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SCRITTORI CALABRESI per A LANTERNA ---- GIULIANO SANTORO

SCRITTORI CALABRESI per A LANTERNA ---- GIULIANO SANTORO

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“12 per 1”. Una cover

di GIULIANO SANTORO

Lo facciamo tutti i giorni, riportando le cose che circolano, arrangiandole secondo i nostri gusti e le nostre inclinazioni: reintepretiamo le storie come se fossero canzoni da coverizzare. Lo fa magistralmente il Prunetti nel suo ultimo libro, un Quinto Tipo intitolato “PCSP, Piccola Controstoria Popolare”, che racconta storia di ribelli della Maremma. Alberto racconta  vicende reali, tratte dagli archivi e strappate alla storiografia locale. Tutti fatti veri, dunque, tranne uno, che è una specie di prototipo di racconto orale reso verosimile dal contesto che lo ha partorito e col quale l’autore lo intreccia. La storia dell’Oste di Prata, l’ho personalmente sperimentato, si presta ad essere narrata, riprodotta, letta ad alta voce dalle pagine della Piccola controstoria popolare alla fine di un pasto, durante un viaggio in treno, ai margini di una riunione, persino tra le linee frenetiche di una chat.

È qui davanti a noi, quell’Oste corpulento, reso vivo dalla ripetizione e dall’enfasi del tormentone che lo anima. Ecco la mia cover in salsa calabra della sua storia. È dedicata a un po’ di persone, oltre che al suo autore. Gente alla quale vorrei raccontarla. Ai gestori dell’agriturismo‘A Lanterna di Monasterace, che hanno subito poco tempo fa il settimo attentato in sette anni. Lou Palanca 3 mi ha invitato a scrivere qualcosa per esprimere loro solidarietà ed eccomi qua. E a Wladimir, amico fraterno e oste al Pratello in Bologna, che compie quarant’ anni. Nei prossimi giorni lo festeggeremo come sempre, con la compagnia di sempre: mangiando e bevendo, suonando le stesse canzoni, raccontandoci le storie che reinterpretiamo ogni volta, arricchendole di dettagli e riarrangiandole come facciamo da venticinque anni a questa parte. Da quest’anno, l’Oste di Prata sarà parte della nostra Santa Barbara di aneddoti.

Oggi si usa il calice anche per servire la spremuta d’arancia. Nei buffet delle colazioni e nei bar anonimi dei nuovi quartieri ai bordi delle città, dove gestori di toelette per cani, impiegati di banca e clienti di agenzie immobiliari consumano caffè al ginseng e centrifughe alla carota. Basta avere il bicchiere giusto per illudersi di trovarsi nel posto giusto.

L’oste del nostro racconto non ha flûte, balloon o calici da degustazione. Usa i bicchieri da vino d’una volta, quelli piccoli. Si vuotano in un sorso, si possono riempire più volte, ci sono più opportunità di brindare. Li asciughi più facilmente, alla sera prima di riporli. Oppure li lavi in fretta in mezzo alla calca del giorno di festa, quando il bancone diventa piccolo e pieno di gente con la gola secca che pare che hanno mangiato alici marinate e pezzi di sale grosso per tutta la settimana. Per di più, i bicchieri piccoli disposti sul legnaccio in fila come birilli, consentono di nascondere l’odore di aceto e l’alone di zolfo. Quando a fine serata le scorte di vino buono vanno esaurendosi, le papille gustative degli avventori sono appannate e i bicchieri di vino vanno giù che è una bellezza. Per placare la sete bisogna riempirne parecchi, di quei bicchierini che in Maremma chiamano gotti e in Calabria chicchere e più di frequente ottavini, perché hanno la base ottagonale. O dodici per uno, perché ogni bicchiere corrisponde esattamente ad un dodicesimo di litro.

L’arte della mescita, per l’oste del nostro racconto, va di pari passo con la sete di uguaglianza. Canta le canzoni di ribellione, racconta le avventure dei partigiani. Ricorda come i latifondisti strumentalizzarono i mafiosi, i pesci piccoli. Li aizzarono a colpire i nemici di sempre, i comunisti, per poi scaricarli e mandarli al confino. Una volta che il potere era preso, il fascismo poteva fare meglio, con più risorse e il favore della legge, tutto quello che i criminali facevano al calar delle tenebre. Un lavoro pulito. L’oste riporta ai suoi avventori le notizie che arrivano dall’altro capo del mondo. Cose che fanno sentire al centro della storia lui e assieme a lui la gente che beve al tramonto per mandare giù la giornata (“il vino asciuga i sudori”, dicono) e che vive in questo lembo di terra dell’ultima regione a sud del paese.

Questa locanda diventa un luogo insopportabile per i padroni del posto. Si mangia, si beve, si gioca a carte. Circolano parole pericolose, ricette indigeribili per quelli che da sempre sorvegliano sull’immutabilità. C’è stato un tempo, diceva l’oste, in cui non pareva fossimo destinati a mantenere questo esercito di cani da guardia del potere. La Repubblica di Caulonia spaventò Togliatti perché dentro ci stavano i ragazzi della ‘ndrangheta. Ora si muovono tutti verso un’unica direzione, fascisti, ‘ndranghetisti, servizi segreti. Non è un monolite, ognuno fa il suo gioco e spesso si accendono scontri di assestamento e faide. Quello che è certo è che lavorano tutti per la conservazione. La ‘ndrangheta come estrema violenza della mobilità sociale, come emancipazione della povertà e soluzione privata, competizione sfrenata. Questo diceva l’oste e questo colpiva gli avventori, perché non parlava di ordine da recuperare, ma al contrario diceva che quell’ordine era frutto proprio dell’alleanza tra mafiosi e uomini di potere.

U mali è peccatu ma u ‘bbeni è perdutu.  Megghiu a so casa pani e cipudda, ch’a casa ill’autri carni i vitedda. Cu sparti si pigghja a megghju parti. Cu si vardau, si sarbau. Rrobba a la comuni, jettala ‘nto cafuni. Cu sparti ricchizze rimane in povertà. Vi sono centinaia di proverbi calabresi che invitano senza mezze misure a pensare a se stessi, che ricordano l’obbligo alla diffidenza, elogiano l’arte del disinteressarsi agli altri perché chiunque è potenziale avversario, concorrente nella gara per la vita in un contesto economico da sempre caratterizzato dalla povertà estrema.

L’oste li osserva entrare con la coda dell’occhio.  Capisce subito che non portano salsicce e formaggi ma lividi e cerotti. Alcuni li conosce da sempre, di altri non fa fatica a misurare il coraggio. Dodici contro uno.

- Buonasera signori miei. Mettetevi comodi, ancora non è orario di chiusura.

L’oste fa segno con la mano verso gli sgabelli. Il manipolo si accomoda in silenzio, cercando un segno convenuto per far partire la spedizione punitiva.

- Permettetemi di offrirvi da bere.

L’ospite tira fuori dodici bicchierini, li mette in fila come gli apostoli all’ultima cena. Aggiunge anche il tredicesimo convenuto, un passo indietro agli altri. La sporca dozzina di fascisti di provincia, forte della maggioranza numerica, decide che le botte possono aspettare: prima un po’ di vino, per oliare le giunture e alleggerire le coscienze.

E tu oste maledetto, non lo sai che comandare è meglio che fottere? E che cu sparti ricchizze rimane in povertà, chi condivide i suoi beni è condannato a vivere nella miseria? Ti illudi forse di cambiare il corso della storia? Non lo sai che il  nostro dialetto non contempla neppure l’uso del tempo futuro? Questo sembrano dire i dodici personaggi scesi dalle tre macchine posteggiate davanti alla cantina che osservano con aria di sfida il gigante col grembiule bianco. Aspettano che esca l’ultimo cliente per dare una lezione all’uomo dietro al bancone.  L’invito a regolare i conti, che i tempi nostri stanno tornando, viene da Reggio Calabria, dove una sommossa di campanile ha messo insieme – Finalmente! Dicono gli apprendisti stregoni della strategia della tensione – i figghioli delle ‘ndrine e fascisti.

Con fare disinvolto l’oste solleva una damigiana da 54 litri. La alza all’altezza dell’ascella con una mano sola e  polso fermo inizia a versare nei bicchieri. L’allegria forzata lascia il posto agli occhi sgranati. Riempie quei vasetti a base ottagonale, uno dopo l’altro, senza fretta e fino all’orlo. Non cade una goccia sul tavolaccio. Un litro di vino esatto per dodici bicchieri. Si versa anche per lui un po’ di rosso. Poggia il corpo di vetro rivestito di vimini per terra, ai piedi del rubinetto, senza smettere di guardare negli occhi i malcapitati che a uno a uno abbassano lo sguardo.  Loro non riuscirebbero a fare altrettanto con la damigiana da 5 litri, quella che familiarmente si chiama bambinello, figurarsi con questo mammozzone.

- Volete un altro giro?

Risponde uno dei ceffi, con voce strozzata:

- Sapete… Si sarebbe fatto tardi, domani c’è la raccolta delle olive!

- Andate, andate… Che non manca occasione per assaggiare il vino nuovo, quello mi arriva tra qualche giorno. All’incirca per l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, che da noi è a Novembre perché sapete, il calendario russo… Magari facciamo un brindisi!

L’oste sfodera naturalezza, accompagna con lo sguardo l’ultimo della banda, con la testa bassa. I dodici venuti a regolare i conti ci mettono poco a misurare i passi che separano la mescita dall’uscita.

[Nota - L'interpretazione dei proverbi calabresi è tratta dall'intervista all'antropologo Luigi Lombardi Satriani contenuta in "'Ndrangheta", di Antonio Spinosa (Cappelli, 1978)]