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LA PAROLA e LA STORIA. Misurari

LA PAROLA e LA STORIA. Misurari

mani   di GIUSEPPE TRIPODI -

Misurari, comparare beni che avevano esclusivamente un ‘valore d‘uso’ (tali erano anche il lavoro e il salario) e che venivano scambiati senza l’intermediazione della moneta.

E, d’altra parte, i contadini avevano ben presente sia la caratteristica convenzionale del ‘misurari’ e sia l’esistenza di una sfera di realtà, ad esempio l’umanità di una persona, incommensurabile e irriducibile alla pura quantità: l’omu non si misura cu lu parmu era un brocardo molto diffuso che aveva la stessa intensità della contrapposizione di Blaise Pascal tra ‘esprit de géometrie’ ed ‘esprit de finesse’ (“E’ un matematico!”, “Non so che farmi di un matematico, mi scambierebbe per un teorema!”); anche perché capitava spesso che quelli che avevano bassa statura erano più determinati ed aggressivi e, spesso, prevalevano sugli spilungoni: un parmu d’omu fici l’iradiddiu mbasunàu a cincu crischiani, una mezza botta ha fatto un macello ed ha atterrato a cinque persone.

E cominciamo appunto dallo spazio lineare: u parmu corrispondeva a circa venticinque centimetri, misura della mano allargata dalla punta del pollice a quella del mignolo cui, a volte e ad abundantiam per incoraggiare l’acquirente, si aggiungeva la piegatura del pollice (a chica, era cu parma e chica una persona precisa, che non cercava di fregare nello scambio, di cui ci si poteva fidare). Sottomultiplo del palmo, esattamente un sedicesimo, era u ìditu; poi c’erano i quattru idita accostati, misura oltre la quale un coltello da tasca veniva rotto in punta dalle forze dell’ordine per non denunciare il detentore.

La canna era un multiplo per otto del palmo e la menzacanna equivaleva ad un metro; ce lo conferma un gesto molto diffuso che indicava la povertà e che consisteva nell’aprire l’indice e il pollice della mano e nel rotearlo a destra e a sinistra accompagnandolo con l’espressione Quattru di chisti fannu menza canna! E infatti, moltiplicando per quattro la misura del palmo ( 25 cm) si raggiunge il metro.

“Beddha figgliola fatta cu la pinna / e misurata cu la menzacanna / la menzacanna vinni d’a Sardegna / la pinna d’oru vinni di la Spagna!”; la quartina, con qualche variante, è stata riprodotta e cantata da Profazio (a viva voce, Roma, Squilibri 2007, pp. 177-178).

Forse il poeta era poco informato, non esiste infatti in Sardegna una misura di lunghezza simile alla canna o alla menzacanna, oppure ha fatto un po’ di confusione perché in Spagna esiste sia la caña come medida de vino che come medida superficial agraria, que exatamente seis codos quadrados (Diccionario de la lengua española, de la Real Academia Española, Madrid 1956, sub voce) ove codo è il cubito latino, misura media della distanza tra il gomito e il dito medio della mano.  

Si delineava così un sistema di misurazione quaternaria delle lunghezze (ìditu, quattru idita, parmu, menzacanna) che sembra ricalcato su quello latino (digitus, palmus, pes, passus) con la differenza che al palmus latino corrispondo i quattru ìdita e al pes il nostro parmu.

Al passus latino, di un metro e mezzo circa, corrispondeva grosso modo la strangalata o strancalata, che era propria di persona molto alta, dal passo veloce e largo (latus): extra-anca-lata> ec-str(a-a)nca-lata> strancalata; era giuvenottu e cu quattru strangalati si jettàu a San Lorenzo (era giovane e con quattro strangalate arrivò a San Lorenzo).

Il parmu c’entra anche con la misura delle superfici: liticamu, liticamu, e poi deci parmi di terra (grosso modo la misura di un loculo) ndi càpinu a tutti; l’espressione spregiativa veniva rivolta a chi, dimentico del suo essere di passaggio su questa terra, era particolarmente accanito nella rivendicazione di aree confinali o ereditarie.

Le misure quadrate agrarie erano ricalcate sulle quantità di grano necessarie a seminarle: la menzalorata, pari a 500 mq, la quarturunata, circa mille mq, con cui si misuravano soprattutto i terreni irrigui, e la tuminata, italianizzata in tomolata (ma il mio Zingarelli non registra né tomolotomolata), poco più di quattromila mq, con cui si misuravano i terreni seminativi; tra esse permane il rapporto quaternario di cui dicevamo sopra.

La sarmata invece, secondo Rohlfs, equivaleva a tre tomolate; noi ricordiamo il termine come sinonimo di grande quantità: na sarmata di crischiani, na sarmata di fìmmini, na sarmata di figghiòli, na sarmata di sbirri!

La misura del tempo oscillava in Calabria, almeno fino al Secondo dopoguerra, tra l’ancoraggio alla luce, alle tenebre e alle stelle o, come nel medioevo, al tempo chiesa scandito dalle campane che avevano la stessa radice linguistica della campagna: “Campanae dicuntur a rusticis qui habitant in campo, qui nesciant judicare horas nisi per campanas!”(J. Le Goff, Tempo della chiesa e tempo del mercante, Torino, Einaudi editore 1977, p. 14).

Sicché non era raro ascoltare espressioni del tipo: partìa tantu prestu chi rrivai ddhà ad arba (partii così presto che arrivai lì all’alba, cioè nel momento in cui la notte e il buio recedono ma la luce non ha completamente preso il sopravvento), mi russigghiài ch’era nghiornatu, oppure ch’era jornnu fattu (mi sono svegliato che era giorno), nci dissi a me mamma mi mi chiama a jornu e iddha si sperdiu e mi chiamàu a spuntata di suli (dissi a mia mamma di chiamarmi ‘a giorno’ ma lei si dimenticò e mi chiamò quando il sole era già spuntato da un pezzo); rrivai nti me cuginu cu n’ura di jornu (sono arrivato da mio cugino che ancora c’era un’ora di giorno, cioè un’ora di luce), cu n’ura, cu du uri di notti (con un’ora, con due ore di notte); a ddimaria (all’ave maria, cioè al momento di dire le preghiere); si voi nta ll’aria no mi pisti erba / cùrcati a ddimaria e lèviti ad arba ( se non vuoi trebbiare erba sull’aia / coricati presto ed alzati prima che spunti il sole!).

Nel parlare ricorreva spesso u matutinu ma, più che un riferimento temporale come nel tempo monastico, evocava il richiamo, il rimprovero, per il rigore perentorio delle campane e del canto che chiamavano alla sveglia e all’inizio della giornata lavorativa.

Particolare attenzione merita l’espressione è (era) mburmata l’ura, letteralmente l’ora aveva assunto volume, consistenza (da mburmu, volume, mburmari, ingrossare, mburmau, riferito ad una donna in avanzata gravidanza cui aumenta di volume l’addome, aviva nu bellu mburmu, riferito alla protuberanza dei pantaloni di un maschio osservata non disinteressatamente da una donna); la soluzione rohlfsiana, un’improbabile metatesi tra mburma l’ura e l’ora imbruna, non può essere accolta perché interverrebbe tra codici linguistici diversi, il dialetto e l’italiano, e perché non esiste in calabrese un equivalente di imbrunire, che è voce colta e riferita ad un colore assente dalla tavolozza contadina. Probabilmente i contadini consideravano l’oscurità incipiente diversa dal giorno e attribuivano volume all’ora notturna che stava per arrivare!