Direttore: Aldo Varano    

SCRITTORI CALABRESI per A LANTERNA ANNAROSA MACRÌ

SCRITTORI CALABRESI per A LANTERNA ANNAROSA MACRÌ

  lanterna3

Lucciole luci e lanterne

di Annarosa Macrì

  

Annalisa, tu allora non c'eri e neanche 'a Lanterna.

C'era il Faro, però, a illuminare i pellegrini del mare e a dire che dentro le onde dello Jonio dai mille sorrisi c'erano due guerrieri, pieni di anni e di bellezza, stanchi di starsene lì dentro a dormire.

Ma le voci, si sa, nessuno le ascolta, figuriamoci le luci.

Non c'era il Drago, e neanche il museo, e neppure le donne che dentro le serre lavoravano i fiori.

C'era invece la stazione, e poco di più della stazione era allora il paesino alla marina, una fila di casette povere e sbrindellate lungo l'unica strada di agavi e salsedine. Da lì, a frotte, partiva la meglio gioventù, verso il triangolo industriale, che, invece, quello sì, ancora c'era e adesso non c'è più.

E c'era il primo caffè del mattino, dentro un bar un poco approssimato, per li prufessuri che arrivavano fin lì dopo tre ore e mezzo di viaggio, da Reggio, poco più di cento chilometri sul treno più lento del mondo, e che per questo si chiamava “accelerato”, anzi no, non per questo, ma perché ad ogni ripartenza dopo ogni fermata, ed erano più di venti lungo tutto il tragitto, con un sobbalzo di perfida violenza, accelerava di colpo, mentre la luce, per mistero e per magia, improvvisamente si spegneva.

Così i viaggiatori, svegliati di soprassalto, smadonnavano ciascuno la loro personale verginemmaria, quella della Consolazione, se erano riggitani; quella di Porto Salvo, se erano parpàtuli; quella dello Scoglio, se venivano da Ardore (che con Bianco e Africo nel suo toponimo spalancava il sole), su su, fino alla Madonna della Montagna, che tanto, col suo sguardo di contadinella altera che non incontrava mai quello di chi la guardava, da 'na parti 'nci trasiva e dall'autra 'nci nesciva. Alle bestemmie ci era abituata, lei, come all'odore acido del sangue delle capre, e pure a qualche sparo; poi arrivavano a piedi le donne fino a Polsi, per la festa, strusciavano la lingua sul pavimento della chiesa, dall'ingresso fino all'altare acceso di mille candele, e lavavano tutto, le lacrime, il sangue e i dolori. E pure le bestemmie, certo, che erano la protesta della gente perduta, anzi della perduta gente.

Su quel treno, c'ero anch'io.

-Monasterace?, ho capito bene? può ripetere?

-Mo-na-ste-ra-ce.

-Sì, adesso è chiaro, mi scusi, non si sente bene. Una supplenza di tre mesi? A Bivongi? E io col treno devo scendere a Monasterace e poi con una macchina fino a Bivongi? Ma dov'è Monasterace, scusi?

-E' facile. E' l'ultimo paese della provincia di Reggio. Sulla Jonica. L'ultimo.

Il vento di scirocco è forte come l'uragano quando è buio pesto e il buio è nero come la paura se hai vent'anni, mese più, mese meno, e vai alla stazione mentre la tua città è come blindata come Praga quando, un anno prima, l'avevano occupata i Russi. Reggio era lo Stato ad averla militarizzata, per difenderla dagli stessi Reggini che avevano detto “basta” e dalle parole erano passati ai fatti.

I fatti di Reggio, cara Annalisa, che ancora se ne parla. C'erano pure i carri armati, davvero, Annalisa, a Santa Caterina e dall'altra parte, a Sud, a presidiare la Repubblica di Sbarre. Insomma, alla stazione ci arrivavo con il fiato in gola, spaventata come una ragazzina spaventata per le strade buie di una città che solo le luci rare dei lampioni e quelle di Messina, dall'altra parte del mare, che volavano nel vento come le lucciole, illuminavano la notte che non diventava mai mattina.

L'ascensore sociale, cara Annalisa, a quei tempi, era lì pronto per te appena uscivi di casa. Anzi, neanche occorreva uscire di casa. Il lavoro d'insegnante te lo proponevano per telefono, chè avevano aperto scuole medie dappertutto. Misasi ci aveva messo del suo, Don Milani scriveva alle professoresse, il Sessantotto aveva fatto il resto e l'istruzione diventava davvero di massa. A Bivongi, per dire. A Pazzano, a Stilo, e pure a Monasterace, che l'analfabetismo fino ad allora i cristiani da quelle parti li faceva assomigliare alle bestie. E a me, che ero tornata in Calabria per qualche mese, per finire la tesi di laurea alla facoltà di Lettere della Cattolica di Milano, era la Calabria che offriva un lavoro, senza averlo neanche cercato. Ora, se vuoi sapere, Annalisa cara, perché una ragazzina reggina abbia deciso di mollare le sue amichette a metà della passeggiata serale su Corso Garibaldi, abbia rinunciato al cinema del sabato al Comunale o al Supercinema, alle feste di laurea alla Tavernetta, al vestito da sposa “della Versace”, alla Cinquecento e all'Università di Messina, e se ne sia andata a Milano, è facile da spiegare: lo Stretto per lei era troppo stretto. Ma perché poi si fosse incaponita a fare una tesi su Lorenzo Calogero, che nessuno sapeva chi fosse e meno che mai il prof. Apollonio, che con la sua Ferrari s'era era fermato a D'Annunzio e guardava a Pavese con un certo sospetto, è difficile da spiegare. Io posso dirti solo che Lorenzo Calogero, per tre mesi fece il pendolare con me, angelo della mattina, risvegliami ancora, da Reggio fino a Bivongi, io sono uno strano mendicante, che chiede parole e amore, passando per Monasterace, sono un solitario emigrante verso le terre della luce e del sole.

Accendi 'a lanterna, l'hai riaccesa, non è vero?, tendi le orecchie e prova ad ascoltare: qualcuno dei versi di Calogero è rimasto impigliato lì da qualche parte, su un vecchio filo pendente della corrente elettrica, o in cima alla vecchia quercia, vicino alla tua casa. O all'orizzonte azzurro cupo, che taglia il cielo e il mare. O alle fermate brusche dell'accelerato, che spegnendo improvvise la luce dentro al treno, lasciavano a metà un verso o una parola, il punt'a giorno a mezz'asta di Maestr'Anna che su quel treno ricamò tutt'intero il corredo alla figlia andando a insegnare Roccella, e i baci leggeri di due ragazzi che da Brancaleone andavano a Locri, al liceo e incontro alla vita.

Finché, un giorno dopo l'altro - le strade sempre uguali, le stesse case - l'alba accese improvvisamente la sua luce sul mare alla stazione precedente, e il giorno dopo alla stazione prima ancora, in un turbinante allegro gioco dell'oca incontro al sole. Roccella, Siderno, Locri... Bovalino, Bova, Melito. Il treno accelerava e il sole lo accoglieva. Finché un giorno dopo l'altro - la speranza era ormai un'abitudine - partii da Reggio che era già mattina, i miei passi erano sicuri e la paura era sparita. Un'altra primavera cominciava e l'avvenire ormai quasi passato.