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IL DIBATTITO. “Anime nere”: uno squarcio di luce sulla calabria

IL DIBATTITO. “Anime nere”: uno squarcio di luce sulla calabria

munzi-criaco   di EMMA CHIERA -

 Come calabrese della dispora non sono mai nel posto giusto al momento giusto; e cosí, per vedere “Anime nere”, ho dovuto attendere l’uscita del DVD che poi ho passato subito ai figli, ai quali ho tentato a lungo di spiegare i motivi per cui ancora minorenne ho lasciato la mia terra e, soprattutto, perché ci sono voluta tornare ad ogni costo! Il libro, invece, ero riuscita a leggerlo subito. Tutto d’un fiato. Nella speranza di poter squarciare la cappa di amianto che paralizza la mia terra.

Ho sempre preferito un libro al film da esso tratto, poiché il primo permette un intimitá con la storia narrata che il racconto per immagini mi rende piú difficile. Ma con “Anime nere” il problema non si pone: libro e film sono due “gemelli diversi” che, pur seguendo percorsi autonomi, conservano intatta la matrice comune, compenetrandosi ed arricchendosi a vicenda.

Coniugando le splendide immagini della capitale europea affacciata sul Mar del Nord col povero stazzo delle capre di Luciano, in un Aspromonte ormai ridotto al silenzio, il film ci mostra due universi separati da distanze siderali - uniti dalla droga!

Erri De Luca considera la capra il piú perfetto degli erbivori perché “spoglia anche i cespugli di spine” e “da sola, ha fatto vivere i popoli del Mediterraneo”, eppure la sua presenza sui nostri monti pare destinata a sparire anche dalla memoria, assieme ad un mondo difficile, ma autosufficiente, con tradizioni millenarie che han costruito l’identitá della nostra gente.
Complici e vittime allo stesso tempo, quei calabresi che, abbagliati da altri “valori”, si son lasciati proiettare nell’illusoria modernitá del soldo facile, rinnegando tout court le proprie radici, ora si sentono completamente smarriti, come le capre abbandonate da Luciano in una delle ultime scene del film.

Lo stesso smarrimento attanaglia il giovane protagonista Leo, privo com’è di anticorpi che lo aiutino a resistere o almeno a capire ció che accade alla sua terra, alla sua gente ed a se stesso.
La scuola ha fallito il suo compito, la pastorizia lo ripugna, il rapporto col padre ed i suoi valori è minato dall’azione di quel potente magnete che è il denaro, assurto ormai a “misura di tutte le cose” ed il cui effetto devastante su un’intera cultura Leo non sa, né puó comprendere. Le sue radici, peró, sono ancora saldamente legate a quella cultura in cui l’amicizia è il valore assoluto che per millenni ha consentito alle comunitá povere ed impotenti di resistere, creando una rete di solidarietá che dava un senso ad un’esistenza soggetta ad infiniti stenti e soprusi.Leo morirá senza aver avuto il tempo di capire che nel suo mondo ormai mostruosamente deformato, la fiducia e l’amicizia, un tempo sorelle della speranza, non han piú ragione di esistere.

Eppure quel suo “Pe’! O Pe’!” rivolto all’amico di cui non ha saputo immaginare il tradimento, riecheggia ancora nelle nostre coscienze…

Cosí come risentiremo a lungo la tarantella di “Anime nere”, presentata non come semplice elemento di folklore ad uso turistico, ma come tratto identitario delle genti mediterranee.

Quel ballo solitario sembra solo un attimo fugace di nostalgia dell’ex pastore che ora partecipa ai loschi affari dei Carbone. In realtá, è la terra a guidare i passi di Nicola, trasmettendogli la forza di intere generazioni vissute su quella montagna. L’Aspromonte stesso sembra trasformarlo in uno sciamano, affidandogli il compito di evocare lo spirito della terra, degli avi, del passato, per farne dono ad una comunitá sradicata, smarrita, sperduta.

La montagna ha il potere di trasformare anche Luigi: lassú egli non ha bisogno di automobili potenti, di bambole in costume adamitico stese sul suo letto, di costosi regali da portare ai famigliari che abitano una casa non finita, in una strada non asfaltata, in un desolato paesaggio di case semi-rustiche e spesso disabitate…

Sull’Aspromonte egli perde la sua maschera di duro e, dimentico di tutto, presta la voce al canto della terra che ha saputo nutrire i suoi figli di un cibo perennemente intriso di sudore, ma anche di bellezza, di armonia, di regole e valori condivisi.

Per la durata di quella tarantella, come per magia, il tempo non scorre, trascinando una Calabria povera di mezzi, ma dignitosa, in una profonda miseria spirituale; la trasmissione di falsi valori come veri ed imprescindibili nel mondo moderno non si realizza; il cataclisma culturale che cancella il vero volto di un’intera comunitá - e con esso la saggezza, la serietá, la responsabilitá - non avviene!

Ma la realtá ritorna prorompente quando la tarantella finisce e ad essa subentra la danza dell’ipocrisia di cui don Peppe Tallura è l’incomparabile “mastru ‘i ballu”, mentre le donne continuano a restare inchiodate al loro antico ruolo di semplici comparse.

Cosí la tragedia annunciata della famiglia Carbone continua a svolgersi davanti agli occhi del primogenito Luciano, che ha giá perso il padre ed in quella spirale di violenza ci lascerá un fratello ed il figlio che ha tentato inutilmente di proteggere, prima di rendersi egli stesso assassino dell’altro fratello, in un turbine di folle disperazione che sembra voler cancellare dalla memoria ogni traccia di quella Macondo di Calabria, affinché non abbia mai piú “una seconda opportunità sulla Terra”.

Eppure con gli ultimi fotogrammi del film, il regista, in un delicato quanto fermo invito alla speranza, lascia la “Calabria nera”, riproponendoci l’immagine del giovane pastore col suo gregge sulle rive dello Jonio, il mare da cui venne a noi la civilitá che poneva l’Uomo a misura di tutte le cose.

Certo, il nostro mondo globalizzato si muove ormai per continenti, quindi la varietá dei territori e delle genti pare condannata a venire fagocitata da un Sistema mastodontico che riconosce il diritto di cittadinanza solo alle merci ed al denaro, relegando gli esseri umani al ruolo di semplici oggetti ad essi funzionali.

Puó darsi che questo sia il futuro ineluttabile del Pianeta.

Ma la speranza, secondo me, è anche un dovere preciso a cui non ci si puó e non ci si deve sottrarre.

“Anime nere” dà delle indicazioni in questo senso. Noi calabresi possiamo e dobbiamo recuperare al piú presto la nostra identitá tradita e raccontarci finalmente da noi, anche a tutti coloro che, pur disprezzando la nostra terra, la usano come un comodo selfservice.
Dobbiamo (far) sapere che ai tempi delle guerre puniche, Roma spoglió i nostri boschi per costruire navi, che il latifondo ha tenuto sempre la gente nella miseria e nell’ignoranza, che le industrie di mezzo mondo - comprese quelle dell’Italia Settentrionale - hanno nella nostra terra una riserva di manodopera, che i politici corrotti sanno di avere qui un bacino di voti, che ultimamante troppa gente apparentemente “correct” si serve della Calabria per i traffici piú loschi e che, purtroppo, i tentativi di soluzione dei problemi si rivelano essere troppo spesso… un ulteriore problema!

Nel film, dopo la morte di Luigi, la moglie settentrionale del fratello afferma: “Io non sono come voi. Io mi sento diversa!” E Rocco le chiede: “Perchè, tu come sei?”

Una domanda che dovrebbero porsi in tantissimi, fuori dai confini della Calabria, ma che non sposta di un solo millimetro le nostre precise responsabilità di calabresi, considerati sia singolarmente, sia come comunitá.

Infatti, è solo cercando incessantemente risposte che possiamo sopravvivere in questo “villaggo globale” che pare tendere all’involuzione ed all’imbarbarimento, e riguadagnare cosí il diritto di chiamarci ancora persone veramente libere.

*Di Gioacchino Criaco, autore di Anime nere, da cui è stato tratto il film, è in libreria da pochi giorni il suo ultimo libro: Il saltozoppo, Feltrinelli, 14 euro.