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IL RACCONTO. Il mistero della tomba e del tesoro di Alarico

IL RACCONTO. Il mistero della tomba e del tesoro di Alarico

alarico  di MIMMO GANGEMI -

Il Busento sgorga dagli intestini del monte Scudiero, nelle serre cosentine. Scende irrequieto, frusciando un lamento metallico che rimbalza sui costoni scoscesi da cui è compresso. Si tormenta di schiuma sui massi in fondo alle strette gole erose con il paziente lavorio di millenni. Sembra aver fretta di raggiungere il mare, la grande acqua a cui ogni fiume aspira, il rifugio dove trovare quiete, scivolando dentro a esserne parte.

Presto il piano ne placa gli ardori. Diventa una striscia che scorre lenta, placida e serpeggiante nell’alveo prima disseminato di rocce e ora una lingua di terra cosparsa di ghiaia, verdeggiante di erbe radenti il suolo, di steli di ginestre con i fiori gialli di primavera, di robinie, e di canneti, con le pannocchie piumose in cima, che talvolta si ergono compatti nelle piccole dune imprigionate a diventare isolotti, per l’acqua che si sparte in due direzioni e si ricompone poco giù.

Ha fretta e voglia di mescolarsi al mare, il Busento. Non riesce però a raggiungerlo. Muore alle porte di Cosenza vecchia, dentro il Crati ancora giovane ma già vigoroso, che spancia la terra pochi chilometri più su, dai fianchi del Timpone Bruno, Sila Grande. Degradandosi a piccolo affluente che ne accresce appena la portata. Nel confondersi con il Crati, ne subisce la prepotenza, si contorce in lievi increspature nemmeno capaci della protesta di un’onda e prosegue sconfitto e irriconoscibile dentro l’altro che punta a nord, devia a est e si fa infine accogliere dallo Ionio, nella Piana di Sibari, senza che questo possa ormai distinguere le acque limpide e fresche già nelle viscere del monte Scudiero.

Mai si guadagna dignità di fiume, il Busento. Nelle estati seccagne quasi scompare, d’inverno si allarga e ulula solo quando lo rinvigoriscono le forti piogge. È però decorato di storia e di leggende. Perché nel suo letto fu sepolto nel 410 Alarico, il re guerriero dei Visigoti, proprio in prossimità della confluenza nel Crati. Il 24 agosto dello stesso anno Alarico s’era macchiato del sacco di Roma – il secondo, ché il primo fu opera di Brenno e dei suoi Galli, nel 390 a. C. – consumando un tradimento, e ingratitudine, per essersi lasciato scivolare addosso la salvezza che gli concesse l’imperatore Teodosio, l’ultimo a regnare sull’impero unificato, quando eracircondato dall’esercito del generale Stilicone.

Alarico imperversò su Roma per tre giorni e sottrasse tutti i tesori. Dopo, si diresse verso le Calabrie, con un bottino di 25 tonnellate d’oro e 150 d’argento. A Reggio allestì una flotta con l’intento di raggiungere le coste africane e conquistare le colonie romane. Le navi furono inghiottite dalla furia del mare quando già erano pronte per salpare. E Alarico decise di risalire di nuovo la penisola. Contrasse la malaria lungo il percorso tra gli acquitrini malsani emersi per l’incuria che cresceva assieme alla debolezza di Roma e morì in pochi giorni, nei pressi di Cosentia, l’attuale Cosenza, lì dove il Busento e il Crati si fondono in uno.

Raccontano le cronache che, avvertendo il tanfo della morte, abbia chiesto di essere sepolto nel letto del Busento, per avere addosso l’acqua degli anni giovani e felici, lungo le sponde del suo Danubio: centinaia di schiavi deviarono il corso del torrente, scavarono una buca profonda, vi alloggiarono l’immenso tesoro e il corpo del re, in groppa al suo cavallo e in assetto da battaglia, ricoprirono e restituirono il fiume al percorso naturale; gli schiavi furono poi uccisi, perché non divulgassero il segreto e non si corresse il rischio della profanazione.

La tomba di Alarico fu cercata per secoli – ci provarono anche i nazisti. E mai trovata. Forse perché la sua posizione non è quella giunta di voce in voce fino a noi e, a ragionarci su, nemmeno è granché credibile: a Cosentia, già città attiva, importante nel commercio per la felice posizione lungo la Via Capua-Rhegium, il luogo della sepoltura non sarebbe potuto passare inosservato, nonostante gli accorgimenti per tenerlo nascosto. È invece più attendibile un’altra località. Non nel letto dove giace il Busento, ma più su, tra Mendicino e Carolei, in un’altura a ridosso del Busento stesso, dove questo trascina acque fredde, è ancora un fanciullo, si annida e scende tumultuoso tra gole strette e profonde ed è incupito dalle ombre che i monti intorno gli gravano addosso.

Sulle sommità di un rilievo, non appena i ripidi costoni a ridosso del fiume si liberano della fitta selva di sterpaglie, grovigli di rovi e robinie e si arrendono alle nudità delle rocce di una tenue tinta rosa, si aprono due caverne naturali, a pochi metri una dall’altra. Varcato l’ingresso, s’impatta nel lavoro di scavo dei tombaroli: le rigature dei colpi di piccone, i segni dello scalpello, della pala e della mazza, i buchi scavati ovunque. Nella prima apertura c’è un piccolo e rustico altare, sagomato nella parete dal tenace impegno dell’uomo. Pure nella seconda si notano tracce delle ricerche effettuate – qui pare anche abbia consumato i suoi giorni un eremita. Su entrambe si mormorano racconti da non dormirci la notte: di torce che si spengono senza che aliti un soffio di vento, della furia metallica della spada di Alarico che sorge improvvisa e rimbomba nel traversare la caverna, del nitrito di un cavallo che colma assordante la volta e si consuma appena all’aria, un passo dentro c’è, un passo fuori no.

Sulla montagna di fronte, nella roccia è incisa una grande croce. È la natura che si diverte con gli uomini? O è una traccia voluta lì dal Cielo per proteggere la sacralità del luogo, per ammonire a non infrangere il riposo eterno del re guerriero?

Il biondo e possente Alarico e la sua tomba introvabile hanno ispirato August von Platen-Allermunde per la poesia Gram im Busento, tradotta in italiano dal Carducci. Dormi, o re, nella tua gloria!/Man romana mai non violi/la tua tomba e la memoria!