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SCRITTORI CALABRESI per A LANTERNA -------- VITO TETI

SCRITTORI CALABRESI per A LANTERNA -------- VITO TETI

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Parabola significa

di VITO TETI - «Parabola significa…»: con questa espressione, che lasciata aperta e sospesa, tra l’asserzione e l’interrogazione, gli anziani, ai tempi della mia infanzia e giovinezza, concludevano le loro «parabole», i racconti veri o inventati, leggendari e di fantasia, di cui gli ascoltatori a cui si rivolgevano dovevano ricavare senso e pertinenza all’interno di un discorso altamente metaforico. Le metafore erano il cuore e l’anima di una cultura che spesso doveva nascondersi, mimetizzarsi, diventare allusiva. «Parabola significa…», significa impegnava noi bambini in un affascinante gioco mentale di ricerca del significato nascosto delle parabole, non sempre a sfondo religioso, che erano insegnamenti di vita e spiegazione del mondo. Erano delle «parità morali» (come si legge in Serafino Amabile Guastella, grande folklorista siciliano della seconda metà dell’Ottocento) grazie alle quali l’ordine del discorso dei contadini e dei ceti popolari rovesciava il discorso dell’ordine dei dominatori. Erano dei precetti e degli insegnamenti presi dalla vita vissuta e dalla vita narrata, che poi erano, in fondo, la stessa cosa. Spesso l’invito a trarre il significato, il precetto e l’insegnamento, la morale avveniva a conclusione di un cunto, di una fiaba, di una rumanza, ma anche storie e fatti dalla vita vissuta e dalla vita loro narrata, che poi erano, spesso, la stessa cosa. Le parabole e le fiabe, le storie e i fatti, avevano un’intenzione pedagogica ed etica, ma anche una dimensione sociale, culturale, di trasmissione di valori, e anche una vocazione ludica, gioiosa, e anche una funzione di intrattenimento e di divertimento che attenuava la fatica quotidiana o allietava e arricchiva le feste. Non era raccontata solo attorno al tanto celebrato (a volte romanticizzato e mitizzato) focolare, che spesso era spento e poco frequentato, ma nelle vie, nelle rughe, nei campi, all’anta, durante i lavori più pesanti e stagionali (semina, mietitura, raccolta delle olive, molitura, spannecchiatura, uccisione del maiale, conservazione degli alimenti) e i pellegrinaggi, quando il canto si accompagnava al cunto, e al racconto di gioie e tribolazioni della vita ogni giorno.

La fiaba e le parabole non erano spiegate e, non a caso, a chi domandava una rinarrazione si rispondeva un deciso “una volta parla la vecchia”, che poi, ai tempi della mia infanzia, sarebbe diventato “una volta parla la radio”(affermazione che poi sarebbe stata clamorosamente smentita). Lascio al generoso lettore il compito di scorgere assonanze e dissonanze tra la fiaba che qui presento, La lanterna ’mpatata, e la storia e le vicende dell’agriturismo biologico ’a Lanterna. Assieme a questa realtà economica e produttiva, che da anni è bersaglio della ’ndrangheta, bisogna ricordare (estendendo una solidarietà concreta) altre realtà di base e di volontariato (penso alle iniziative sostenute da don Pino De Masi nella Piana), istituzioni, persone che subiscono l’oppressione della criminalità organizzata. Figure come Domenico De Masi e Michele Albanese, privati della libertà, e che vivono con la scorta o lavorano con la protezione dell’esercito, sono poche “lumicini”, “lanterne” e “lampade” che alimentano la luce e la speranza in una terra che spesso e volentieri mostra il suo volto buio, ombroso, cupo, violento nel silenzio quasi generale (con rare coraggiose e significative eccezioni) della politica, del mondo della cultura e dell’informazione, dell’accademia e degli ordini professionali. La lanterna ’mpatata è la versione calabrese di Aladino, il racconto arabo assai noto in Medio Oriente (presente in una traduzione francese delle Mille e una notte) in epoca medievale e passato nella tradizione occidentale e nella letteratura popolare tedesca, francese e di diverse regioni italiane (Toscana, Campania, Sicilia). Anche i Grimm e Andersen ne pubblicano una versione nelle loro celebri raccolte. A consegnarci questa prezioso racconto, che narra di scambi tra Oriente e Occidente, Nord e Sud, culture scritte e letterature popolari, è una singolare figura di studioso di fiabe e di folklore tanto importante quanto sconosciuto e ignorato.

Letterio Di Francia nasce a Palmi il 18 marzo 1877 da Domenico e da Concetta Cotugno, una famiglia di artigiani con ben dodici figli. Dopo aver frequentato le scuole elementari nella sua città, le condizioni economiche della famiglia non gli permettono di iscriversi alle scuole secondarie. Preparatosi da «esterno», consegue all’età di diciotto anni la licenza liceale a Monteleone. Nella sua Palmi, fino a poco tempo addietro, si raccontava che per studiare e leggere di notte si doveva mettere a una finestra o nella strada dove arrivava la luce di una lampada pubblica. Studia a Messina (allievo Vittorio Cian e di Arturo Graf) e a Firenze (dove studia con Pio Rajna), insegna a Palmi, a Scuteri, al Cairo, a Tunisi, a Tripoli e, dopo la prima guerra mondiale (è ufficiale di artiglieria) lo troviamo Parma e poi a Torino, dove muore nel 1940, dopo avere pubblica importanti volumi sulla novellistica, Il Pentamerone di Giambattista Basile. Il suo nome e soprattutto legato raccolta di Fiabe e novelle calabresi viene dapprima pubblicata in tre parti e in due volumi nel 1929 a Torino, che ottiene un considerevole successo di critica e di pubblico: gli attestati che gli giungono da numerosissimi studiosi di etnografia e di filologia, lo convincono a ristampare l’opera nel 1935. Nella sua raccolta di Fiabe italiane, Calvino inserisce ben cinque racconti di Di Francia. Un grande e postumo riconoscimento per chi aveva iniziato la sua appassionata ricerca per un «grande, intenso, appassionato amore per tutti i problemi attinenti al Folklore», e specialmente per quell’inesausto e inesauribile patrimonio «che costituisce del Folklore la parte più vitale e più amena: ossia il genere narrativo, e direi quasi, l’epopea in prosa delle tradizioni popolari». Un amore a cui probabilmente non è estraneo quell’ambiente vivace e innovativo della città di Monteleone, dove aveva conseguito la maturità liceale, e dove avevano operato figure (legate allo stesso antico e celebre Istituto) come Lumini, Bruzzano, Marzano e numerosi altri demologi calabresi. Un amore che, con maggiore consapevolezza e potenza, sarebbe emerso nel 1901 subito dopo la laurea nella Regia Università di Pisa, e ora stimolato dal fatto che nella sua regione, anche in ciò «Cenerentola d’Italia», mancasse una collezione di racconti popolari a differenza di quasi tutte le altre regioni italiane – come aveva lamentato lo stesso Pitré – e malgrado «la sua storia millenaria di svariate civiltà». Le fiabe di Letterio Di Francia riservano notevoli sorprese: accanto a motivi locali, che hanno una grande rilevanza storica, antropologica, letteraria (si pensi ai motivi del cibo e dell’erranza) producono un arricchimento della tradizione favolistica di tutto il mondo. Nella raccolta di fiabe di Di Francia c’è, forse, la più bella e più completa versione della Cenerentola, diffusa con mille nomi e mille varianti in varie parti del mondo.

Avevo incontrato, innamorandomene, Letterio Di Francia (e con lui altri autori grandi della demologia calabrese da Padula a Rossi, da Bruzzano a Corso, a Raffaele Lombardi Satriani), che ha un posto di rilievo nella cultura nazionale, ai tempi dei miei studi alla Sapienza di Roma. Adesso ho ritrovato Di Francia (dopo tanti tentativi e proposte cadute a vuoto in questa terra dove le istituzioni pubbliche non amano la cultura) grazie a una pregevole iniziativa editoriale della casa editrice Donzelli, che ha pubblicato le Fiabe e novelle calabresi di Letterio Di Francia, con la cura e la traduzione dal dialetto di Bianca Lazzaro, una delle maggiori esperte di fiabe italiane e mondiali, con illustrazioni originali di Fabian Negrin, uno dei più noti illustratori di fiabe a livello mondiale, con una mia nota storico-antropologica e letteraria, con il patrocinio della Fondazione Carical (presieduta dal prof. Mario Bozzo) e dell’Imes (presieduta da Dino Vitale, che ha coordinato la diffusione del volume in circa cinquanta scuole della regione). Un evento editoriale e culturale che mette al centro la nostra regione e che vede le nostre fiabe (raccolte da Di Francia) accanto, e in posizione a volta privilegiata e centrale, a quelle dei Grimm, Andersen, Pitré, Capuana, e a fiabe orientali e africane.

Per decenni abbiamo pensato (invasi da una retorica modernista e laicista) che si potesse fare a meno del sacro, dei miti, dei riti e adesso scopriamo che il bisogno di sacro torna con le modalità arcaiche della violenza e della distruzione. Per decenni abbiamo ridotto i messaggi e gli insegnamenti delle culture tradizionali e dei saperi popolari a folklorismo deteriore, a sterile nostalgismo, a rimpianto inautentico. Adesso sappiamo che non possiamo fare a meno delle favole, della fantasia, dei sogni, dell’invenzione e di un legame, autentico e non strumentale, con il mondo di ieri. Ricordo anche in questo scritto che la storia delle vie mai imboccate, dei fallimenti, è storia delle discontinuità, dei fili spezzati, dei frammenti, delle contingenze. Scrivere la storia dell’utopia vuol dire desiderare un futuro dipinto con i colori della nostalgia restauratrice capace di immaginare un futuro diverso da quello realizzato. La nostalgia non è più un concetto adatto a neutralizzare la storia, ma uno capace di sprigionare, a certe condizioni, delle dinamiche sovversive. Cercare l’utopia nel passato non significa essere nostalgici di una felicità perduta, ma rintracciare piccole isole d’intimità nel mare della sofferenza. Il passato può e deve essere riscattato come un universo, un mondo sommerso, di potenzialità diverse, non compiute, suscettibili di future realizzazioni. Abbiamo bisogno sempre più di nuove fiabe, magari conoscendo quelle antiche, abbiamo bisogno di nuovi avvincenti racconti in un mondo che non sa più immaginare e progettare il futuro. C’era una volta, in fondo, era l’auspicio ad altre volte possibili, a un tempo nuovo da costruire e da cercare.

***

La lanterna fatata

Una volta c’era un marito e una moglie, che avevano un figlio. Il padre era un povero sarto e il figlio era un fannullone, e alla famiglia portava solo dispiaceri e disonore. Un bel giorno, il padre morì e questo figlio fannullone, senza arte né parte, si mise a portare valigie come un povero facchino e, beato lui, quando aveva la fortuna di guadagnarsi di che campare! Un giorno, passa un tale con una valigia, e il facchino gli dice: «Ve la porto io, signore?» e gliela portò. Strada facendo, quel signore gli chiese: «Di chi siete figlio?». Lui disse un nome e poi aggiunse che suo padre era morto. «Uh! Allora mio fratello è morto! Che disgrazia per la famiglia, povero fratellino mio!». Poi ci pensò un attimo e gli disse: «Portami a casa tua!». Il nipote se lo portò a casa e con i denari che gli diede quello zio, prepararono da mangiare. Quando si misero a tavola, lo zio parlò con la cognata di quel figlio fannullone: «Adesso me lo porto al paese mio, e vi assicuro che lo metto in riga!». Poi diede al nipote un anello fatato (ma il nipote non ne sapeva niente), e se lo portò appresso. Cammina cammina, il ragazzo gli faceva: «Zio, e quando arriviamo?». «Stiamo arrivando, ancora pochi passi e siamo arrivati».

Finalmente arrivarono davanti a un masso grande grande. E lo zio gli disse: «Ecco, ora devi entrare là sotto». Sollevò il masso con grandi sforzi e poi gli disse: «Vedi, nipote mio? Tu ora devi scendere per questa viuzza, sempre dritto, e poi devi risalire, ma sempre tirando dritto, senza voltarti mai, tanto a scendere che a salire. Lungo il cammino troverai degli uomini di marmo, che ti chiamano; ma quando ti chiamano, tu vedi bene di non voltarti, ché sennò diventi di marmo come loro. Perciò vai sempre avanti, e scendi più sotto finché sbuchi in un orto. Arrivato in quell’orto, su un pero d’oro, trovi una lanternina: tu la prendi e te la porti appresso. Ma ricordati di scendere sempre dritto e di non voltarti mai, anche se ti senti chiamare. Ora va’, e buona fortuna!».

Il nipote scese, tirò dritto e quando quegli uomini di marmo lo chiamarono, lui non si voltò. Poi entrò nell’orto e vide la lanternina sul pero. Si arrampicò per prenderla e, vedendo brillare tutti quei frutti d’oro di ogni grandezza, pensò di riempirsene le tasche; poi, con la lanterna in mano, se ne risalì. Quando stava per uscire, vide lo zio che l’aspettava e che per prima cosa gli disse: «Nipote mio, passami la lanternina e dopo sali». Il fatto è che lo zio voleva prendersi la lanterna e lasciarlo là sotto – ché infatti non era per davvero suo zio, come andava dicendo, ma era un mago. Al giovane sembrò un insulto sentirsi dire che, dopo tanta fatica, doveva passargli subito la lanternina, e sospettando la sua malizia, non gliela passò. Allora il mago, per dispetto, lasciò ricadere il masso e lo abbandonò lì sotto. Il poveretto rimase chiuso per tre giorni, senza più speranza; poi finalmente il terzo giorno unì le mani in preghiera e disse: «O Dio, o Dio!»; quando la lanterna e l’anello si toccarono, la lanterna gridò: «Comanda!». «Comando un piatto di maccheroni» disse lui tutto meravigliato; e subito comparve un bel piatto di maccheroni e lui se li mangiò. Poi, siccome aveva ancora fame, disse: «Chissà che se unisco di nuovo le mani, non compare un altro piatto! A tentare non ci perdo niente» e fece lo stesso gesto. Subito gli comparve un altro piatto e, affamato com’era, mangiò. «Chissà che facendolo di nuovo, non si alza questo masso!». Tentò ancora, con la stessa preghiera, e il masso si sollevò. Allora uscì e disse: «Chissà che facendo la stessa preghiera, non riesco a tornare a casa mia?». Il ragazzo non sapeva ancora che la lanterna era fatata, ma neanche il tempo di unire le mani come prima, e di colpo si ritrovò a casa. Allora raccontò alla mamma tutta la storia, le disse che quello non era lo zio e, finiti i discorsi, posò la lanternina sotto il letto, e se la scordò.

Intanto il mago pensava sempre alla lanterna e non si poteva dare pace; perciò tornò al masso a controllare e vide che il giovane era uscito. Mangiata la foglia, che pensò di fare? Si vestì da lanternaio, tornò al paese e si mise a gridare per le strade: «Chi ha lanterne vecchie, che le scambiamo con le nuove? Chi ha lanterne vecchie?». Quando passò davanti la casa del ragazzo, mamma e figlio pensarono di lucidare la loro per dargliela. Così la presero in mano e alla prima strofinata, la lanterna subito fece: «Comanda!». Allora si accorsero che la lanterna era fatata e si guardarono bene dallo scambiarla. E infatti, con quella lanterna si misero a comandare tutto quello che volevano e diventarono ricchi sfondati.

Intanto il figlio si fece grande; con tutti quei denari mise giudizio e, quando decise di maritarsi, mandò la mamma dalla figlia del re a dirle che se la voleva sposare. Ma la figlia del re disse che non voleva, perché quella sera stessa si doveva maritare con un principe. Il re, più prudente, rispose, scherzando scherzando, che se il ragazzo voleva sua figlia in sposa doveva portargli cento cavalli d’oro, tutti montati da uomini pure quelli d’oro. Il giovane comandò subito la lanterna e si presentò al re con tutto quello che gli aveva chiesto. Ma il re mancò di parola e gli disse che non voleva più dargli sua figlia; e infatti, quella sera lei si maritò col principe.

Allora il ragazzo, furibondo, comandò alla lanterna di far rimanere lo sposo chiuso nella latrina per tutta la notte; e la sposa chiusa in un’altra stanza. E così l’indomani mattina, quando il re andò a trovare gli sposi, li trovò sparigliati, uno di qua e l’altra di là. Perciò, per ritrovare la pace e risparmiare altri guai alla figlia, il re fu costretto a chiamare il giovane della lanterna e a pregarlo, con mille scuse, di sposare sua figlia, che era ancora zitella come prima. La reginotta fu liberata; lasciò il principe con un palmo di naso e si prese per marito il giovane con la lanterna. Così il figlio del sarto ebbe la sua fortuna e diventò re. Ma la prima cosa che raccomandò alla regina, fu che se si presentava qualcuno a chiedere la lanterna, lei non gliela doveva dare.

Ma ora torniamo al mago. Appena questo appurò che il giovane e la reginotta s’erano sposati, pensò di vestirsi da monaco e di portarsi appresso tante lanterne. Un giorno che il re era andato a caccia, il monaco se ne andò davanti al palazzo reale e si mise a gridare: «Chi ha lanterne vecchie, che le scambio con le nuove?». La regina lo sentì, prese quella vecchia lanterna e, scordandosi l’avvertimento del marito, gliela diede. Subito il palazzo sparì, e la regina si trovò da sola col mago. Quando la sera il re tornò dalla caccia, non trovò più il palazzo. «Tradimento!» disse allora. Poi prese l’anello e comandò di trovarsi nello scantinato del mago. La sera, la reginotta scese nello scantinato a prendere il vino per il mago e allora il marito, che si era nascosto, sbucò fuori e le diede una cartina con dentro il veleno da mettere nel vino del mago, per farlo morire. La regina portò il vino avvelenato al mago e appena lui fece per provarlo, cadde a terra morto. Alla chiamata della regina, il marito salì e si riprese la lanternina. Subito il palazzo del mago sparì e i due sposi si ritrovarono dov’erano prima, nel loro bel palazzo, che comparve di nuovo.

E là se ne rimasero felici e contenti, e noi restiamo senza niente.

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Come scrive Letterio Di Francia, questa fiaba è la versione più fedele all’originale di tutti i repertori italiani della storia di Storia di Aladino e della lanterna meravigliosa proveniente dalle Mille e una notte. Della stupenda novella orientale, conserva in modo assai compiuto e suggestivo “il semplice canevaccio, la parte essenziale e fantastica”. Si tratta dunque di una rarità contenuta nella raccolta. Raccontata da Agostino Palermo (Raccolta da Letterio Di Francia e tradotta da Bianca Lazzaro).

* La fiaba "La lanterna fatata" è tratta dall'opera Letterio Di Francia, Fiabe e novelle calabresi. Edizione integrale con testo italiano a fronte. Traduzione e cura di Bianca Lazzaro, con un saggio introduttivo di Vito Teti, 2 voll., Donzelli, Roma, 2015.

Le fiabe sono pubblicate anche in un unico tomo ("Re pepe e il vento magico") senza il testo in calabrese, curato e tradotto da Bianca Lazzaro, con 16 bellissime tavole di Fabian Negrin, lo stesso illustratore che aveva lavorato a "Il Pozzo delle meraviglie", opera del grande folkorista siciliano Giuseppe Pitrè riproposta anche in questo caso da Donzelli, che ringraziamo per la disponibilità mostrata.