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IL RACCONTO. L’alluvione e il pianto della Locride

IL RACCONTO. L’alluvione e il pianto della Locride

Locride   GIUSY STAROPOLI CALAFATI -

Si attendeva qui come altrove la festa d’ogni santi. Animelle accese se ne stavano ovunque in commemorazione dei fedeli defunti. Ma erano giorni di pioggia. L’acqua, abbondava dovunque. Sole in cielo non v’era. Solo acqua. Dalla montagna al mare solamente acqua. Neanche più stelle. Era Novembre. Nei giorni dei santi e dei morti avrebbero dovuto piovere più che in agosto. E invece nulla. La montagna tuonava con ira mentre l'acqua scendeva imperterrita. La campagna e gli orti si liberavano tutti attorno come fossero mandrie impaurite. Ce ne stavamo chiusi in casa. Serrati in quelle mura domestiche. Avevamo paura.

- Speriamo che smetta presto - disse mia madre. Qualche vecchio in paese, lo avevamo sentito borbottare che il peggio deve ancora venire. E arrivò la notte. Quasi come se la nostra fosse la stessa Terrarossa d’Africo nel '51. Incapace di contenere acqua abbastanza da cedere. Lasciarsi portare via ogni cosa. La terra rossa, le case, la chiesa eppure la ferrovia. Questa ce l'avevano costruita per renderci uguali agli altri. Più vicini. Meno disinteressati. E invece l'acqua che scendeva inquieta, turbolenta ed esuberante, se l'era portata via. Il fiume confondendosi a mare, l’aveva sradicata. E restavamo i soliti di sempre. I lontani. Distinti da quel mondo che insisteva nel non riconoscerci parte di un'Italia che al prezzo del nostro stesso sangue, Garibaldi e la belle vie dei Savoia, avevano voluto con accanita superbia.

- Le terre dovevamo chiedere d'avere. Null’altro. Dovevamo coltivarle non più come servi ma da padroni - disse Gioacchino. - Noi invece abbiamo seguito le chimere. Quanti, hanno abbandonato la montagna per scendersene in marina? Abbiamo lasciato la terra e le zappe per le scrivanie e le cravatte. E ora! , ora non possiamo pretendere nulla. Nulla che non sia il conto – avvicinandosi alla finestra – che quest’acqua già adesso ci chiede di pagare.- Fuori l'acqua scrosciava con impeto, più di prima. Pareva che la montagna volesse venirci addosso. E Gioacchino a differenza di noialtri, non la biasimava. Sapeva le nostre colpe. Quanto l’uomo centrava in tutto questo.

Mia madre guardava oltre i vetri tenendosi il viso tra i palmi delle mani. La disperazione dei poveri, era nostra. Sapevamo che finita la pioggia si contavano danni. Qualcuno avrebbe pianto più volte. Tanti padri a quell'ora, erano ancora in montagna o nell'orto. Tanti ragazzi, come me e i miei fratelli, aspettavano, a quell'ora, che ogni padre tornasse. E io pregavo perché tutti i padri fossero già tornati a casa. Perché ero certo, che per quanta ira aveva in corpo quell'alluvione, qualcuno se lo sarebbe preso. Lo avrebbe fatto scivolare nei rivoli d'acqua potenti che si aprivano ovunque. Lo avrebbe portato con sé e ucciso.

Venivano rumori da ovunque come fossero grida. Di uomini e della natura.

- Un giorno - disse Gioacchino - quando sarò grande e avrò studiato abbastanza da sapere ogni cosa, io non girerò mai il capo per riverire i potenti come avete fatto voi - rivolgendosi a nostra madre e nostro padre. – Io – mettendosi la mano sopra il petto - mi batterò per questa terra. -

- Se ne resta! - sopraggiunse Michele, che aveva appena dieci anni, e se ne stava con il naso appiccicato ai vetri, stupito dalla forza dell'acqua che scendeva violenta portandosi a cornice, alberi, pietre, fango eppure una marea di storia che arrivata al mare non ci sarebbe più appartenuta.

-Ne resta, ne resta - disse Gioacchino.

- E io dopo averla studiata questa terra, cercherò, costi quel che costi, di comprenderla e capirla. E lo farò anche per te. Vedi Michele, la terra ripaga per come viene trattata. Se la tratti la terra paga. Altrimenti chiede il conto. -

Mio padre si grattò il mento con le mani. Poi con le stesse mani si rassettò i capelli farfugliando qualcosa: - abbiamo sbagliato tutto – disse.

- Ha ragione Gioacchino. Tutto abbiamo sbagliato – passandosi la mano sulla fronte come dovesse asciugarsi il sudore della fatica, per quella tragica e grossissima acqua .

- La terra restituisce sempre quello che le dai. E noi - sferrando un pugno sopra il tavolo, - noi non le abbiamo dato quello che meritava. Le abbiamo tolto, le abbiamo. Tolto la dignità d'essere la stessa terra che avevamo ereditato. E adesso - avvicinandosi anch'egli alla finestra, - adesso paghiamo il conto. –

-Non il conto pa' - gli dissi. - Le conseguenze paghiamo.-

-Care e amare le paghiamo - mia madre che aveva gli occhi lucidi e una grande pena le stava assisa sopra il volto.

V'era là fuori una natura che si incarogniva con l'uomo. Che ululava, urlava, si dimenava e distruggeva i ponti, le strade. Eppure la ferrovia che un benedetto ingegnere aveva inventata. Tutto distruggeva.

La corrente non v’era più da ore. La lumiera era l'unica fiammella accesa. La sola speranza di guardarci ancora in faccia l’un con l’altro.

Il paese era fradicio. Pregno di sventura. Isolato. Morto. Sembrava tornato come quando, quaggiù, al Sud, nessun ingegnere era venuto per creare. E allora, nella terra eravamo padroni e non servi.

La notte la trascorremmo in preghiera. Promettemmo, facendoci un’unica voce, d'offrire, d'ora innanzi, tutti i nostri servigi a Dio e alla terra. L'acqua si placò ch'era l'alba. Si seppe che Giuseppe se l'era portato il fiume. La piena l'aveva strappato a sua moglie e alla figlia. E ora che le donne s'erano salvate e Giuseppe era stato sacrificato per sempre, queste piangevano. Tutta Locride piangeva. Ed erano lacrime di dolore, rabbia e disperazione. Lacrime che ancora si piangono per una questione geograficamente meridionale, irrisolta.

-Questa terra è un’araba fenice – disse Giacchino quando vedemmo il sole e uscimmo finalmente fuori di casa.

Nostra madre si perse in una crisi di pianto. Nostro padre invece, prese la zappa e venne fuori con noi.

- L'uomo calabrese non conosce né l'abbandono né la rinuncia. In nome di Dio, della terra e di Giuseppe ce la faremo – disse. E in direzione del sole, tenendo Michele per mano, alzò la zappa al cielo come fosse una bandiera.