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Filocamo- Strati- Pedullà. I tre allievi della Locride di Giacomo Debenedetti

Filocamo- Strati- Pedullà. I tre allievi della Locride di Giacomo Debenedetti

de-benedetti   di GIUSY STAROPOLI CALAFATI -

Filocamo, Strati e Pedullà. Tre per uno, tre; un per tre, tre. Questi i nomi con i quali viene coniato il glorioso "trittico delle lettere".

Calabresi purosangue, compagni di studi all’Università di Messina. Carmelo Filocamo, Saverio Strati e Walter Pedullà, sono loro i tre allievi del maestro Giacomo Debenedetti. Gli allievi di spicco. I prediletti. I futuri scrittori. I meridionali non meridionalisti ma intellettuali italiani.

Cattedra tra le più eccellenti di tutto l'ateneo, quella del professore torinese. Figura di spicco della "Messina" d'autore. Critico di grande originalità, professore di un trio di studenti prodigiosi, provenienti tutti da un’unica vena geografica: la Locride.

Anni magici per l’Università di Messina” – dice Carmelo Filocamo. - “Oltre a Debenedetti insegnavano Santo Mazzarino, il filosofo Galvano Della Volpe, lo storico Giorgio Spini, il geografo Lucio Gambi e Salvatore Pugliatti, il Rettore dell’Università, giurista di fama internazionale ed eccellente musicologo  che aveva la cattedra di Storia della musica.”

Le lezioni tenute da Debenedetti però, erano particolari momenti di attrazione. Studenti di altre facoltà, medicina e giurisprudenza, si recavano nella sua aula, per assistere alle lezioni, quasi fossero rappresentazioni narrative. Tutto, sol fin quando, al professore, a Messina, viene inaspettatamente soppressa la cattedra. Motivi interni. Politici. Motivi che, il trittico delle lettere, non ebbe modo di comprendere. I togati universitari infatti, i bacchettoni e filistei, così definiti da Giuseppe Neri, giudicano Debenedetti non idoneo a ricoprire il ruolo di docente universitario.

Appurata la notizia, Saverio Strati comunica all'amico Pedullà con una lettera: "Carissimo Walter, ieri sono stato col professore. È successo l'inaspettato. Hanno soppresso la cattedra di letteratura moderna. Quindi il professore non verrà più a Messina. Era molto abbattuto, e molto preoccupato per noi, specialmente per te e Carmelo.[...] Scrivi al professore; dillo anche a Carmelo.[...]”

Filocamo e Pedullà, scriveranno a Debenedetti: […]Sulle cause del provvedimento avremo occasione di discutere al nostro prossimo incontro. Hanno collaborato in egual misura l’anticomunismo di tutti i membri del Consiglio di facoltà; l’invidia di queste mezze figure della cultura, che non possono perdonarle di aver fatto capire agli studenti quanto poco degnamente essi occupano una cattedra universitaria.”[…]

Storie di carteggi, testimoni di quanta materia grigia ci fosse al Sud, nonostante l’assenza quasi totale, di materia prima. Ai primi degli anni cinquanta, il professore viene chiamato dal Senato Accademico, presso la facoltà di Magistero, affidandogli la cattedra di Letteratura Francese. Fino a quando, il 10 giugno del ’58, Debenedetti in una lettera a Carmelo Filocamo scrive: “[…]Non so se qualcuno ti abbia già detto che la facoltà di Roma mi ha affidato l’insegnamento della Lett. Moderna e contemporanea. È il posto che Ungaretti lascia quest’anno per limiti di età. […] E adesso speriamo che riesca ancora a farcela io; che si possa ricostruire la “nostra” scuola. Ti abbraccio. Tuo Giacomo Debenedetti.”

Al professore viene, e finalmente, affidata la cattedra che meritava, dietro pressione degli amici Pugliatti e Della Volpe.”

I suoi allievi, Debenedetti non li dimenticherà, neppure a Roma. Non fu un trasferimento di cattedra a modificare il rapporto tra il professore e gli studenti.

Debenedetti, avrebbe voluto al suo fianco, come assistente Carmelo, Filocamo, ma egli, forse per dovere etico, decise di rimanere in Calabria.

Già ai tempi di Messina, Debenedetti, sapeva quanto grandi fossero i suoi tre studenti. Tanto che iniziando una delle sue lezioni, riferendosi a Saverio Strati dice: “Avevamo tra noi uno scrittore e non lo sapevamo”.

Sarà il professore a introdurre Strati e poi anche Pedullà, nel mondo delle lettere.

Saverio Strati fa leggere al critico i racconti “La Marchesina. Attratto dalla scrittura permeante dello studente, Debenedetti inoltra i racconti a Della Volpe, che ne rimarrà estasiato. Strati, verrà più tardi introdotto, proprio dal professore, in Mondadori. “Il suo giudizio positivo - scrive Saverio Strati - è stato importante per varie ragioni. Prima di tutto mi ha fatto prendere coscienza che sono un narratore[…]. Il giudizio, positivo ed autorevolissimo, mi era venuto isperatamente, inatteso, dal maggiore critico letterario di questo secolo.”

Una traccia, un raccordo, un’identità, un riferimento Giacomo Debenedetti, per il trittico meridionale per eccellenza.

Carmelo Filocamo, racconta di Debenedetti come un professore che raccontava la letteratura come un narratore racconta la vita”.

Ma è ne “Il Novecento segreto di Giacomo Debenedetti”, che i ricordi di Walter Pedullà, completano il rapporto tra il professore e gli allievi calabresi: “Ho visto per la prima volta Debenedetti nel gennaio del 1951. Ventenne, ero con un coetaneo, Carmelo Filocamo- più tardi noto come enigmista con lo pseudonimo di Fra Diavolo, con cui lo segnalò Italo Calvino – e con Saverio Strati, che  aveva “ scoperto “ il professore torinese. Da allora fummo inseparabili come amici e come allievi di Debenedetti, che , cosciente delle nostre non floride condizioni, ci invitò più  di una volta a pranzo o a cena.[…].”

Pensando al professore in cattedra e ai suoi allievi tra i banchi, mi viene in mente quanto corta può essere la distanza tra Nord e Sud quando la cultura ne governa i rapporti.

E oggi, che sono andati dispersi e dimenticati sia il maestro che gli allievi; e la cultura non ha punti cardinali, né santi in paradiso, mi chiedo cosa ci resta.

E a conclusioni tratte, non ci resta altro che fare gli allievi, ricordando (e studiando) i vecchi maestri, in nome di quella Magna Grecia che ci ha governati.