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IL LIBRO/3. Il popolo di Legno è calabrese ma non parla (solo) di Calabria

IL LIBRO/3. Il popolo di Legno è calabrese ma non parla (solo) di Calabria

popolo di legno   di ANTONIO CALABRÒ

- “Il popolo di legno “ è un popolo che si sottrae, naturalmente senza volontà alcuna né consapevolezza, al razionalismo funzionalista e al tradimento del progresso. Si lascia vivere, più che vivere. Recita consapevole eppure non si ascolta. Cede ad ogni fanciullesca illusione, eppure non si illude. È la spina nel fianco della virtù collaudata. La destrutturazione dell’idea stessa di felicità. L’ammissione in terra della vacuità di ogni delirio positivista. La realizzazione compiuta del fallimento di ogni metodo possibile volto a rendere armoniosa la convivenza. “Il popolo di legno” è un manifesto della “volontà di debolezza” dell’essere umano.

Il libro di Trevi* prende spunto dal popolo calabrese e fornisce a due suoi esponenti inconsueti il palcoscenico per recitare il dramma dell’insensatezza. La Calabria è una scusa, ma esemplare. La scusa calzante alla perfezione. La scarpa rotta ideale. Il Topo e il Delinquente, che possiedono volontà e coscienza propri, sono i sassi che tormentano il piede. Sfuggono allo schema civile. Vivono il baratto perenne tra modernità e istinto primitivo. Sfuggono anche il futuro, anzi lo aborriscono. Determinano senza volerlo. Esercitano l’azione del flusso di coscienza, ma con la naturalezza di chi si parla nella mente convinto di conversare con gli dei. Sono pensieri da cani moribondi. Talmente validi da togliere il terreno di sotto a chi s’industria per rendere migliore questo postaccio. Beoti, beoni o geniali, che differenza fa ?

Trevi è un costruttore dotato. Prende il lirismo e lo riduce a stornello. Non vola, ma plana. Non si sottrae al manierismo, consapevole del modus tutto italiano di raccontare. Ma orpella poco. Solo il necessario per pubblicare con L’Einaudi dalla bocca buona. Per il resto è un amante eccezionale della parola.

Utilizza in modo sciamanico la comunicazione invitando a superarla. Decostruisce la favola senza tempo di Pinocchio per ridarle poi un senso con due righe finali. Supera la critica marxista a Collodi affrontandola, innalzandola e rendendola quasi veritiera, per abbatterla nel finale con una semplicità disarmante. Spezza ogni luogo comune, illumina la demenza dei dotati di “superiorità morale”, illustra, esattamente come a suo tempo fece Il Pinocchio, con lo stesso umorismo funereo, l’ingiustizia permanente del genere umano. Non concede sconti all’idiozia. Si finisce affettati nel suo tritacarne di uomini, con la leggerezza del destino manifesto, delle cause nobili e dei genocidi.

Quello calabrese è un popolo di legno. Tra la scuola e il parapunzi-punzi-pà sceglie la seconda opzione. E fa bene. La scuola- cultura è una cupola che ci sovrasta. Il paradigma totalizzante di Pasolini. E per scuola s’intende il sapere metodico e pedante di un’accademia sfiatata e trombona che sforna eserciti di marionette. La scuola, intesa come la intende Trevi, è il vero Mangiafuoco padrone del teatrino. E in Calabria si vede ad occhio nudo. Gli esserini dotati di presunta superiorità morale che agiscono nel campo delle scelte e dettano i tempi dell’agenda del fare. Non si fa nulla. Non c’è nulla da fare. Cartelli Mussoliniani e cartelli contro la ‘Ndrangheta, nella stessa totale indifferenza legnosa. Le orecchie sorde e la volontà straripante del trarre profitto. Trasformare burattini di legno in Star del circo, per poi rivenderne le pelli a suonatori di tamburo. Forse l’unica validità del destino. Forse solo l’ennesima esca. In ogni caso, il risultato finale è zero.

Il popolo di legno è calabrese, ma il libro non parla di Calabria; il libro è un indice puntato contro lo specchio, un invito alla coscienza individuale, proprio ciò che più manca all’italiano. E di nichilista non ha nulla, possiede piuttosto l’ebbrezza della verità scomoda. Infastidisce certamente chi pensa di essere assiso sul trono di quella grandezza che viene svelata per la scemenza che è. Sarà odiato da chi su questa scemenza costruisce fortune. Tuttavia sarà amato da chi non crede in alcun potere salvifico. E da chi non crede in alcun potere in ogni senso.

Ed il finale, il colpo di scena che rivoluziona ogni apprendimento, il nastro riavvolto e riascoltato nel batter di un fiato, rende illuminante ogni singola parola, smentisce e riafferma, si spinge oltre, e alla fine dona quel meraviglioso incanto di poter riuscire a crepare soddisfatti per aver compreso che la lana azzurrina della capretta ha lo stesso colore turchino delle stelle del cielo di Kant, uguali per tutti, in ogni angolo del mondo, che valgono molto di più della vita di ciascun singolo burattino, per il quale ci sarà sempre una fata pronta a rinunciare alla sua bellezza.

Da leggere, contemporaneamente a “Le avventure di Pinocchio”.

*Emanuele Trevi, Il popolo di legno, Einaudi, 2015.