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LA PAROLA e LA STORIA. Sporo

LA PAROLA e LA STORIA. Sporo

il seminatore   di GIUSEPPE TRIPODI -

Sporo, dal greco sporos, seminagione, periodo della semina e complesso di attività ad essa collegate.

Saverio Strati usa la parola nell’incipit del suo romanzo più bello: Si era proprio nel fitto dello sporo e i contadini si alzavano presto, la mattina, per andare nei campi a lavorare (Tibi e Tascia, Milano, Mondadori 1987, p. 13).

 I terreni da seminare erano stati concimati per tempo, magari con il debbio (bruciatura delle stoppie a fine estate), e già sommariamente arati per scassare quelli prevalentemente argillosi (maggese, maìsi in calabrese).

Le sementi venivano sparse nel terreno dalla bèrtula o vèrtula un contenitore di tessuto robusto lungo poco più di metro per cinquanta centimetri; alle estremità, per un’altezza di una trentina di centimetri circa, venivano cucite le tasche.

Il seminatore se la poneva a bilancia sulla spalla e prelevava le sementi ora dalla tasca davanti e poi, quando l’alleggerimento traeva quella di dietro verso il basso, invertiva la posizione alleggerendo la tasca rimasta piena; e così di seguito fino allo svuotamento.

Questa inversione continua spiega l’etimologia della parola, che viene appunto dal verbo latino vertere, girare, e precisamente da a-vertere, voltare da una parte all’altra.

Si veda la poesia I seminatori di Gabriele D’Annunzio: Poi, con un largo gesto delle braccia / spargon gli adulti la semenza … e nel gesto / hanno una maestà sacerdotale.

Per completezza dobbiamo dire che bèrtula indica per metafora lo scroto, anch’esso costituito da doppia sacca: zipìnguli zipànguli / pastiddhi di milùni / lu gustu di li fìmmini / è la bertula c’u bastuni. Senza chiosa.

Novembre era il mese della semina e i primi giorni erano dedicati alle favi: San Martinu, (11 novembre)/ Favi e linu!. Ma il lino da noi non lo coltivava più nessuno.

Le fave invece erano una coltura alternativa ai cereali e, nella rotazione biennale delle colture, servivano a integrare la terra dell’azoto che i cereali avevano consumato l’anno avanti.

La fava, il cui baccello richiama nel linguaggio coatto il membro teso del maschio, “vocabolo di etimo greco, derivato dal verbo fagein, mangiare, quasi a dire faga. Fu, infatti, il primo legume usato dagli esseri umani” (Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XVII, IV, 3) e, a prescindere dalle asserzioni dell’antenato dei tutti gli etimologisti, un buon regolatore gastrointestinale nonché coadiuvanti nella lotta all’ipertensione, entravano nella preparazione del leggendario piatto di favi a maccu.

L’uomo con la pariglia dei buoi tracciava il solco e la moglie, o anche un altro famigliare, dietro, spandeva dalla bertola i semi a distanza di trenta, quaranta centimetri l’uno dall’altro.

Ma i semi deposti potevano essere anche due tre per volta e, in questo caso, occorreva distanziare di più i mucchietti. Zotta si diceva in calabrese ogni gruppo di semi e la parola anche un diminutivo, Zotticèddha. Per Rohlfs deriverebbe da un arabo sawt che significa sia pozzanghera, quindi luogo di raccolta dell’acqua e perciò assimilabile al solco che raccoglie, ma anche frusta, come il castigliano azote, che però indica figurativamente anche afflizione, calamità; in questo senso il calabrese la facisti la zotta oj, oggi hai combinato un bel disastro.

Per seminare il grano il contadino con un solco divideva il terreno già ammaggesato in più parti, seminandole una o due alla volta a seconda del tempo di cui disponeva: sporìe venivano chiamate queste parti di terreno con parola che è calco del greco classico spòrimos (ge), terreno pronto per la semina.

Sia per le favi che per il grano, come per qualsiasi altro seme, era essenziale lu rizzappàtu, la frangitura delle zolle che veniva posta in essere nel corso dell’aratura e serviva a spezzare le zolle esitate dal passaggio dell’aratro per meglio coprire i semi.

Ma la parola aveva significati metaforici che alludevano in genere ad attività mal fatte e perciò da ripetere: di un bambino che eseguiva male i compiti e necessitava che qualcuno glieli correggesse si diceva che avesse bisogno d’u rizzappàtu, ma faceva u rizzapàtu in senso dispregiativo uno sposo coniugato con una donna che era stata già vangata da altri o, ancora e in senso positivo per la rizzappàta, l’amante che vangava a dovere una donna non ben accudita dal marito.  

L’arare e il rizzappàre sono ben descritte, con sublimi allitterazioni e con sapienti enjambements, in Arano, una delle più belle Myricae di Giovanni Pascoli: Al campo, dove roggio nel filare / qualche pampano brilla e dalle fratte/ sembra la nebbia mattinal fumare // àrano: a lente grida, uno le lente / vacche spinge, altri semina, un ribatte / le porche con la sua marra paziente; // ché il passero saputo in cor già gode, / e tutto spia dai rami irti del moro; / e il pettirosso; nelle siepi s’ode / il suo sottil tintinno come l’oro.

Il rizzappare era bastevole a evitare che le sementi venissero sottratte da pettirossi e passeri di cui parla il poeta ma per un nemico più prosaico e non meno pericoloso come le formiche occorreva ben altro: i contadini infatti lavavano le sementi, sin dalla sera che precedeva la semina, con l’acqua mescolata a polvere di verderame ottenendo un duplice risultato: il seme diventava inappetibile alle formiche e, inumidito, si preparava a s-burdire, ad uscire cioè dalla buccia che lo avvolgeva e a trasformarsi in germoglio.

Il verbo è costituito dalla (e)x che introduceva in latino il complemento di moto da luogo e dal francese bort-bord > francone bord che significano tutti tavola, asse nel senso di limite di una cosa: (e)x – bord- ire.    

*van gogh, Il seminatore, 1888