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LA STORIA. La cura secondo Alì

LA STORIA. La cura secondo Alì

  alì di TIZIANA CALABRÒ -

Alì viene da Bagdad. Un giorno è arrivato a Reggio Calabria con un treno su cui è salito per errore. Doveva ripartire, ma è rimasto. Senza soldi finisce che ti ritrovi prigioniero di un luogo e non te ne vai più.

Nella sua terra aveva una casa, una macchina e un lavoro. Vendeva vestiti per uomo. Oggi ha le scarpe rotte dalla fatica, va ovunque a piedi, fa lavori saltuari, è sfruttato, mal pagato, è povero.

A Bagdad le bombe hanno ucciso una sorella con il figlio in grembo e un fratello. Il fratello era uscito da casa per andare al mercato. A casa è ritornato a pezzi dentro un sacchetto di plastica. La mano che reggeva il sacchetto era di Alì. Alì odia gli americani e rivorrebbe la sua vita normale. Mentre lo dice la voce diventa un rantolo. Ricordare è troppo, va via con le lacrime nascoste dentro il cuore. Però torna Alì, i giorni successivi. Torna in quella stanza vicino alla Stazione centrale, data in comodato dalle Ferrovie dello Stato. E’ un Help Centre, un centro di accoglienza, “La casa di Lena”.

Torna con il suo sorriso, gli occhi nocciola, le scarpe rotte, le mani di lavoro, il suo corpo grande. Torna e si siede. Prende caffè e biscotti e racconta. Fa discorsi belli Alì, di quelli che hai voglia di ascoltarli, di quelli che i tuoi pensieri ti appaiono all’improvviso senza consistenza e liquidi. Si preoccupa di chi arriva con lui. Come del ragazzo egiziano dai gesti compiti, che non chiede niente, ma si vede che è sperduto. Lo sperdimento di chi è lontano dai suoi affetti sicuri e dorme nei vagoni dismessi dei treni.

Alì si preoccupa perché mangi, perché beva, perché riceva attimi di bontà. Alì dice che sente la vicinanza di Dio più che degli uomini, ché Dio assiste i poveri perché le loro case sono senza porte, i loro letti senza coperte e così può entrare nelle stanze e riscaldarli. Per chi Dio ha smesso di cercarlo da un bel po’, è un’immagine che spiazza. E’ l’immagine di una madre che si prende cura di chi ama. O forse Alì è Dio. Ci spiega di quanto un povero abbia bisogno di sentirsi umano attraverso piccoli gesti protesi. Ha bisogno che la sua fame venga compresa e così la fatica e la solitudine e il freddo di chi dorme dove capita. Ha bisogno che la sua sofferenza venga accolta, con un caffè, un pacco di biscotti e un sorriso.

Poi arriva il momento che bisogna andare. C’è una cena da preparare, quasi ti dispiace dirglielo. Lui ti rassicura con due occhi appagati. Dice che cucinare per qualcuno equivale a pregare, dice di andare, di correre a casa. Tu vai, cammini a passo svelto sui lastroni lavici della via principale. Guardi le vetrine dei negozi di abbigliamento, la gente passare, le luci dei lampioni, una distinta signora uscire da un portone illuminato di un palazzo elegante. Arrivi a casa e inizi a pregare.