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LA PAROLA e LA STORIA. Gaddhu, gaddhina

LA PAROLA e LA STORIA. Gaddhu, gaddhina

gallo-gallina   di GIUSEPPE TRIPODI

- Gaddhu, lontano dall’etimologia popolare che lo voleva ‘animale dei Galli’, deriva dal latino Gallus che risale all’accadico kallûm, messaggero annunciante la luce, il sole (Semerano, Dizionario latino, sub voce); più prosaica la gaddhina che col suo cantare roco annunciava di aver depositato da qualche parte quel capolavoro di sintesi proteica che è l’uovo; da sempre alimento rilevantissimo delle classi povere che lo ingoiavano anche crudo praticando un doppio buco agli estremi dell’asse maggiore dell’ellisse (da uno di essi veniva succhiato il contenuto e dall’altro entrava l’aria facilitando il deflusso).

Carcariari era il verbo che indicavail canto della gallina che, oltre che per aver fatto l’uovo, si faceva sentire quando era innamorata per attirare le attenzioni del gallo o quando era allarmata per la presenza della volpe o di altri predatori.

Il verbo derivava dal gorgoglio prodotto dalle pietre di calce quando vengono irrorate nella fossa (carcara) in cui pian piano, bollendo per una notte o più (da qui il secondo significato: stava carcariandu di la frevi, aveva una febbre così alta che letteralmente bolliva) si trasformavano in componente della malta per le costruzioni.

A volte le uova venivano rotte da alcune galline che ne mangiavano però solamente la scorza. Quel vizio pernicioso era dovuto al fatto che quelle sventurate, destinate ad essere uccise o a trovarsi con il becco tagliato a causa della loro condotta (ma il rimedio più logico era quello di impastare e mischiare il cibo con la sabbia del mare), cercavano il silicio per la costruzione della buccia delle uova che dovevano ancora fetari.

Il verbo deriva dal latino fetus, us, parto, che aveva anche l’aggettivo fetus-a-um, che poi si sostantivava in fetum, cosa partorita. L’italiano e le lingue romanze hanno conservato il sostantivo o l’aggettivo corrispondente: vedasi l’it. e sp. feto, nonché fetaciòn, fetal, cat. feda, pecora pregna, nonché un intero lemma di voci sarde (fedu, prole, fedale, coetaneo, letteralmente nato con il medesimo parto, fedare, fare figli, affedare, unire gli agnelli e i capretti alle proprie madri, M.L. Wagner, DES, alla voce) tra i cui significati manca proprio quello del ‘fare le uova’ che invece si è prodotto, non sappiamo quando, in alcuni dialetti laziali e nel dialetto calabro-meridionale secondo lo schema fetum dare> fet(um) (d)are> fetare:faci friddhu e li gaddhini no fètanu, quandu veni lu caddhu li me gaddhini ncumìncianu a fetari e no la finìsciunu cchiù, nonché il bellissimo nci fetau lu gaddhu, gli ha fatto le uova il gallo, detto di chi era stato particolarmente fortunato.

La residenza delle galline era u gaddhinaru, luogo in genere riparato da una tettoia e da rete metallica intorno, attrezzato con delle canne o delle pertiche (mbatòi) poste orizzontalmente ad un palmo da terra sulle quali le galline si riposavano durante la notte piegandosi sopra le gambe; mbatoju, dal verbo greco embateùo, entrare, aveva dato luogo anche a mbatojari indicante l’azione del rientro delle galline per il riposo notturno.

Mbatoiàu comu a li gaddhini si diceva di persona che era andato a letto presto ma i contadini, stracchi dall’estenuante lavoro, non si vergognavano della metafora: mbatoja quando mbatoja la gaddhina / e, quandu lu gaddhu canta, tu camina! Infatti si diceva che la matinata faci la jornata e quindi chi si alzava presto lavorava meglio di chi si attardava a letto; si vo’ fùtteri lu vicinu / cùrchiti prestu e jìsati lu matinu!

Dal francese maison, casa, si è invece generato il verbo mèson-ari che con l’aggiunta della ‘b’ eufonica dopo la consonante iniziale, deriva il verbo mbesunari poi vocalizzato in mbasunari con cui anche si indicava, ma non solo, l’appollaiarsi; mbasunaru era lu mbatoju, mbasunava la gallina quando si acquattava ad accogliere il gallo che le montava sopra per ingravidarla oppure, ancora, chi riceveva un forte colpo alla testa ed era costretto a piegare le ginocchia o, addirittura, finiva per terra. Era mbasunatu anche una persona che si era messo a letto con la febbre.

Gaddinazza era lo sterco maleodorante dalla gallina che però era ottimo concime per i prodotti dell’orto.

La massaia predisponeva, in una cesta vecchia all’interno del gaddhinaru, un piccolo giaciglio con dentro un uovo contrassegnato accanto al quale le galline deponevano a turno il proprio.

A volte le galline deponevano le uova anche fuori dal gallinaio; se vi rimanevano molto specialmente nei periodi estivi diventavano cuvatizzi, cioè iniziavano a trasformarsi in pulcini.

Le uova non consumate dalla famiglia contadina venivano cedute da una singolare figura di commerciante porta-a-porta, l’ovaru, che le avviava alle pasticcerie di Melito ed anche di Reggio Calabria, specialmente a Pasqua e a Natale.

Nella Calabria degli anni Cinquanta del secolo scorso non c’erano le carte sagomate che oggi proteggono le uova da supermercato e il loro contenitore privilegiato era il paniere di canna e di agnocasto (panaru), naturalmente da maneggiare con tutte le cure richieste dalla fragilità del contenuto.

E’ indispensabile ricordare qui due figure di ovari che circolavano nelle campagne tra Condofuri e Saltolavecchia.

Il compagno Faccidiculu era semicieco ed aveva effettivamente una faccia arrotondata a natica che gli aveva fruttato quel coloratissimo soprannome; da Melito arrivava in bicicletta a Saltolavecchia e, poi, a piedi si inerpicava per le colline con il paniere al braccio: da una casa a l’altra gli strati di uova aumentavano e, a paniere pieno, scattava la ritirata. Nelle sue peregrinazioni non disdegnava, rigidamente con la parte maschile del genere umano, la conversazione e la propaganda politica che gli era stata inibita durante il periodo fascista. A causa del suo difetto di vista era molto prudente nel camminare e mai si seppe di ‘frittate’ fuori luogo che, ogni tanto, piagavano le misere provviste di altri ovari che, a differenza di lui, ci vedevano benissimo.

Rosa l’Ovàrina, nonostante il soprannome, era in realtà una merciaia ambulante che comprava e barattava uova e capelli di donna con le merci di cui le massaie avevano impellente bisogno: pettini, filo da cucire e da ricamo, aghi, ditali, copriletti, corredi, tela per lenzuola e vestiti nonché caramelle di varia foggia con cui le mamme gabbavano (il verbo rendeva bene l’idea di quel piccolo consumo voluttuario e molto occasionale per bimbi cui era garantito, e non sempre, soltanto il pane e il piatto di minestra) le loro numerose figliolanze. Rosa veniva supportata dal marito, morco di un braccio e accanito fumatore, nonché da un’asina docile il cui basto, adattato con ferri sagomati al trasporto particolare cui era destinato, era sempre sovraccarico.