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Ecco come le ragazze di Reggio scoprivano il sesso, quando scandalizzai la città

Ecco come le ragazze di Reggio scoprivano il sesso, quando scandalizzai la città

dlc   di ADELE CAMBRIA* -

“Prendimi adesso/che fa ancora sì mattino/ e che ti reco dalie nuove in mano/oggi ma non più tardi/amante mio,non vedi/ che diviene il convolvolo cipresso?”

Sono i versi di Gabriela Mistral, la poetessa cilena Premio Nobel 1945, che mi ripetevo silenziosamente nell’estate remota del 1947, impaziente sedicenne in una foto di gruppo al Lido di Reggio, svestita- si fa per dire- da un castissimo ‘duepezzi’ (pagliaccetto e bolerino, rendo l’idea?) tagliato e cucito dalla mia mamma.

Era l’estate del ’47 anche quella in cui una nostra lontana parente (per carità, “acquisita”, e, per soprammercato, anche “del Nord”), era stata multata dai finanzieri - che ispezionavano la spiaggia per tutelare il “buoncostume” cittadino: la poverina aveva osato indossare un “bikini”, all’epoca considerato scandaloso, infrazione aggravata dall’età della criminale: nientedimeno che 43 anni!

In quanto a me, sognavo con Gabriela di volare tra le braccia del mio Amore, con le poetiche dalie nuove in mano, ma a questo punto la mia immaginazione si bloccava…

Non sapevo nulla   di nulla, le mie amiche più “scafate” consultavano di nascosto enciclopedie mediche, o interrogavano le povere cameriere al servizio nelle nostre case (quasi tutte ragazze madri, e quindi “disonorate” e perciò espulse dalle proprie famiglie), ricavandone a volte storie del tutto fantasiose: come quella di uno inquietante strofinamento della coscia maschile-dello zio-contro la sottana della pudica e spaurita nipote che era andata a portargli, nella vigna, la gavetta con la minestra di pasta e fagioli… E poi, dopo tre o quattro mesi, la ragazza si era scoperta incinta…

Non so se le mie amiche ci credessero, a quelle storie, io invece ci credevo, ma attingevo i miei saperi dai romanzi di Cronin (li leggeva mia madre, a me erano proibiti, io glieli rubavo dal comodino): e fu “ Il Castello del Cappellaio” che mi diede lo choc: una carezza furtiva sulla camicetta della innocente protagonista, e il capitolo successivo si apre con la nascita del bambino(!)

Nell’estate dei miei quindici anni cominciò a corteggiarmi un bel ragazzo di Reggio, lui ne aveva diciannove e faceva parte della squadra locale di palla a nuoto. I corteggiamenti delle signorine di buona famiglia si facevano in gruppo di tre o quattro amici che dall’altro marciapiede del Corso o della Via Marina occhieggiavano la ragazza prescelta da uno di loro: la ragazza andava a passeggio con i genitori, il corteggiatore la spiava, per così dire: più tardi, anni dopo, anzi, quando ero già fuggita a Roma, mio fratello mi spiegò che, in gergo, l’occhieggiare una ragazza si diceva “fittiare” (‘A fittiai ‘na serata sana!”, si vantava poi il corteggiatore…)

Dopo un paio di settimane di “fittiate” -anche all’ingresso e all’uscita del Liceo Tommaso Campanella, dove peraltro mi accompagnava mio padre- il bel ragazzo, che avevo ovviamente identificato attraverso amiche e compagne di scuola, affidò la sua prima lettera d’amore per me alla sfortunata madre nubile che lavorava in casa nostra; e lei, romantica, si fece subito sua complice, pur sapendo che rischiava il licenziamento. Il primo bacio A. me lo diede in un giorno di marzo, dopo la scuola, (quel giorno mio padre aveva l’influenza); soffiava un gran vento di boria, eravamo scesi sulla spiaggia deserta del Cippo, io avevo guanti turchesi di lana d’angora, e lui cominciò a baciarmi le mani guantate, perché io rifiutavo di denudarle!…

   …Venne l’estate, mia madre mi scortava al Lido, ma restava nell’ombra della terrazzina della baracchetta dipinta a strisce bianche ed amaranto, e noi due ci incontravamo alla boa; dove io approdavo quando lui, che batteva il crawl, era già lì da un pezzo, e m’aspettava in acqua, nascosto dietro la rotonda sagoma arrugginita e oscillante… La love story finì quando gli offrii da leggere “Tenera è la notte”, il romanzo di Francio Scott Fitzgerald, che mi aveva incantato. Lui lo tenne per qualche giorno, poi me lo restituì con una letterina in cui mi scriveva che essendo molto impegnato a Messina con il biennio di Ingegneria non poteva perdere tempo con altri libri. (E davvero era un ottimo studente, superato il biennio partì per Torino, si iscrisse al Politecnico e si laureò, come pochissimi riuscivano a fare, allo scadere del prescritto quinquennio di studi universitari).

Intanto io, saltando il terzo liceo, mi ero iscritta a 17 anni alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, dove andavo accompagnata da mia madre. (Mio fratello, minore di me, era ancora al Liceo e quindi non poteva scortarmi). A diciott’anni entrai ufficialmente nella routine mondana di Reggio: la Tavernetta del Teatro Cilea per la notte di San Silvestro, con i genitori che squadravano chi si presentava a chiedere un ballo alla figlia, e si scambiavano informazioni sulla geologia del malcapitato “cavaliere”, illustrandone la genealogia fin dove era possibile risalire, di generazione in generazione. D’estate si ballava al Circolo del Tennis e qualche volta al Lido, dove poteva capitare di essere invitate anche da un “forestiero”, che indossava tuttavia la riassicurante divisa d’ufficiale di Marina. E poi c’erano le gite a Taormina con la Lega Navale….

   Smaniosa di fuggire da simili esperienze traumatiche di mondanità, ne trassi, una volta laureata -a 22 anni- e approdata a Roma, un articolo di costume intitolato “Le ragazze col Cantù”. Ma perché questo titolo? Che cosa avevo voluto dire registrando le mie conterranee e coetanee sotto quella bizzarra etichetta (che oggi si direbbe “padana”)? Era una questione capitale, il merletto di Cantù della parure da indossare la prima notte di nozze, a garanzia della verginità delle ragazze da marito.

L’articolo fu pubblicato nel giugno del ’55 su “Il Borghese”, la rivista fondata e ancora diretta, all’epoca, da Leo Longanesi. Ma “La Voce della Calabria” (il settimanale reggino di non so quale corrente della Dc) uscì con un articolo in prima pagina, di cui io ero il bersaglio: il titolone era: ”Farebbe quagliare una cisterna di latte fresco”. Il soggetto di quel titolo esilarante ero io, che con il mio “veleno” avrei potuto far quagliare ecc.ecc. Si sottolineava poi che era ben strano che “una perfetta sconosciuta” avesse avuto l’onore di firmare sulla rivista di Longanesi. Circostanza, questa, che dava adito a più di un sospetto sulla virtù dell’autrice, sprovvista evidentemente del baluardo del Cantù… (Mia madre, infatti, respingeva con garbo i commessi viaggiatori in corredi di nozze che bussavano alla nostra porta).

Mio padre decise di querelare giornale e giornalista: ma uno dopo l’altro, tutti i più prestigiosi avvocati reggini rifiutarono di prendere la difesa della mia virtù in tribunale. “Non è per voi, Cavaliere, ma, capirete, vostra figlia non dovrebbe più mettere piede a Reggio!” Candido e disarmato, e napoletano di nascita, lui non si arrese, e convinse a venire a Reggio un Principe del Foro, l’avvocato Eugenio De Simone, ben noto come ”L’avvocato del Principe De Curtis”, cioè di Totò. Lo stravagante personaggio accettò, prenotammo per lui la migliore stanza del Miramare, e alle sette del mattino andammo a prenderlo alla Stazione; scese dal vagone letto un signore altissimo con gli occhi neri lucidi e bistrati, i capelli imbrillantinati alla Rodolfo Valentino, il volto bianco di cipria. Mezza città andò ad ascoltarlo (io no, non stava bene per una signorina salire le scale di un Tribunale), la querela per diffamazione a “La Voce della Calabria” fu vinta alla grande, mio padre aveva chiesto “una lira simbolica” per danni, e ne aveva spese quattrocentomila.

Ripartii per Roma, i tempi, anche quelli del costume o dei costumi calabresi, cominciarono a correre, tornai a Reggio nel 1967 per fare un servizio televisivo su “Il tempo libero delle ragazze calabresi”. Ricordo due interviste “memorabili”: la prima, che ancora mi commuove, alla figlia di un bracciante della Milea: viveva in una baracca con i genitori e due sorelline e un fratellino, non c’era la luce elettrica, ma un paesaggio stupendo s’allargava alla vista appena oltre lo Stretto. La madre non voleva che mandassi in Tv l’immagine della figlia, “’A criscìa comi ‘na rasta ‘i vasilicò!“ L’ho cresciuta come un vaso di basilico”, questo il suo lamento poetico -e quanto aveva ragione, io non lo sapevo allora, lei sì - ma alla fine cedette. E la figlia mi raccontò, con un mite sorriso, la sua giornata: altro che “tempo libero”, pensavo tra me e me… Sveglia alle sei, per prendere la corriera per Villa San Giovanni, dove era la scuola, scortata dal padre che andava a zappare nei giardini d’agrumi: al ritorno, verso le due e mezza, le tre, un boccone poi via a rigovernare le bestie, a fare l’erba ed altri lavori campestri; al crepuscolo si accendeva il lume a petrolio, e lei si metteva a fare i compiti, sul tavolo della cucina, mentre gli altri mangiavano, fino alle undici… ”Perché non voglio fare dispiacere alla mia professoressa”, mi spiegò timidamente. Le chiesi perché voleva continuare a studiare. ”Per cultura”, mi rispose con uno sguardo appassionato e un filo di voce. ”Per cultura”, ma non sarebbe andata molto avanti, tanto lo sapeva, era promessa ad un compaesano emigrato in America, che sarebbe tornato a sposarla e a portarla via. (Andò a Parigi in viaggio di nozze e mi mandò un regalo, una piccola Tour Eiffel d’argento: non l’ho mai dimenticata…).

All’Oasi, invece, lo stabilimento balneare in stile magrebino inaugurato da poco, andai per prima cosa a chiacchierare con i ragazzi della Reggio-bene. A sentir loro Reggio era diventata Stoccolma: le ragazze avevano le chiavi di casa e quelle della macchina, entravano e uscivano come volevano, a qualsiasi ora, di giorno e di notte, e i genitori zitti; i maschi disapprovavano queste “eccessive libertà”, e poi i bikini più “sconsiderati”, le minigonne… Al coretto maschile contrapposi una “svedese” in minigonna, disinvolta, con le gambe accavallate, issata su uno sgabello del bar. Aveva vent’anni e sognava anche lei, come me ai miei tempi, di fuggire da Reggio verso “il Nord”. “Perché qua mille occhi ti guardano, ti giudicano, ti controllano… Il fenomeno dell’occhio della gente, no? Tu lo sai meglio di me, ed anche se i genitori si sono modernizzati, i maschi calabresi son rimasti gli stessi…”

Il servizio andò in onda, e apriti cielo! Il barone Nesci, presidente all’epoca dell’Azienda Turismo, scrisse una lettera aperta al Presidente della Rai-Tv chiedendo il mio immediato licenziamento, perché avevo denigrato Reggio Calabria: non era vero che non c’era la luce elettrica nei sobborghi, e la nuova gioventù reggina si comportava come in qualsiasi altra città italiana ed europea, e forse anche americana… Dimostrando una “giusta modernità”.

* Adele Cambria è nata a Reggio. Pioniera del giornalismo al femminile insieme a Camilla Cederna e Oriana Fallaci, ha lavorato e collaborato con le maggiori testate nazionali. Scrittrice, attrice, autrice di teatro e di televisione, è stata tra le prime animatrici del movimento femminista in Italia. Quest'articolo è stato scritto in esclusiva per Zoomsud, quattro anni fa. Adele lo aveva regalato, come molti altri, al direttore di questo giornale che oggi la ricorda con dolore e commozione.