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IL LIBRO. Ripubblicato da Disoblio Carmela Zivillica di Vincenzo Spinoso

IL LIBRO. Ripubblicato da Disoblio Carmela Zivillica di Vincenzo Spinoso

Carmela Zivillica   di MARIA FRANCO

- «Un male indefinibile possiede la mia terra e quindi il mondo e i personaggi di questo racconto. Un male che trovi nell'anima, nelle carni delle nostre donne; nei muscoli, nella volontà dei nostri uomini; nel sorriso, nell'innocenza dei nostri piccoli: nelle cose tutte di terra nostra. È il male che ci distingue; che sa di terra pregna d'umori e di marciumi, che sa di zàgara e di sangue; un male che portiamo pel mondo come profumo di signora. Per esso, al di là di qualsivoglia sciagura, si cerca terra per scavare le fosse al riposo dei vinti, per scavare le fondamenta al riposo dei vincitori; per esso l'uomo vìola le leggi umane e divine, la femmina vince ogni catena, la madre ogni dolore, l'amore ogni legame, l'odio ogni sentimento; per esso la terra che trema frana si fende è serva, il mare che rode smangia inghiotte è servo, la fiumàna che corrode travolge trascina è serva. È il male di Calabria, la forza rigeneratrice della sua gente. Per esso l'uomo, accanto all'ulivo tenace, è ognora in piedi e offre al vento le sue ferite, i suoi dolori: perché rimargini quelle, perché porti questi lontano; dono a chi non conosce la necessità del patimento.»

Molto bene ha fatto il Comune di Bagnara ad onorare la memoria del conterraneo Vincenzo Spinoso dando il patrocinio alla pubblicazione del suo romanzo più amato, Carmela Zivillica, edito da Disoblio a cura di Masella Cotroneo.

La vicenda sta tutta dentro quel male di Calabria, che l’autore, con accenti lirici, descrive nella premessa.

Scritto negli anni del Secondo conflitto, il libro è ambientato a cavallo di quella prima guerra mondiale che costituisce un pesante contatto della Calabria con la modernità: «Fanno quello che possono, poveri loro! (i figli, ndr) La guerra, chi più chi meno, li ha strambato tutti (…) Contro la malasorte che entra in una casa di cristiani sapete che non si può andare. E ci abbiamo a contentare, ché sono ancora questi i complimenti che la guerra ha fatto alle case nostre, e abbiamo a ringraziare chi lo ha voluto questo fuoco grande! Quando s’è detto guerra per la prima doveva venire la paralisi alla lingua e a regnanti e a servitori; questo dico io, ché son madre e donna di casa; altro non conta, pure se quelli che ci han l’interesse fanno la predica per dirci che questo flagello era necessario come è necessaria l’acqua alla terra seminata.»

Rimasta orfana di madre, Carmela viene affidata dal padre Gregorio a donna Maria de’ Cei, che la considera da subito quasi una figlia al pari dei suoi dieci. Grata e devota, Carmela guarda a se stessa come serva fedele e, come tale, vive anche la passione che nasce tra lei e uno dei suoi “fratelli” acquisiti, Brasi.

Se la trama è antica, e quasi arcaico è Brasi, nella sua passione virulenta, che, pure, non gli impedisce altre femminili interessi, il racconto ha un tono moderno nel succedersi di capitoli che mettono a fuoco particolari della vicenda, in una narrazione sincopata, con salti di tempi e accadimenti, salti che rendono più agile e veloce il racconto.

Belli i personaggi minori, a partire dal saggio Turi l’Orbo e da donna Maria: «Donna Maria si segnò devotamente con la destra intrisa di pasta, con la punta della coltella tracciò su ogni pane una croce e coprì bene il letto come se ci fossero dentro le sue dieci creature bisognose di cura, quindi uscì all’aperto a prendere una boccata d’aria, ché in quelle giornate sciroccose la gioia di avere a fare il pane, ché è di quelle gioie sante che spalancano il cuore tutto, diventava una fatica pesante e non poco».

Bella la protagonista, Carmela Zivillica – «un nome che a ripeterlo titilla alla gola» – che, pur nella limitatezza del suo orizzonte, trova spazi per una generosità non comune, tentando di salvare dall’incendio la moglie di Brasi, e riesce a mantenere una sua dignità: «A far la serva nella chiusa de’ Cei ci sto, avessi cent’anni di giovinezza, ma a far la cane rognosa al Cassuto non è mestiere di Carmela Zivillica», «Resterò lontana fino a che ce ne sarà bisogno, perché la mia casa – e dimenticare non posso è questa. (…) Vuol dire che quando sarà l’ora, se Domineddio non ci vorrà castigare per il malfatto, m’avrete a canto, da sorella, da serva, da femmina, o come piace a voi. Che son vostra e che vostra sarò sempre lo sapete; ma per farci un poco di bene dopo il male che ci siamo fatti, per godere.»