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IL RACCONTO. Pavese e l’amore segreto di Brancaleone

IL RACCONTO. Pavese e l’amore segreto di Brancaleone

bar-roma   di GIUSY STAROPOLI CALAFATI -

 Arrivammo a Brancaleone che era pieno giorno. Un caldo che non dava scampo. Una piria insopportabile. Sudavano persino le pale dei pittindiani disposti lungo i sentieri che perimetravano il paese. E portava affanno, quella bestiale calura.

Niente voci di bambini. Niente grida. Solo cicale, votate a un assordante frinire.

Un bar. A cerimoniare, alcuni maschi del loco. Te sette e scopa. Sull’insegna un gran nome: Roma.

- Che fessi!– dissi a mia zia, abbondando in sorrisi come forse le sciocche solevano fare.

- Danno a un bar un nome come Roma, e Brancaleone non è altro che uno dei paesi messi in culo alla luna. -

Zia Mela si offese. Si vedeva. Ci ero andata giù pesante.

- Ma che dici Luigina. Sta zitta. Questa terra è più di Roma. Vale come l’oro. È la mia terra. Che ha Roma che a Brancaleone manca, eh Luigina!?

Ha i nostri orti? Ha le vigne sul mare? Il profumo dei bergamotti, lo ha Roma, Luigina? I gelsomini, le zagare…

Guardala Brancaleone! – piroettando su se stessa. - Ci sono colori che brillano. Venti che si infrangono. Stelle che di notte luccicano… -

- E pietre che avvampano se non andiamo via da sotto questo sole – aggiunsi.

- È qui che Cesare trascorreva i suoi caffè – proseguì mia zia, non destando lo sguardo da quel piccolo bar.

- Chi è Cesare, zia? -.

- Ah, sapessi Luigina! Sapessi che uomo. Quanta classe e che testa. Intelligenza. Profonda e saggia ironia. E che parola. Che lingua. -

Zia Mela, aveva lasciato Brancaleone ai primi del ’37. Dopo la morte di nonna Talia, era venuta a stare a Roma da noi. Mio padre da sola, a Brancaleone, non ce l’avrebbe mai lasciata. Troppa tristezza laggiù. Troppa distanza.

Ogni estate tornava al paese per non dimenticare, mia zia.

-“Un paese ci vuole. Non fosse altro che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti."-

Diceva che bisognava, almeno una volta all’anno, aprire le finestre della casa della nonna, far prendere aria alle stanze e forse anche ai ricordi.

Il caldo si incarogniva. Mi sudano persino le cosce chiuse in un vecchio paio di calzoni. E non osavo pensare quelle delle zia, nel mentre che sotto la veste, si strusciavano sudice e grondanti, l’una all’altra.

– Avanti zia, andiamo a casa. Questo caldo non si resiste. –

- Sai Luigina, a Cesare era impossibile resistere. Era un uomo. Era diverso. Puzzava di scienza, Cesare. Ma quaggiù… - e si fece triste la zia, - quaggiù lo avevano confinato – mi disse. - Lo avevano mandato fino a Brancaleone per scontare il confino. E lui ci stava. Comodo. Ci stava. Brancaleone gli piaceva. I paesani gli stavano a garbo. E io…, io Luigina confesso che di Cesare… Ebbene sì, io di Pavese mi ero innamorata. -

-Pavese? Zia ma che dici? Cesare Pavese era un piemontese. Era uno scrittore Pavese. Un poeta, un saggista. –

- Lo so Luigina, lo so. Ma fu arrestato per antifascismo e a Brancaleone lo hanno mandato al confino. –

-O cazzo, zia Mela. Ti sei innamorata di Cesare Pavese. Non posso crederci. –

- Una volta mi regalò anche un libro, Cesare. Ma amore no. Mai. Forse non fece in tempo. Oppure non sapeva amare per come invece era capace a scrivere. Ma non era possibile. Tutti i poeti sanno amare. E lo fanno meglio che tutti gli altri. Il punto è che io a Cesare, forse, non sono mai piaciuta.–

- Sono certa che nonostante fosse, Pavese, quell’uomo, non ti meritava zia. –

- Sì, Luigina. Non mi meritava. Io però mi merito o no di sognare ancora, almeno tutte le volte che torno a Brancaleone? -.

- Certo che sì zia. Certo che sì. –

Lì vicino v’era ancora intatta, la casa dove Pavese, leggicchiava, ristudiava per la terza volta il latino, fumava la pipa e faceva venir notte. Acchiappava le mosche, traduceva dal greco, si asteneva dal guardare il mare, teneva lo zibaldone, rileggeva la corrispondenza della patria, serbava un’inutile castità.

Post-ricordi, giungemmo a casa nostra quasi al tramonto. Morte di caldo e di fame. Ma venne sera e dormire con le finestre aperte sullo Ionio ci rese serene. Addirittura felici.

Trascorremmo a Brancaleone, un mese esatto. Profumi e sapori. Odori. Sguardi e ricordi. Memorie e case e paese.

Ai primi di settembre, ritornammo a Roma. Mi attendeva l’ultimo anno di liceo. Non potevo permettermi distrazioni.

‘900 italiano a bomba. Cesare Pavese tra tutti. Corsi a dirlo alla zia: - oggi ho studiato il tuo Cesare, zia. – Sorrise.

Brancaleone era lontana. A quell’ora d’inverno deserta. Mi mancava.

Zia Mela, si fece un peperino in viso. Avevamo un segreto noi due. Laggiù, in Calabria, le avevo giurato riserbo.

Agli esami, in luglio, alla commissione, parlai dell’amore segreto di Pavese a Brancaleone.

In fondo, a qualunque età, i sogni vanno sostenuti ed io mettendolo agli atti di un esame, davo corpo a quello di zia Mela, che tutte le volte che tornava al paese, nonostante l’età, pensava a Pavese e sospirava.