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LA PAROLA e LA STORIA. Dritti e Storti

LA PAROLA e LA STORIA. Dritti e Storti

storti   di GIUSEPPE TRIPODI -

Dritti e storti: cominciamo dai dritti il cui numero si avvicina alla totalità dei calabresi: per gli altri popoli del Mezzogiorno italiano siamo in attesa di sondaggi, ma diciamo che tutta la penisola è messa proprio bene.

Dritto è colui che capisce al volo come vanno le cose e si inserisce come un campione di surf nel cuore della grande onda. Eccolo dunque ai vertici di ogni realtà con la quale di volta in volta si misura: politica, economia, fìmmini, ndrangheta.

La lingua calabra e quella italiana sono le uniche, tra quelle che bazzichiamo con più o meno competenza, che hanno il privilegio di usare una parola (dritto, derivato da diritto) che significa giusto, conforme alla legge, per indicare l’astuto, il privo di scrupoli, colui che, pereat mundus, si occupa solo e soltanto dei ‘cavoli suoi’.

Le altre lingue sono più ‘sincere’; in spagnolo, ad esempio, l’equivalente del nostro dritto è pillo sagace astuto ‘dicese del picaro que no tiene crianza ni buenos modales” (Diccionario de la real academia, sub voce) ‘persona descarada, traviesa, bufona y de mal vivir, doloso, falto de honra y verguenza’. Disonorato e svergognato dunque, senza alcun ammiccamento con la dritteria.

Il latino aveva astutus e callidus ma è importantissimo il greco classico agkulo-metis, aggettivo omerico con cui veniva celebrata l’intelligenza di Ulisse, furbo, dall’astuzia curva, intricata, ad angolo, puntuta, come il calabrese finu, soprattutto nell’espressione niscìu finu, gli si è appuntita l’intelligenza.

Nel mondo contadino c’era anche l’antidoto: Sih! Drittu comu a candila! era la risposta minimalista degli antidritti che spesso coincidevano con l’universo femminile. Infatti il contrario di drittu era fissa che, come è noto, in calabrese designa anche i genitali della parte più numerosa del genere umano.

La parola è semanticamente molto caricata. Rimanda a chi sta all’in piedi, sull’a-ttenti, a chi si esercita nel passo dell’oca, a chi cammina su una linea retta senza minimamente barcollare.

Situazioni eccezionali, non generalizzabili e non sostenibili a lungo.

Più umana la parola e il concetto opposti, stortu, scemo, con il derivato stortàina, o anche stortìa, (stupidaggine, franc. sottise, calabrese grecanico nimalo-sìmi, con l’infondibile desinenza greco-classica -sune, come in dikaio-sùne, giustizia) ed altre variabili di cui diremo; deriva dal latino stultus che il vocabolario Gheorghes-Calonghi (ed. 1947 sub voce) collega al verbo Stolo-is, stolui, stultum stolere, fare impazzire, far diventare scemo qualcuno.

Ma Giovanni Semerano (Diz. della lingua greca, sub voce) allarga il discorso: lo stultus latino è sempre aggettivo derivato da stolo ma per il significato di rampollare, crescere, collegato al greco stèllo: in tal caso lo stolto sarebbe il lungagnone, colui che è cresciuto molto in altezza e poco in capacità cerebrale, u citrolùni, u maccarrùni scundutu, u trussu (il torsolo), il lungo e fregnone del dialetto romanesco.

Stortazzu e storticeddhu hanno significato benevolo e attenuativo mentre il verbo stortiari indica sia una stupidità sopravvenuta che la condizione di deviazione dal retto sviluppo e dalla retta funzione: ad esempio il chiovu stortu che si ingobbisce e non penetra nel legno.

Alcuni modi di dire calabresi mescolano le due stortìe (fisica e mentale) per rendere più chiaro il concetto: esti cchiù stortu d’u facigghiùni, è più storto della falce, esti tantu stortu chi non sàcciu mancu comu faci mi staci a la dritta: è così cretino che non so nemmeno come fa a reggersi in piedi.

In quest’ultimo caso non è la stortàina fisica che mette in pericolo l’equilibrio ma proprio la debolezza mentale.    

Naturalmente lu stortu più pericoloso è quello che crede di essere dritto e che si comporta di conseguenza: “Perché la vista di uno zoppo non ci irrita, e un intelletto che zoppica ci irrita? Perché lo zoppo riconosce che noi camminiamo diritto, mentre chi ha la mente che zoppica dice che zoppichiamo noi: altrimenti ne sentiremmo pietà e non collera” (B. Pascal, Pensieri, Torino, Einaudi 1962, p. 33).

              

Chiudiamo con il composto lignustortu, legnostorto, delinquente, teppista, persona che è cresciuta male e la cui vita non si adatta a niente (come i legni torti che non sono adattabili ad alcun uso e finiscono come legna da ardere).

Sul lignustortu esistevano e si confrontavano due scuole di pensiero: una diceva che a lu lignustòrtu lu focu lu ndrizza, e cioè il delinquente viene messo in riga da qualcuno più cattivo di lui mentre i legnistorti ribattevano orgogliosi che a lu lignustòrtu mancu lu focu lu ndrizza, e cioè che al legno storto nemmeno il fuoco fa nulla in quanto lo può bruciare ma non addrizzare; come la giustizia che li poteva punire, al limite uccidere, i legnistorti ma non riusciva a farli recedere dalle loro pratiche.

Dietro questa querelle si potrebbero muovere molte idee a partire da Kant, che ha parlato di legnostorto dell’umanità a proposito della renitenza dell’uomo a farsi prescrivere dagli altri i fini della sua azione, per finire a Isaiah Berlin che in un libro recente (La libertà e i suoi traditori, Milano, Adelphi, 2005, sei conferenze) ha apertamente simpatizzato per i legnistorti nella convinzione che l’uomo non è perfettibile e che coloro che (sulla scorta di pensatori come Rousseau, Fichte o Hegel) hanno preteso di raddrizzare l’umanità hanno dato vita solo ad orribili e mostruose dittature.

Insomma lasciamo stare il legnostorto perché esso è un prodotto della natura a volerlo drizzare si rischia di creare dei mostri; non per nulla il legno dritto assomiglierebbe a una canna che certo non è il massimo della stabilità.