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LA PAROLA e LA STORIA. Pècura, Pecuruni, Pecuraru

LA PAROLA e LA STORIA. Pècura, Pecuruni, Pecuraru

pecore   di GIUSEPPE TRIPODI -

Pècura, unico ovino calabrese (in Sardegna ad esempio esiste la pecora selvatica, mufla, muflone al maschile), è stato a lungo animale importantissimo perché produttore di latte, di carne e di lana con la quale le donne calabre facevano capi di vestiario e il corredo alle figlie femmine.

La pecora giovane che non ha ancora figliato viene detta arnisca (dal greco classico arnòs, agnello), arnìscu è il montone giovane e arnìscolu l’agnellone di un anno di età.

A differenza della capra, indisciplinata e imprevedibile che si arrampica anche nei dirupi inaccessibili e provoca danni (dammaggiùsa o dammaggiòta, dal francese dommage, danno) mangiando ogni cosa ed anche le piccole piante domestiche, la pecora è pacifica, bruca soltanto l’erba e tiene sempre la testa bassa; viene allevata in gregge, murra, a volte anche di pochi capi, murracchiu o murracchièddu: si coniuga anche il verbo mmurrari (riunire, fare assemblea) e, soprattutto, ex-murr-ari > s-murrari, uscire dal gregge, dimostrare autonomia.

Murra infatti, come la parola italiana corrispondente, evoca in genere immagini di elementi uguali e disciplinati (pecuruni), che fanno tutti la stessa cosa, come nell’indovinello: ndaju na murra di pecuri russi / quandu pìscianu pìscianu tutti (le tegole, che in genere sono di colore rosso e quando piove gocciolano tutte quante assieme).

A proposito di paremiologie è d’obbligo citare almeno altri due proverbi: 1) pècura nigra e pècura janca / cu mori mori e cu campa campa da cui si ricava una disposizione verso il prossimo molto prossima al cinismo e 2) La pècura chi non carrìa la so lana si la mangia lu lupu (La pecora che non trasporta la propria lana viene mangiata dal lupo) che è l’equivalente del tedesco: Ein faules Schaf, das seine Wolle nicht vill tragen ( in E. Donato-G. Palitta, Dizionario dei proverbi, Genova 1998, p.229); un monito che, soprattutto a smemorati e distratti, evocava catastrofi perraultiane.

Il maschio della pecora è notoriamente u muntuni perché monta, cioè si arrampica sulle pecore sollevandosi (a monte, appunto) sul resto del gregge. In calabrese si usa molto il verbo mmuntunari per indicare la condizione delle pecore che durante le giornate estive, dopa aver brucato durante le ore fresche, cercano un riparo e, accostandosi l’una all’altra con la testa bassa, si riposano ruminando in silenzio. Per traslato dicesi anche di persona che, all’in piedi o seduto, sta col capo chino e non risponde alle domande: mmuntunàu, è un muntuni o, anche, muntunàzzu.  

Il guardiano delle pecore, u Pecuraru, è antropologicamente il custode della tradizione pastorale come nell’incipit di una delle più belle poesie di autore calabrese: Non avi cchiù restuccia la campagna / ora c’agustu bampa la marrina / lu pecuraru re di la muntagna / dassa lu chianu e pìgghia la pendina (Aspromunti, di Napoleone Vitale).

Gli altri gruppi sociali, contadini inclusi, in genere erano sprezzanti verso i pecorai sia perché poco rispettosi della proprietà altrui e sia perché proclivi alla lite e alla rissa con l’uso del bastone. Il disprezzo coinvolgeva i paesi di montagna, dove i pastori erano abbastanza numerosi, i cui abitanti venivano accomunati senza tanti distinguo: Li rifudisi (ma anche i Gaddhicianisi, i Roccafortisciani, i bovisciani )? Quattru pecurarazzi!”.

Ma i montanari, oltre che lesti di bastone, erano anche sciolti di lingua e rispondevano per le rime: Bellu tu mi chiamasti pecuraru / ma eu non nci mungìa u latti a to’ soru!

Oltre al dispregiativo era diffuso il benevolo diminutivo pecurareddhu: Pecurareddhu mangia ricotta / va a la missa e non si nginocchia / non si caccia lu birrittinu / pecurareddhu malandrinu!

Era la lunga dimestichezza con le bestie che rendeva assimilabile la sua alla loro esistenza e condizionava la visione del mondo del pastore: “Quannu tocca li minni alla mugliera / si cridi ch’è la piècura allu vadu (V. Padula, Persone in Calabria, p. 141): il seno della moglie scambiato per le poppe piene di latte delle pecore al momento della mungitura.

Anche l’Ostia Sacra viene fraintesa: Quannu pua vidi l’ostia de l’ataru / Cridi ch’è na pezzulla e casu friscu (ib. 140)

Siamo negli anni sessanta dell’Ottocento. Un secolo dopo Otello Profazio prosegue la rappresentazione sarcastica sul pecoraio alla funzione religiosa: E li fimmini ‘nginocchiati / li pigghiàva pe li so crapi / e l’omini ‘n ginocchiuni / cci parìvanu ‘i so’ muntuni!( A Viva voce, Roma, Squilibri 2007, p. 181).

Ma il triangolo tra il pecuraru da una parte e la pecora, intercambiabile eroticamente con la donna dall’altra, è un archetipo antichissimo che risale alla poesia e alla letteratura dell’età classica dove abbondavano personaggi ambivalenti come sirene, satiri, centauri ed altre figure che, evidentemente, erano il frutto immaginario di ipotizzate e non inibite transazioni sessuali tra uomini e animali: persino la regina Pasifae, moglie di Minosse re di Creta, si invaghì tanto di un toro da farsene ingravidare generando il famoso Minotauro.

Poi il cristianesimo spazzò via ogni commistione tra essere umani e bestie degradando la zoofilia ad azione del demonio da combattere anche con il rogo: infatti la prova regina contro le streghe fatte arrostire dall’Inquisizione sui pulpiti di mezza Europa era la confessione di intervenuti rapporti sessuali col demonio, rappresentato sempre in forma di caprone ipercornuto e iperzoccoluto.

Ma le transazioni erotiche zoofile sono sopravvissute nel mondo pastorale a dispetto di inibizioni e repressioni multisecolari: Sharo Gambino (Calabria erotica, Reggio Calabria, Città del Sole Edizioni, 2011, pp. 401-406) descrive la Farchinoria, pratica orgiastica con cui, nelle rigide serate invernali eccitate da abbondanti libagioni, giovani pastori silani avrebbero messo in atto l’umiliazione del montone e poi, lui sconfitto e ammansito in un angolo della stalla, avrebbero fatto al suo cospetto gara di penetrazione ripetuta verso le incolpevoli pecore.

Vinceva chi resisteva più a lungo nella ripetizione della performance e il povero montone, ridotto allo stato di guardone, alla fine confessava sconsolato: U’ nascivu ccu ri corna a ra mia capu / li corni mi l’ha fatti nu guagghiuni; / li piecuri ch’aviu mi l’ha fricati/ li fimmini ppid’illu su nisciuni … (p. 403).