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DA PARIGI. Ma De André non aveva ragione su tutto

DA PARIGI. Ma De André non aveva ragione su tutto

parigi1    di GIULIA CARBONE -

Scrivo da Parigi, città in cui vivo da ormai due anni.

Persone più qualificate di me, perché giornalisti, politologi, o semplicemente testimoni oculari, hanno raccontato con parole migliori di quelle che potrei usare io della tragedia di venerdì sera, dell’incredulità di fronte agli schermi tv che sono rimasti accesi in tutta la notte nella maggioranza delle case francesi, della paura che qualcuno dei propri cari potesse essere coinvolto, della tristezza nel pensare che tutti avremmo potuto essere coinvolti, del rabbioso desiderio di impotenza.

Molto si è detto, forse troppo, e spesso anche a sproposito, come sempre succede quando un evento sconvolge il quotidiano e ognuno sente il bisogno di esprimere la propria opinione, bisogno che diventa quasi un dovere sui social network.

Forse qualcosa non è stato ancora detto o ripetuto abbastanza. Riguarda la reazione dei francesi, e più in particolare dei parigini, agli attacchi che hanno colpito la loro capitale. E’ una reazione che da italiana è difficile da comprendere appieno, ma che, una volta compresa, non si può che ammirare.

Perché i parigini sono così, non ti invitano a prendere un caffè alle macchinette se lavori con loro da due anni, ma poi aprono le porte di casa loro agli sconosciuti di fronte agli spari e alla paura. Sbuffano e ti spingono se rallenti e esiti a prendere la direzione giusta in metropolitana, ma poi nella stessa metropolitana cantano insieme la Marsigliese per esorcizzare la paura. Ti trattano con sufficienza nei ristoranti (non tutti, per carità, ma, ahimè, la maggior parte!), ma poi tengono aperti quegli stessi ristoranti per tutta la notte, quella maledetta notte, per permettere ai clienti di rimanere al sicuro. E sfidano lo stato di urgenza e il divieto di assembramenti in luoghi pubblici per andare a deporre un fiore.

Ieri è stata una domenica stranamente quieta per Parigi. Musei, cinema, teatri, palestre, piscine, mercati chiusi. E per i Parigini, il cinema, il teatro o il museo domenicale è davvero un’abitudine irrinunciabile, molto più che in Italia, perché Parigi è forse l’unica tra le capitali europee che mantiene i negozi prevalentemente chiusi di domenica. Eppure molta gente, me compresa, è uscita ugualmente. E molti altri hanno preferito i parchi, i bar, i ristoranti, e quei cinema e teatri privati che sono rimasti aperti. Perché non si può impedire ad un popolo di vivere. E soprattutto non si può impedire ad un Paese di funzionare normalmente e fare fronte ai propri impegni. Per questo il governo ha deciso che sia le elezioni regionali, sia la COP21, la conferenza mondiale sul clima, si terranno nonostante lo stato d’urgenza.

E’ innegabile, abbiamo paura. Oggi in metro c’era molta meno gente del solito, pare che molti parigini abbiano preferito sfidare il traffico e la mancanza cronica di parcheggi piuttosto che prendere i mezzi pubblici. Ma, del resto, non si tratta di non avere paura. Si tratta di accettare di avere paura e nonostante ciò andare avanti, senza rinunciare alle proprie attività quotidiane e, soprattutto, senza lasciare spazio a facili derive qualunquiste. Mentre in Italia Salvini e altri politici nostrani invocavano la chiusura delle frontiere, Libero pubblicava in prima pagina un titolo indegno dell’ordine dei giornalisti e della specie umana, e sulle reti sociali si inneggiava alla bomba atomica e alle profezie di Oriana Fallaci, in Francia, come già successo dopo gli attentati di gennaio, la parola d’ordine è stata evitare “les amalgames”. Persino Marine Le Pen è stata stranamente moderata nei suoi interventi pubblici.

Oggi è una giornata triste a Parigi. Abbiamo tutti osservato un minuto di silenzio a mezzogiorno, abbiamo tutti abbassato lo sguardo di fronte alle bandiere a mezz’asta o listate a lutto, abbiamo tutti chiesto ai nostri colleghi, temendone la risposta, se c’era qualcuno dei loro cari tra le vittime. Eppure siamo tutti in ufficio, i bambini sono tutti a scuola, prenderemo la metropolitana per tornare a casa e cercheremo di non guardare con sospetto chi porta il velo o la barba incolta. E allora forse De André non aveva proprio ragione su tutto, perché qui chi non terrorizza non si ammala di terrore.