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LA PAROLA e LA STORIA. SPORO/2

LA PAROLA e LA STORIA. SPORO/2

seminare   di GIUSEPPE TRIPODI -

Nella lingua calabro-jonica meridionale i transiti linguistici e gli intrecci semantici di sporo sono molteplici.

Nell’onomastica si registra il soprannome Spùriu e il cognome derivato Spurio e, in area condofurese, il soprannome Sporìsci; tutti, ovviamente, collegati ad una condizione filiazione extramatrimoniale.

Interessante Paraspòro, cognome e soprannome della zona grecanica, derivante dalla divisione dei terreni nell’economia curtense: il parasporo era un pezzo di terreno seminativo che il signore concedeva al colono perché ne traesse il fabbisogno cerealicolo in cambio di corvèes, angarie ed altre prestazioni lavorative non retribuite.

Il greco spòros è derivato da speìro che indica l’azione del seminare; da esso deriva il verbo calabrese spertiari, disperdere attivamente (fici nu mulu cu so cugnàta, lu portàu a lu baliàggiu e lu spertiàu, fece un figlio illegittimo con la sorella della moglie, lo portò all’orfanatrofio e lo ha disperso) e il participio spertu, solitario, disseminato, legato per sintagma a mundu nelle espressioni: mi ndi vògghiu jri o dassatimi jri spertu pe lu mundu o nella maledizione: vàtindi spertu pe lu mundu comu jiu la me prima cammiscia, vattene in solitudine per il mondo e distruggiti come è andata distrutta la mia prima camicia.

L’aggettivo spertu e il verbo spartìri, dividere, dividersi, separarsi dolorosamente (si spartìru, detto di coniugi separati) nonché il sostantivo spartènza (ohi chi spartènza, chi spartènza amara / mi ndi spartìmu nu dui vinni l’ura, o che distacco, che distacco doloroso / è giunto il tempo della nostra separazione) rimandano dunque alla erranza, alla seminagione andata male: eis pétras te kaì lìthous speìrein, seminare sulle rupi e nelle pietraie, come i semi finiti sulla roccia e perciò infruttuosi della parabola evangelica del buon seminatore.

Dunque un lemmario che rimanda alla solitudine, perché come chi va spertu pe’ lu mundu si separa dai parenti e dagli amici per andare in luoghi selvaggi, così il seme spertu in mezzo alle rocce si separa dagli altri che stanno assieme e vicini nel campo seminato: “I protagonisti di molte fiabe … lasciano la casa e se ne vanno ‘spersi per il mondo’ perché costretti dalla malasorte, dalle condizioni di miseria e dal bisogno e perché cercano di cambiare il loro stato. E questa paura, desiderio, necessità di essere ‘sperso nel mondo’ appaiono metafora di un popolo in fuga. Il ‘calabrese errante’, … ,ha una potenza di immagine evocativa pari, forse, soltanto a quella dell’‘ebreo errante’ (Vito Teti, Terra inquieta, Soveria Mannelli, Rubbettino 2015, p. 18).  

A quanto sopra detto si collega la parola greca spartòs che indicava una pianta selvatica (lo spartum junceum dei latini, la stipa tenacissima secondo la vigente tassonomia) con cui si facevano le corde (spartìon in greco).

Lo sparto era simile un po’ al giunco e un po’ alla ginestra, onde la parola finì per indicare proprio la ginestra che era la maggiore fonte di fibre tessili nella Calabria grecanica; da ciò si generarono serie di toponimi diffusi principalmente, ma non esclusivamente, nella parte jonica meridionale della provincia di Reggio: Spartà, Spartara, Spartìa, Spartizzi, Spartu, Spartosa, Spartuso, Spartusu, Spartusa (vedasi Rohlfs, Dizionario toponomastico, Ravenna, Longo 1974, p. 327).

Anche il lessico spagnolo registra esparto, “planta de la familia de las graminaceas con … hoias radicales de unos 60 centimetros de longitud, tan arrolladas sobre si y a lo largo que aparecen como filiformas, duras y tenacissimas … empleadas en la industria para hacer sogas, esteras, tripe, pasta para fabricar papel etc” (Real Academia Española Dicionario de la lengua Española, Madrid 1956, alla voce); dunque radici tenacissime impiegate per fare funi, stuoie, tessuti e per fabbricare la carta.

In chiusura dobbiamo ricordare che il greco moderno ha il bel vocabolo spermològos, pettegolo, chiacchierone, che rimanda alla dispersione non necessaria e incontrollata delle parole che era una delle diversioni peggiori della retorica classica; c’è un equivalente calabrese nello sparràri, lo sparlare del febbricitante e delle malelingue, del malu parraturi:

“Mai l’uomo è padrone di sé come quando tace: quando parla sembra … effondersi e dissolversi nel discorso, così che sembra appartenere meno a sé stesso che agli altri” (Abate Dinouart, L’arte di tacere, Palermo, Sellerio 1989, p. 46).

ra.