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LA PAROLA e LA STORIA. Terra quantu mi fai; casa quanto mi stai

LA PAROLA e LA STORIA. Terra quantu mi fai; casa quanto mi stai

campo di grano   diGIUSEPPE TRIPODI -

Terra quantu mi fai, casa quantu mi stai, terra quanto sei in grado di lavorare e casa quanto ti serve per abitarci. Dietro il proverbio si cela l’ideologia del contadino calabrese che non prevede accumulazioni immobiliari difficili da conseguire e da gestire.

Naturalmente nell’ambiente per lo più collinare e montagnoso che costituisce buona parte del territorio calabrese le terre erano siccàni, cioè non irrigue; queste ultime si chiamavano mbiviratìzzi, cioè che possono essere abbeverate, ed erano situate nelle fasce piane vicino al mare o ai bordi delle fiumare.

Naturalmente i più fortunati, che avevano una fonte all’interno del proprio terreno, la sfruttavano per fare ortaggi semplici come broccoli in inverno nonché pomodori, peperoni e melanzane in estate.

La terra siccana, oltre a produrre cereali, era buona per alcuni alberi da frutto poco idrofili come mandorli, mendulàri, fichi, ficàri, fichi d’India, pittàri, per la struttura a pale (pitti) che davano le gustosissime ficaràzzi, alcuni tipi di peri (piràri).

Altra pianta che preferiva terre poco umidi, sabbiosi o rocciosi, era l’ulivo (livàra).

Le terre siccàne si distinguevano in seminative e da pascolo, rispettivamente l’ager e il saltus degli antichi romani.

Sono molteplici le parole calabresi che fanno riferimento alle qualità del terreno. Ecco, in ordine alfabetico, una superficiale silloge:

fadda, costa di montagna non coltivabile; può essere usata come pascolo e come luogo di legnatico per il forno: specialmente camucìssi, bucìssi, macchia di cisto, dal greco chamoboukìsson;

felèsa, dalla radice germanica fall- e dal francese falaise, terreno franoso, scosceso, instabile; si usa anche il verbo sfelesari, franare, smottare;

gaddùni, gaddhòtta, vallone, vallicella, burrone, letto di piccolo torrente (gaddhuneddhu);

laccàru, piccolo terreno in parti paludose o delimitate da valloni e corsi d’acqua in genere, greco làkkos, fossa, diminutivo lakkàrion;

lìmacu, terreno pesante, limaccioso, poco adatto alla cultura dei cereali, dal greco leîmaks-acos, prato;

màrgiu, terreno non arato destinato a pascolo, dal latino margo-marginis, terra di confine, arabo marg, terreno da pascolo, castigliano e catalano marga, ‘Roca gris composta de carbonat càlcic i argila”, e margall, planta graminia,…, bona per a pastura’ (Pal-las, Diccionari català il-lustrat, Barcelona, sd, sub voce), italiano malga, riparo alpino per uomini e bestiame con pascolo annesso;

mancùsu, ma anche mancùsa, terremo esposto a tramontana e poco adatto alla coltivazione. L’etimologia ha a che fare con l’associazione tutta ideologica tra la parte sinistra e il male (sinistro automobilistico, ma anche lo spagnolo zurdo, mancino ed anche maldestro), al contrario della parte dritta considerata positivamente (diritto, diritta via, destro);

marmùsculu, terreno arenoso, bianco come il marmo e perciò poco produttivo. Le terre più produttive sono, al contrario, quelle di color nero: terra nigra, pani jancu! lacerto del detto latino: fuscus ager fructus et farra ministrat opima! Il concetto è ribadito anche in altre lingue: Tierra morena buen pane lleva, Schwarzer Grund, trägt gute Frucht, Noir terrain, gain e bien / e le blanc ne port rien.

podàgna, dal greco poùs-podòs, piede, era la parte più bassa di un terreno situato ad altimetria variabile; da lì si iniziava la seminagione risalendo man mano; c’era anche un verbo, mpodagnari, che indicava l’attività relativa;

rinàzza, terreno arenoso, buono per seminarci il lino e per impiantarci il vigneto o l’uliveto ma assolutamente inadatto alla coltivazione del grano: Sventura mia aundi seminai / nta la rinazza ammenzu a du gaddhuni / seminai granu e non pistai mai / ora mugghieri mia mangia cugghiùni; Povero me dove ho seminato / nel terreno sabbioso in mezzo a due piccoli corsi d’acqua / ho seminato grano e mai ho trebbiato / ora moglie mia mangia testicoli. 

ròzzulascèkku, terreno di poco valore e di piccola dimensione; si trova anche in Padula: “l’altra è si meschina che, come diciamo noi, un asino a voltolarvisi ne uscirebbe fuori con la coda e le orecchie(Persone in Calabria, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1967, p. 147).

Timpa, terreno a strapiombo incombente sulle case e sulle cose che si trovano ai suoi piedi e, metaforicamente, cosa grande e pericolosa; mai costruire sotto le timpe. Esiste il verbo ntimpari, arrampicarsi sulla timpa, in cui sono maestre le capre. Rohlfs (Vocabolario, sub voce) cita le espressioni timpa di bestia, uomo molto stupido, timpa di latru, ladrone matricolato. Si potrebbe aggiungere anche na timpa di maccarrùni, na timpa di fìmmina; timpuni, nonostante l’accrescitivo, indica una grossa zolla di terra che l’aratro non ha franto e che bisogna frangere con la zappa (stimpuniari).  

Infine un cenno alle coltivazioni cerealicole che erano le più rilevanti per la microeconomia delle famiglie contadine.

La coltivazione del grano, ranu o granu, era una metafora della vita: richiedeva grandi sacrifici lavorativi ma alla fine garantiva la sopravvivenza: lu granu chi non sèmini no nesci / l’omu no mpara mai si non patisci.

Nella Calabria contadina dell’autoconsumo si seminava il grano tenero, dalle spighe bianche e irregolari e con barba rossiccia, che si chiamava Majorca; era originario dalla Sicilia e dava buone rese anche sui terreni marginali: granu maiorchinu / nu suspiru ogni matinu era proverbio che rimandava alla quantità di fatica necessaria per la sua produzione. Poi c’era il grano Cappella (in realtà Cappelli, da nome di un politico abruzzese che nella seconda metà dell’Ottocento ne sponsorizzo la diffusione nel latifondo pugliese), dalle spighe regolari e dalla barba nera; rendeva più del Maiorca ma solo sui terreni fertili.

L’orzo veniva coltivato per le biade ma era visto con diffidenza perché infestante verso il grano.

Importante, specie nei paesi di alta collina e di montagna, la coltivazione del Iermanu, la segale, con cui si faceva il pane per i poveri: “Chi vò mangiari pani e vìvari vinu / sìmmini jermanu e chianti erbinu. E il massaro, che vuol mangiare pane, preferisce la segale (jermanu) al frumento, e l’erbino (specie di vite che da uva sempre ed in abbondanza … Il suo pane è di segale cibo duro, ma che sostiene meglio le forze” (V. Padula, op. cit., p. 96).

Dopo aver letto questo brano ci siamo definitivamente convinti che Padula, cantore delle virtù del pane di segale, in realtà non sapesse nemmeno di che cosa stesse parlando.