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LA PAROLA e LA STORIA. Naca

LA PAROLA e LA STORIA. Naca

naca   di GIUSEPPE TRIPODI -

 naca, dal greco nákē-ēs e indeuropeo naq-no, pelle lanosa di pecora o di montone, vello, pelliccia.

Esisteva ancora prima la voce accadica nasku, pelle di capra o di pecora (Semerano, Dizionario della lingua greca, sub voce) e quella ebraica nasak, coprire; ad esse è riconducibile l’antico tedesco naska, probabile antenato le parole anglosassoni noesc e skin, pelle.

             In Calabria la parola indicava diverse cose:

  1. la rudimentale culla per bambini che si otteneva con un telo legato per i quattro angoli ad una trave del tetto o ad un altro sostegno; la voce è imparentata con il greco per via dei materiali con cui venivano costruite le nache; un sacco ruvido con sul fondo una pelle di agnello che riscaldava il neonato e ne tratteneva l’urina; donde l’espressione mi trattau comu peddi pisciàta, cioè ‘mi ha trattato malissimo’;
  2.  l’altalena rudimentale fatta con una corda passata attorno ad un robusto ramo di olivo i cui capi venivano ricongiunti all’altezza di settanta centimetri dal suolo. Sul fondo e a cavallo della fune veniva posta una ceramìta (un coppo di quelli che ricoprono il tetto delle case) che fungeva da sedile per chi si doveva cullare; l’aggeggio veniva chiamato anche naculavègna, che entrava nello scioglilingua recitato dai dondolanti durante il loro gioco: “nnaculavègna, / cucùzza, muntàgna.
  3. Rohlfs parla anche di una corda tesa fra le sponde del carro su cui sedeva, scomodamente dobbiamo ritenere, il carrettiere;
  4. Importante era la naca che arredava le corti delle stalle contadine ed era costruita conficcando nel terreno tre robusti pali alti poco meno di due metri e disposti ai vertici di un immaginario triangolo isoscele la cui altezza variava da un metro a un metro e mezzo a due metri.

Serviva per legare, al palo posto al vertice opposto alla base, le vacche che dovevano essere montate e che, strette ai fianchi dagli altri due pali, poco avrebbero potuto muoversi ove anche lo avessero voluto; a questo tipo di naca si legavano per la ferratura le cavalcature inquiete,

Da naca derica il verbo nnacàri, cullare, e il riflessivo nnacarsi ed anche nnacariarsi, ciondolarsi: “Non ti jri nnacàndu! Sbrigati, non perdere tempo!

Nnaculiàrisi e l’equivalente siciliano di nnacarsi e indica il passeggiare del perdigiorno, del flaneur che vaga per la città senza meta alcuna e senza fretta in attesa che maturi i tempo del rientro per il pranzo o della cena

Nnacamèntu è anche il camminare ciondoloni proprio del mafioso che è, o vuole apparire, sicuro di sé (Mi pari chi si nnaca! Dalla camminata mi sembra che appartiene alla mafia!). Mai come in questo caso vale il motto latino est modus in rebus; il mafioso carismatico e riconosciuto non ha infatti bisogno di nnacarsi dato che tutti sanno chi egli sia. Si nnacano dunque l’aspirante o il picciotto reclutato da poco che hanno bisogno di far sapere al mondo la loro appartenenza alla società che non è onorata; ma devono farlo con juicio per non attenzionare le forze dell’ordine e per non dar fastidio a chi, per essere mafioso di lungo corso, non può sopportare che ci sia qualcuno che indebitamente assume atteggiamenti che non gli competono o di cui deve rendere conto a chi di dovere.

Nnaccaràtu é aggettivo indicante compostezza ed eleganza: neddhu, neddhu, neddhu / lu perdìa lu gghiombarèddhu / a la casa ndaiu n’atru / ch’esti bellu e nnaccaràtu (n., n., n., / ho perso il mio gomitolino / che è bello e armonioso).  

Si usa l’espressione nnacàri u pècuru (cullare il montone!) per chi temporeggia riguardo a un qualcosa che deve intraprendere ma di cui non ha ancora ben valutato la convenienza.

Si nnaca qualcosa che non è fissata a dovere, per esempio un dente che sta cadendo, una scala dai pioli non ben incastrati sui montanti o una suppellettile le cui parti non siano bene incollate; in tali situazioni si dice che le cose vannu naca-naca.

Naca-Naca è anche il nome di un complesso musicale. 

Ci è ignoto il legame storico (vi venivano messi a riposare, vi si conservavano?) tra la naca e i nnacàtuli, dolci calabresi diffusi in tutta la regione che sono propri del periodo che va da natale a carnevale. Si cuociono fritti o al forno e in alcuni casi sono anche ripieni.

Nnacatulèddha è una ragazza piccola di statura ma graziosa e delicata: Rosa, Teresa, / nnacatulèddha mia / dassa stari a màmmita / e venitindi cu mmia!