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IL RACCONTO. Alla memoria di Melo (a Carmelo Filocamo)

IL RACCONTO. Alla memoria di Melo (a Carmelo Filocamo)

Carmelo-filocamo   di GIUSY STAROPOLI CALAFATI -

Era il mese di Ottobre. La vendemmia si accingeva alla fine. I colori dell'autunno tingevano di rossiccio, il viso roseo delle bambine. E le foglie scroscianti, cadevano. E si calpestavano: trisch-trasch!

Era tempo di olive. La fragranza dell'olio era sparsa nell’aria. I trappeti profumavano di nuovo. E odoravano di lavoro le mani dei contadini, eppure quelle provate di mio padre. Emanavano essenze, certe case. Aroma di scienza, certe altre. Fruttata, era la casa di Melo. Che seppure di tanti chilometri distante, ne sentivamo la scia.

Melo Filocamo, era morto già da un paio d'anni. Ci aveva parlati di lui, il vecchio Saverio. Uno, che fattosi scrittore, gli uomini, lo avevano confinato.

Quella mattina, all’alba, quando mio padre si avviò all’anta assieme a tutti gli altri, con mio fratello Santo, partimmo per Locride. Da Monteleo, passava un pullman ogni quindici giorni. Quella domenica, era la quindicina giusta.

Due ore di viaggio. Dal Tirreno allo Ionio.

Arrivammo nei pressi della casa di Melo, a giorno fatto. Al torno di un sentiero, in attesa di qualche d'uno, o forse qualcosa, una donna. Le domandammo, in cortesia, se sapesse indicarci quale fosse la casa di Melo Filocamo. - Chi siete?- ci chiese. - Da dove venite?, Perché cercate la casa di Carmelo? -.

Carmelo, era il nome di battesimo di Filocamo. Ma tutti lo avevano chiamato sempre e solo, Melo.

Era un signore distinto, Melo. Uno che aveva studiato. Uno che, sì, puzzava di scienza per davvero. Un letterato era. Un dotto di Calabria. Un contadino delle lettere. Un contadino che aveva studiato la terra all’università, e nella sua vita, non solo l’aveva saputa dissodare la terra, ma l’aveva anche ascoltata, compresa, e probabilmente capita. Ed ora che non c’era più, ma ancora v’erano pareti di libri a far da sfondo alla sua memoria, ce lo aveva detto il vecchio Saverio, avremmo voluto sentire anche noi, l’odore che in certi punti del Sud, come a Locride, sapeva di magna cultura. Quella cultura che se gustata, produceva, e non solo pane. Melo aveva dato la sua vita per i libri e l’aveva insieme a questi, spesa tutta nella scuola.

Locride era bella. Carica di storia e di vita. Ariosa, con le guance della Grecia antica. Virtuosa, con il viso di Nosside, ridente.

-Veniamo da Monteleo- le disse Santo. Nel mentre ella, ci contemplava i nostri volti, curiosa. Poi sorrise. Maliziosa. Ci porse la mano. - Iole -, disse. – Iole Filocamo.- Io e Santo, ci mantenemmo in silenzio. – Venite – continuò. –Vi accompagno io. –

La seguimmo. Lei avanti, noi dietro. Giunti ai piedi del palazzo che poco prima ci aveva indicati: -eccoci- disse. Entrò per prima. –Abita qui anche lei?- chiesi timorosa. – No – disse Iole. – Qui, abitava mio fratello Melo. –

Facemmo le scale con impeto, io e Santo. Sul pianerottolo del terzo piano, - siamo arrivati - disse Iole. Affissa al portone una targhetta dorata: “Melo Filocamo”.

Iole pigiò il campanello due volte. Tre volte. Venne ad aprire una donna. Alta, distinta. Intelligente, si vedeva. Era Marianne. La moglie di Melo. La professoressa, o professora. Poco contava. Calpestavamo finalmente il mondo della scienza. Marianne ci condusse dritti nella sala da pranzo. Iole le spiegò chi fossimo e cosa cercassimo, lì, in quella casa a quell’ora, quel giorno e a quel modo. Ne fu felice, Marianne. Io e Santo sembrava fossimo come Hansel e Gretel, pronti a divorarci quei libri, che da lì a poco avremmo forse visto, come fossero di marzapane. I colori della terra e dei contadini, si vedevano ovunque. Quelli del
Sud, della Magna Grecia e della calabresità, che era in Melo e in Marianne, vestivano la casa. Non resistetti. – Dov’è lo studio di Melo? - chiesi. Marianne si alzò scattosa. – Venite- disse. La seguimmo. Come un miracolo, ci apparve immediato il regno di Melo. Intatto. Pieno di libri. Carico di scienza diffusa. Sopra, sotto, di lato, ovunque.

– Questo è il suo regno - disse Iole.

Seduto a quel tavolo, Melo, aveva scritto le sue poesie, coniato i suoi anagrammi. Studiato la terra e i suoi padroni, i coloni e i contadini. La categoria irrequieta della gente del Sud. Santo, si pose dietro quel tavolo imbandito di libri. Si pose con timidezza, tra i libri. – I contadini, la terra, il Sud, non possono essere espulsi dalla storia. Il mondo non può unirsi in organizzazioni della dimenticanza. Bisogna organizzarla la memoria, perché le dimenticanze non affliggano neppure Dio – disse Santo, a voce alta, guardandosi attorno. E mi parve di ascoltare mio padre. E aveva ragione Santo. La Calabria è nostra. Noi apparteniamo alla Calabria. Alla terra. E la cultura, così come aveva lasciato detto Melo, eppure il vecchio Saverio, la cui voce ancora echeggiava in mezzo a quei tanti libri, restava l’unica arma di riscatto per questa terra.

Marianne e Melo avevano perso un figlio giovane. Tanto giovane. E ancora era provata negli occhi e nel cuore, quella donna. Si vedeva. – Torna. Quando vuoi, torna - disse a Santo stringendoselo al petto. Io e Iole ci scoprimmo commosse. Nonostante gli anni, Iole, era capace di arrossire. E arrossimmo entrambe.

A mezzogiorno avevamo il pullman da Locride per Monteleo. Dovevamo rientrare prima di nostro padre. Dalla terra, tornava sempre a sera. Marianne diede a Santo un libro di Melo. - Un giorno, quando l’avrai finito di leggere, me lo riporterai – gli disse. Santo fu felice. Le sorrise schioccandole un bacio sulla fronte, nemmanco le fosse venuta madre, quella donna. Eppure già l’amava.

Lasciammo casa Filocamo più ricchi che mai. Non v’era ricchezza più preziosa dei libri. – I libri aspettano d’essere letti -  disse Marianne, sulla soglia di casa.

Ci salutammo. Andando verso il pullman, Santo raccolse un pugno di terra da un giardino vicino.

- Che fai?- gli chiesi.

– Questa terra è colta, Pinuccia. Chissà che mischiandola alla nostra, non prolifichi la scienza.

Santo, si laureò in lettere, diversi anni dopo. Divenne un professore eccellente. Assieme a Marianne, aveva approfondito i suoi studi nella biblioteca di Melo. Per anni, aveva fatto avanti e indietro da Locride. Dedicandosi alle lettere. Tutto alle lettere. Le stesse lettere di Melo eppure di Saverio.

Su Carmelo Filocamo, stilò la sua tesi di laurea. – Un lampo di genio – gli disse il suo professore, all’università. Una dedica accompagnava trecento e più pagine, scritte al Sud per il Sud nel Sud. Né per mio padre, né per mia madre. Solo: “alla memoria di Melo”.