Direttore: Aldo Varano    

IL LIBRO. Chiudi e Vai, il treno di Calabrò che racconta la vita

IL LIBRO. Chiudi e Vai, il treno di Calabrò che racconta la vita

chiudi e vai     di ALDO VARANO

-

 Intanto vorrei dare un consiglio a tutti: durante le feste procuratevi “Chiudi e Vai”, l’ultimo libro di Antonio Calabrò. Non vi sto consigliando di leggervi un bel libro (anche questo) ma vi propongo – ed è cosa molto diversa – una “esperienza” che è insieme culturale, artistico-letteraria e di alta densità umana. E c’è differenza tra leggere un bel libro e fare una “esperienza”.

Comincio dalla parte (apparentemente) più facile: la scrittura. Calabrò sorprende perfino chi scrive, che legge passo passo i suoi articoli da anni. Esibisce un dominio e un controllo nuovi, rispetto alle performance precedenti, della scrittura del racconto dello svolgimento. Aveva già pubblicato dei libri, ma con “Chiudi e vai”, s’è trasformato in scrittore. Intreccia personaggi, paesaggi, odori e sensazioni in un insieme che senza tensioni apre spaccati su un mondo spesso dolente, sempre affaticato, che ci sta accanto e condiziona le nostre vite ma del quale non sappiamo nulla presi come siamo dal delirio della rapidità e dal disastro delle nostre solitudini che l’Autore considera la tragedia più grande dei contemporanei.

Il lettore non capisce mai se si sta immergendo nella descrizione di un paesaggio o nei labirinti di una mente segnata dal peso terribile della normalità o nelle ansie della paura diffusa. Diventa tutto esperienza e vita reale, nessun aspetto prende il sopravvento. Il lettore si sente, lui in prima persona, il protagonista dello svolgersi delle situazioni. Smette di leggere perché l’Autore, con uno strattone, lo spinge fin dentro il libro dove il lettore (ormai ex) si muove con naturalezza.

Insomma, quello di Chiudi e vai è un altro Calabrò che si trova forse nel punto più alto della sua maturità letteraria, il punto che consente altri salti ed altri spazi.

Le pagine sulle puttane straniere e il racconto di suo padre ferroviere che avvolto dalla nebbia nordica suona l’armonica, sono destinate – e utilizzo solo due pezzetti del libro – ad essere ricordate perché trasmettono pensieri, angoscia ed emozioni straordinari.

Il libro è il romanzo dei ferrovieri e dei treni perché ferroviere è Calabrò e ferrovieri sono suo padre, suo nonno, il suo bisnonno, la sorella: quasi una saga familiare sulle rotaie. E’ da quella finestra, mentre il treno corre, che l’autore vede, fa i conti con la vita, osserva cose e persone. Treno e ferrovieri sono quindi una metafora per frugare una società complessa, animata da mille e un personaggio tutti strani, insoliti, particolari, anomali e inconsueti che sono in realtà, anche se non ce ne accorgiamo, il mare nel quale anche noi, ci piaccia o no, galleggiamo; spesso, a nostra insaputa.

Emerge dal libro, una storia unitaria di cui la vita del ferroviere Calabrò, le sue sconfitte e i suoi successi, la sua visione del mondo e degli altri, è parte grande. C’è sofferenza nello svolgimento della trama, anche quando irrompono sorrisi e risate. A pagina 143 l’autore racconta la sua verità: “Sono nato a Reggio Calabria, in questo Sud sbandato e abbandonato. E con una grande testa di cazzo sulle spalle. Il resto è solo speculazione filosofica d’accatto”: un giudizio severo sulla Calabria e i calabresi che rifugge in modo radicale da piagnistei, lamentazioni, autocommiserazione e sollecita un’assunzione di responsabilità.

Ma il libro è percorso anche da grandi speranze e fa scoprire un Calabrò (consapevolmente?) fiducioso in una soluzione che a tratti pare evocare l’Uomo a una dimensione di Marcuse, il profeta libertario del Sessantotto. Anche per Calabrò questa società – “dove la ruotine per far rispettare le regole è impresa militare” - sembra irredimibile. Peggio: irredimibile, priva di alternative, incapace di autocorrezioni. Ma anche per lui (come per Marcuse) per fortuna ci sono gli ultimi e soprattutto i matti. Sono gli esclusi, quelli che nessuno è riuscito a incasellare come il resto del popolo dei solitari e degli affaticati. Sono loro gli unici saggi rimasti (e tutti i ferrovieri sono un po’ matti perché è guardando il mondo dal treno che si acquisisce più facilmente il privilegio della follia). Sono loro, suggerisce un Calabrò spudoratamente di parte, la speranza del cambiamento e del riscatto.

 *Antonio Calabrò, Chiudi e vai, Disoblio edizioni, dicembre 2015, 15 euro.