaggi lungo le strade americane; il giallo della morte di nonno Carmine che si svolge per buona parte del testo; la storia d’un amore inimmaginabile), pacato nei toni e traboccante di sentimenti, di amori e di odi, di voglia di libertà.

Un libro pieno di odori, del profumo di Norma e di quelli della campagna, della cucina in cui si succedono Shirley e Annina, e della Family Tavern che, dopo l’America, rinasce ad Hora.

L’epopea saporitosa di una Calabria che non ha paura di partire e di tornare, che è orgogliosa delle sue radici e sa confrontarsi con il mondo e che fa della sua stessa sofferenza la forza di nuova speranza per il domani.

Carmine Abate, La felicità dell'attesa, Mondadori, euro 19