Direttore: Aldo Varano    

PER ADELE. Dall'emigrante al viaggiatore

PER ADELE. Dall'emigrante al viaggiatore

Adele e S. Pazzano   di SAVERIO PAZZANO -

Se avesse potuto, avrebbe scritto soltanto di gossip. Da qualche parte gliel’ho sentito dire, credo si fosse a Pentidattilo, poche estati fa, in una serata di cielo lucido e fresco. Anche se non l’avesse dichiarato lo avrei capito lo stesso, per via di quella curiosità irriverente e garbata con cui indagava sulla vita privata. Avrebbe scritto solo di matrimoni e divorzi eccellenti, di nascite illustri, di amori e, forse, di tradimenti importanti, di fatti di costume e delle vicende più intriganti della buona borghesia italiana: ricordava con civetteria le volte che le era capitato di avere a che fare, per lavoro, con affari del genere e poteva stare ore – e ci stava- a raccontare com’era questo attore o questa attrice, e quella principessa, e com’era abbigliato quest’altro e come si muoveva… Dentro i racconti, nell’eleganza dei gesti e del linguaggio, si poteva intuire la snob che avrebbe potuto essere e non era stata.

Perché avrebbe scritto solo di gossip, se: non fosse nata a Reggio Calabria; le donne in Italia non avessero dovuto lottare –e non dovessero ancora farlo- per la propria liberazione; non ci fossero stati gli anni settanta e i moti di Reggio e Lotta Continua; non ci fosse stato Pasolini e il racconto delle periferie umane morali sessuali; non fosse esistita – e non esistesse ancora- nella questione meridionale una questione femminile, e nella questione femminile una questione meridionale; non avesse avuto dentro l’amoreodio per Reggio e lo Stretto: quel sentimento di nostalgia spessa e dolce che può conoscere solo chi amaodia questa terra al fondo d’Italia; non ci fossero state la letteratura e la politica, Marx come Alvaro, de Beauvoir come Didone; non ci fosse stato da scrivere e dire, scrivere e dire, pagine di storia minore e dimenticata, di donne abbrutite dal perbenismo borghese e poi dall’apparente emancipazione del consumismo; non fosse stata interessata, con lo stesso stile di giornalista raffinata e acuta, alla vita costretta in una baracca reggina e alla mondanità di una Milano à la page…

Si poteva avere l’impressione che avrebbe scritto solo di gossip, se in mezzo non ci fosse stata la storia d’Italia e lei dentro questa storia. Se non avesse avuto il carattere, l’intelligenza e la penna per raccontare questa storia da protagonista.

E oggi si potrebbe commentare semplicemente “lutto nel mondo del giornalismo o della cultura”, se la biografia di Adele Cambria non avesse quell’incidente che tocca ancora a quanti nascono a Reggio Calabria: dover scegliere se andare o restare, e rinunciare sempre e comunque a qualcosa di sé. Se la sua storia non fosse la anche la somma di un’emancipazione femminile e di una geografica. Sessanta e più anni dopo, il problema rimane immutato, solo che è generalmente più grigia e decadente l’Italia verso la quale si emigra, più confuso il futuro di chi sceglie di partire, più illuminato dalla retorica del cambiamento quello di chi sceglie di restare. Lei raccontava la sua partenza con ironia, col distacco dell’età, col disincanto delle menti nobili.

Ma a leggere la sua produzione, a partire dalle ragazze di Reggio col Cantù, passando per quel racconto d’Aspromonte e nostos che è Storia d’amore e schiavitù, fino a In viaggio con la zia, si intuisce il bisogno di esplorare il distacco e la perdita e collocarli in uno spazio intellettualmente e culturalmente ampio, emotivamente pieno.

Dico che non è stata una reggina che ce l’ha fatta, ennesima prova retorica di un orgoglio made in Calabria. Dico che è stata una donna di Reggio, che sapeva bene cosa questo comportasse e significasse, che ha saputo inscrivere questa appartenenza-perdita dentro la storia grande dell’emancipazione femminile e culturale, dentro l’attualità come dentro il passato del Mediterraneo. Forse per questo si aveva sempre l’impressione che potesse, mentre parlava di Moravia e Pasolini, contemporaneamente pensare allo Stretto e a quanto era bello; e che conoscesse già la risposta - l’avesse già saputa e vissuta e scartata e abbracciata - mentre ti chiedeva: “perché hai scelto di restare a Reggio?”. Forse anche per questo, nelle sue ultime riflessioni, aveva concordato lo status del reggino 2.0: non più emigrante, ma viaggiatore.

E’ anche per queste ragioni, ma non solo, che di tutte le sue dimissioni quest’ultima è la più triste, l'unica che avrebbe dovuto revocare.